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21 Giugno, 2026

Abbandono e perdono

La toccante riflessione di Francesco rispetto alla propria infanzia, tra ferite indelebili, fede e la forza liberatoria del perdono.
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Sono Francesco, 31 anni, affidato ad un istituto dopo la nascita e adottato dall’India all’età di 6 anni. I miei genitori avevano già  in affidamento prima di me altri due bambini – un maschio ed una femmina – la cui storia si è naturalmente ed intimamente intrecciata con la mia.

La testimonianza sul periodo della mia vita che ha preceduto l’adozione, riportata nel libro Io prima di noi, mi ha portato ad approfondire il tema dell’abbandono e del perdono, che volentieri condivido in questo scritto.

Cos’è il perdono? 

Il perdono è un “dono” che ‘favorisce’ (pro) un bene nella relazione con l’altro, o un dono che viene fatto ‘attraverso’ (per) un percorso di vita condivisa con l’altro. La persona che perdona non fugge davanti ai fatti, ma li giudica, si lascia ferire in profondità, dà nome al proprio dolore e sceglie di non portare rancore.

Prendiamo ad esempio Gesù sulla croce, che vedendo il sincero pentimento del ladrone al suo fianco, lo perdona e gli promette il Paradiso, ma non gli toglie la pena terrena, perché essa corrisponde al male compiuto e soddisfa la giustizia.

Il perdono è dimenticare il male subito o far finta di nulla? No. Il primo può essere un limite della mente, il secondo codardia. 

Il contrario del perdono è la vendetta, che è una distorsione della giustizia, con cui la vittima vuole riprendersi ciò che ritiene le spetti e punire chi le ha causato dolore e perdita. Ma la vendetta quasi mai soddisfa chi se ne serve e, quando attuata, è probabile che produca un male eccessivo. Inoltre, se il vendicatore non si è attenuto al principio di proporzionalità, divenendo a sua volta meritevole di sanzione, si ingenera una interminabile scia di male.

La giustizia nasce per questo; essa presuppone un soggetto terzo, il giudice, estraneo ai fatti e dotato dei mezzi e della saggezza necessari per rendere giustizia: dare a ciascuno il suo e punire i colpevoli con una pena misurata.

Il perdono è forse alternativo alla giustizia? La giustizia ed il perdono sono come due voci che cantano una stessa melodia, ma con tonalità diverse, producendo una sinfonia. La giustizia è il fondamento, il perdono diviene l’opera d’arte ben salda sul fondamento.

Il perdono riguarda la persona che ha subito un torto da un agente malevolo o da chi ha commesso, per negligenza o per forza maggiore, un male non previsto e a volte nemmeno voluto. Ma il male resta male e certe ferite rimangono impresse nel corpo e nell’anima per tutta la vita.

Il perdono significa rinunciare pienamente e deliberatamente al rancore, che pure ha dei motivi comprensibili, che però rodono l’anima fino allo sfinimento e che a volte neanche la giustizia terrena o la vendetta riescono a guarire.

Il perdono è un atto d’amore – non di affetto – che vuole restituire alle parti la possibilità di andare avanti senza restare fossilizzati: nella speranza che la vittima possa tornare ad accogliere il bene come le si presenta – abbandonando la logica della rivalsa insaziabile – ed il colpevole si riconosca ancora capace di fare il bene, riabilitandosi e tornando a vivere senza sentire su di sé il peso della propria colpa.

Un orfano – quale sono stato io, dal momento che dopo la nascita sono stato affidato alle Missionarie della carità – vive uno dei drammi più grandi che una persona possa sopportare: scoprire di essere stato abbandonato. Non c’è nulla di strano se la persona orfana se la prende coi genitori biologici, con quelli adottivi, col sistema, col mondo intero: il suo dolore è come una voragine, un buco nero di domande, di incomprensione di se stesso/a, della sua storia, del senso della propria vita. Poiché ho vissuto e vivo questo dolore, partirò da alcuni momenti della mia vita per me fondamentali.

Panipat (India), quattro anni 

È a questa età che faccio risalire i miei primi ricordi. La Casa dei bambini delle Missionarie della Carità era il mio nido, il luogo dove ho incontrato le prime persone, di cui ho memoria certa. Il sentimento di nostalgia che provo, trova radice nel senso di appartenenza a quell’istituto e a quelle persone. Anup – questo era il mio nome di nascita – non aveva conosciuto altri luoghi ed altri volti; soltanto conviveva con un senso di vuoto al quale nei momenti belli non dava peso e nei momenti brutti non sapeva dare un nome.

Distinti nella mia mente ci sono dei ricordi ben diversi: la fame e le prime forme di prevaricazione patite. Non c’era mai molto sulla tavola ed anche l’igiene era ridotta allo stretto indispensabile. Tuttavia mai ho provato una tristezza ed uno sconforto pari ai giorni in cui saltavo il pasto. A questi sentimenti si sommavano la prevaricazione dei bocconi sottratti dai prepotenti e la delusione che provavo quando a fatica trovavo il coraggio di chiedere alla mensa qualcosa da mangiare, senza esserne mai soddisfatto. Allora, il tempo che pareva infinito, lo trascorrevo appoggiato ad un muro per conservare le energie che avevo in corpo. Poi, quel senso indefinito di vuoto, di trascuratezza, d’indifferenza divenivano domande inespresse e confuse e sguardi al cielo da cui non ricevevo risposta.

Nei giorni belli, di sole e di gioco tutto ciò veniva dimenticato, perché stavo bene e sentivo profondamente di appartenere a quel luogo: le amicizie, le marachelle, il gatto Billy, i momenti di preghiera e il senso di rispetto ed affetto per le suore in me erano grandi.

L’unico pianto inconsolabile lo ebbi quando lasciai Panipat e arrivai a Delhi: lì capii di aver perso per sempre quel nido e – col tempo e per forza – mi adattai: avevo alternative? A Delhi e poi a Calcutta non ebbi più privazioni, ma non provai nemmeno più quel profondo senso di radicamento, che poi riuscii a costruire solo con la mia famiglia adottiva, non senza tentennamenti e momenti decisivi durante la mia crescita. La Fede, in tutto ciò, è stata per me fondamentale.

Roma, sedici anni

Francesco (perché questo fu il mio nuovo nome) è un adolescente in perfetta salute, ottimo scolaro e ben inserito in vari contesti sociali – generalmente legati alla parrocchia – quasi del tutto immemore della prima parte dell’infanzia, della quale vuole preservare le sensazioni positive da proiettare nel proprio presente, tempestato dagli ormoni e da tantissimi stimoli d’ogni tipo.

È a quell’età che sono partito coi miei genitori e mio fratello per l’India – quella terra di cui avevo dimenticato la lingua, i sapori, le sensazioni e molti ricordi – per tornare in quegli stessi luoghi che mi avevano visto crescere. La gioia di rivedere posti familiari, di ritrovare sapori di cui avevo perso la memoria (il succo al mango, ad esempio) e di misurare i mutamenti avvenuti nell’arco di 10 e più anni dalla mia adozione, si erano uniti ad un complesso quanto straordinario processo di riemersione alla coscienza di cose che ritenevo obliate: notti agitate, domande indefinite, processi disordinati per afferrare, riconoscere e ricollocare quanto riaffiorava alla mente; un processo, in ogni caso, durato complessivamente anni, ma che in quei giorni era febbrile, doloroso e veloce, perché dovevo combattere con le mie stesse difese. Non so, ma credo che mio fratello, con cui condividevo la stanza degli alberghi, sia stato molto colpito – persino spaventato – di vedermi così turbato, immerso in una vera tempesta emotiva ed esistenziale; lui che sempre mi aveva protetto ed aiutato, ora non poteva far nulla, se non chiedermi ed ascoltare.

Tornare a scuola, nei giri di amici, nei gruppi parrocchiali e in tutto quel che avevo a 16 anni, con la piena misura di quanto fossi diverso dalle persone e dai luoghi a cui cercavo di dimostrare con tanta energia la mia appartenenza, fu complicato. Come potevo rivelare ai miei migliori amici – figurarsi alla mia classe – il dolore e l’annichilimento che, dal passato, si proiettavano nella mia coscienza? Come potevo essere certo di essere accettato, riconosciuto ed amato?

Inizia, a questo punto, un percorso interiore di accettazione di quel dolore, d’integrazione del presente con il passato ed il riconoscimento di quanto l’amore che attualmente vivevo era il medesimo, che in altre forme, aveva abitato la mia vita; il trait-d’union era quel crocifisso – presente sia negli orfanotrofi, sia a casa e in parrocchia – su cui stava un uomo innocente che solo poteva comprendere l’altezza, la larghezza e la profondità del nero dolore che portavo nel mio cuore e a cui non sapevo dare il brutale nome che aveva: abbandono. Esso significava riconoscere che qualcuno mi aveva rifiutato, che chi avrebbe dovuto amarmi non l’aveva fatto, quali che fossero i motivi: quanto ci sguazzavo nelle giustificazioni, pur di attenuare il mio dolore!

Ma la mia vita non si era fermata lì, no! Io ancora c’ero e per qualcun altro ero stato differente. Sminuivo la fame, la solitudine e la carenza d’affetto per esaltare l’amore che quelle suore mi avevano donato nella prima infanzia, che rassomigliava e si era intensificato nel più intimo e totale amore che avevo ricevuto e ricevevo (e ricevo) dalla mia famiglia, accompagnato dalla cura di tante altre persone. Eppure quel dolore restava.

L’incontro 

È durante questo viaggio che a Panipat, mia città natale, ho incontrato lo sguardo di sister Chalmi, che fu capace di riconoscere nell’adolescente cresciuto, atletico e sicuro (più di quanto lo sia io ora), quel bambino bisognoso, denutrito e abbandonato, a cui con le consorelle aveva dato quel che c’era per quattro anni circa, ma pure impossibilitata a colmare il vuoto che portava nel cuore. Era lo sguardo di una donna semplice, col suo bagaglio di umanità, ma piena di quell’amore così familiare, tanto da permettermi di ritrovare la luce laddove per me non poteva esserci stata; non perché “le cose brutte non erano accadute”, ma perché la fame, la solitudine e gli sgarbi patiti (e anche fatti!) non avevano avuto l’ultima parola. Il mio essere stato abbandonato, il mio essere disabile, impotente e indifferente a tanti, erano stati accolti e i miei limiti sostenuti coi pochi mezzi a disposizione. Nelle difficili circostanze che la mia fragile vita aveva affrontato sono esistiti uno sguardo ed un cuore pieni d’amore che hanno sempre avuto cura di me.

Amor vincit omnia

Come posso non perdonarmi e non prendermi cura di me stesso, così come hanno fatto tanti per me? Come posso, io fragile, pieno di difetti e limiti, portare rancore a chi – fragile, limitata e condannata dalla storia – aveva voluto o era stata costretta ad abbandonarmi? A cosa mi gioverebbe portare rancore verso un uomo, mio padre, che – con dolo, negligenza o perché investito dalla vita – non si era preso cura di me, come natura avrebbe comandato? Come posso io non aprirmi almeno alla possibilità del perdono, se sono conscio di averne bisogno io per primo?

No, l’abbandono non aveva avuto l’ultima parola sulla mia vita, ma l’amore: un amore che ha sempre avuto lo sguardo di persone con cui non condivido il sangue, ma che, dandomi quanto ciascuna di loro ha potuto, hanno fatto sì che io potessi vivere una vita impronosticabile.

L’amore non aveva – e non ha – cancellato la profonda ferita dell’abbandono, ma l’amore, come araba fenice, ha fatto risorgere la speranza. La speranza è il carburante che ancora oggi guida la mia vita, nonostante le difficoltà della mia disabilità visiva e i limiti affettivi e relazionali che mi porto come conseguenze del mio vissuto.

Il perdono è un cammino

In ultimo vorrei dire a chi mi legge: non abbiate paura di guardare la vita dritto negli occhi, di lasciarvi investire dalla vostra storia. La vita è fatta di ombre e di luci, di colpi del fato e di scelte personali. Bisogna lasciarsi la possibilità di far penetrare nel cuore il bene che la vita ci ha dato, consci delle proprie ferite.

Alle coppie: non abbiate paura di pensare all’adozione o all’affido, perché ogni giorno, assieme ai problemi, la Provvidenza vi darà la forza e l’ispirazione per affrontarli.

Ai ragazzi affidati e adottati: non abbiate paura di dire cosa c’è nel vostro cuore, perché – a partire dai vostri familiari – c’è chi non desidera altro che ascoltarvi. Affrontate con loro la vostra storia e lasciate che l’io e il tu divengano sempre di più un “noi”. Ne vale la pena! 

Nel cammino della vita è la trasformazione del cuore che fa maturare il perdono. Ad Maiora!

Francesco Chilla

“Anche se una madre dimenticasse il figlio, Io non ti dimenticherò […]” (Isaia cap. 52, v. 13).

2 Commenti

  1. Franca Ferrari

    Grazie Francesco! Bellissimo!

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  2. Maria

    Bella storia di AMORE, amore di DIO che si è manifestato attra verso tanti fratelli e sorelle che hanno amato :siate gli occhi, lo sguardo, le mani e il cuore di DIO

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