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04 Maggio, 2025

Adottati e invisibili, un’identità inascoltata

Quanto la sbandierata inclusione scolastica si declina realmente a riconoscere e valorizzare tutte le specificità presenti in un gruppo classe?
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insieme a favore di una migliore cultura dell'Adozione e dell'Affido
Inclusione: per chi?

Inclusione. Una parola che la scuola spesso sbandiera con orgoglio, come fosse un trofeo. La vediamo ovunque: nei discorsi ufficiali, nei progetti scolastici, nei manifesti colorati appesi ai muri dei corridoi. Ma io mi chiedo: inclusione per chi? Sembra,infatti, che ci sia spazio solo per alcune storie, soprattutto per alcune fragilità. Perché altre storie vengono lasciate nell’ombra o addirittura ignorate?

Io sono stata adottata. Il mio percorso per essere figlia, per avere una famiglia è stato diverso da quello “normale”, questo ha fatto sì che io abbia dovuto affrontare domande scomode, sguardi curiosi e giudizi affrettati, che altri ragazzi non hanno mai conosciuto. E ciò che mi fa più rabbia è che la scuola, quel luogo che dovrebbe accogliere e comprendere, sembra neppure accorgersene.

Quando si parla di inclusione, si pensa sempre ai ragazzi con disabilità, a chi ha difficoltà di apprendimento, etc. E va bene, è giusto. Ma perché non si parla di noi? Perché nessuno si chiede cosa significhi essere adottati? Come se il fatto di avere una famiglia ora, cancellasse tutto quello che c’è stato prima: il nostro passato, il nostro dolore e la nostra storia.

Il passato di una persona adottata non si cancella

Ma il passato non si cancella. È lì, ad esempio nei momenti in cui non so rispondere alla domanda: “A chi assomigli di più, a mamma o a papà?”. Si affaccia nei compiti di scienze sulla genealogia, o di inglese sugli alberi genealogici, compiti che per alcuni sono un gioco divertente, per noi, invece, sono un labirinto senza uscita. Ricompare con prepotenza nelle battute dei compagni, a volte innocenti, a volte crudeli: “Ma i tuoi veri genitori dove sono?”, “Perché ti hanno dato via?”, “Ti senti diversa?”, etc.

E la scuola cosa fa? Niente o quasi. Perché secondo “lei” noi non abbiamo bisogni particolari, perché per lo più ce la caviamo e le nostre famiglie sono più che presenti, perché “siamo stati adottati da piccoli e quindi la cosa è passata, non riguarda il nostro presente o il nostro futuro”. Non siamo abbastanza per meritare un’attenzione particolare, ma neanche abbastanza “normali” da essere trattati come tutti gli altri, soprattutto se “diventiamo un problema”. Viviamo in questo limbo, dove le nostre emozioni, le nostre domande e la nostra identità non trovano spazio.

La scuola come luogo capace di includere tutte le diversità

Eppure, quanto sarebbe semplice rendere la scuola un posto più accogliente anche per noi. Basterebbe poco: innanzitutto insegnanti che sappiano cosa significa essere adottati, che evitino domande o situazioni imbarazzanti, che non ci “costringano” a raccontare la nostra storia, secondariamente libri di testo che non parlino dell’adozione come di un atto di generosità, ma come di un’esperienza di amore e rinascita, che mostrino anche le famiglie adottive e infine compagni educati a rispettare tutte le storie, anche quelle diverse dalla loro.

Non voglio trattamenti speciali. Voglio solo che la mia storia venga riconosciuta. Voglio che la scuola smetta di fingere che l’inclusione sia solo per alcuni e inizi a capire che includere significa abbracciare tutte le diversità, anche quelle “invisibili” ma potenti, come quella che vivo io.

Perché noi esistiamo. Scuola cosa rispondi?

Melinda Larosa

4 Commenti

  1. irene

    Spesso, però, sono proprio i ragazzi che sono stati adottati a voler tutelare e proteggere la loro storia, perché questa suscita domande morbose, sguardi pietosi, commenti cattivi. è nelle scuole che pochi anni fa andava di moda offendersi dicendo “ma cosa sei adottato” al posto di “sei scemo”. Nei film, nelle fiction tutto finisce bene, il dolore si cancella e invece nel mondo reale restano le cicatrici che nessuno mai cancellerà. La scuola prova a fare inclusione con ragazzi che sono sempre meno disposti ad accettare “il diverso ” perché i modelli imperanti sono quelli dell’omologazione, di un mondo in cui c’è bianco o nero perché così noi adulti li stiamo educando nell’indifferenza più assoluta. Si cerca di sensibilizzare in una realtà che innalza muri, che non dialoga ma urla. Per questo apprezzo i romanzi per giovani adulti, romanzi spicy ma in cui il tema dell’adozione viene affrontato tra un amore e l’altro e le giovani scrittrici hanno il coraggio di mostrare questi bellissimi /queste bellissime ragazza con tutet le loro fragilità; pur nion essendo il tema dell’adozione quello principale, le lettrici incontrano il dramma di chi pensa di non potere essere amato perché scartato dalla nascita..ecco forse, così, si avvicinano di più i ragazzi al dolore, al senso di disagio e di inadeguatezza che chi è stato adottato porta dentro di sè; altrimenti rimangono i diversi, quelli per cui c’è bisogno di una sigla, i “poverini ma fortunati”..

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  2. Simona

    Sì non sono ascoltati…. Non vogliono sbandierarlo ai quattro venti ma vorrebbero insegnanti meno inutili e che la smettessero di pensarli fortunati perché con una nuova famiglia e’ tutto ok. Li vorrei a casa di ciascuno di noi per capire che certe ferite sono per sempre come i diamanti…. E soprattutto lo sono anche grazie a chi continua a mettere il dito nella piaga…

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  3. Simona

    I docenti non sono interessati alla storia dei ragazzi adottati, ormai sono qui e sono stati fortunati……..fine della storia

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    • Francesca Carioni

      Buonasera Simona, capiamo la possibile frustrazione per una realtà scolastica non sempre accogliente e talvolta poco disponibile a comprendere percorsi di vita differenti. Operiamo ogni giorno perché sia possibile una migliore cultura dell’adozione fin dai banchi di scuola. Se vuole scriverci via mail l’istituto del quale ha esperienza non esiteremo a contattarlo.

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