
Adozione ed emozione sono due termini in rima, una dicotomia di suoni dolci e lunghi, come la carezza di una mamma che ci protegge da quello che potrebbe ferirci, come una coperta calda nelle giornate uggiose d’inverno, come il sorriso di un figlio che esprime la propria gioia al mondo.
In tale universo adottare significa accogliere in un nucleo famigliare un minore, che secondo lo Stato italiano è in uno status giuridico di abbandono. Ciò significa che il bambino adottato perde ogni legame con la famiglia d’origine, prende il cognome del padre adottivo e viene accolto in una nuova casa, affidato alle cure amorevoli dei genitori adottivi.
Nel processo e nell’iter adottivo, che può essere molto intenso e ricco di alti e bassi, delusioni, ansie, gioie, rassicurazioni etc. sono numerose e variegate le emozioni coinvolte e che assumono un ruolo di primo piano. Ciò avviene perché le emozioni sono necessarie a tutte noi, ci aiutano ad adattarci al contesto in cui viviamo e a comunicare con i nostri simili. Si pensi al pianto di un bambino, che comunica alla mamma i suoi bisogni. Oppure al sorriso che si rivolge alle persone per indicare la propria gioia.
Le emozioni vengono prima delle parole, difatti si impara prima a provare emozioni e poi a parlare, quindi a dare loro un significato attraverso il linguaggio.
Cosa sono le emozioni e quando emergono
La parola emozione deriva dal latino e-movere e significa smuovere, portare da dentro a fuori. Le emozioni indicano allora le reazioni del nostro corpo – come sudorazione, accelerazione del battito cardiaco, rossore sulle guance, respiro corto – di fronte ad un determinato evento.
A livello generale, nel funzionamento delle emozioni intervengono:
- la componente cognitiva, cioè la parte celebrale cognitiva che concerne il pensiero. Tale componente permette ad ognuno di noi di valutare lo stimolo, definito in psicologia generale come qualunque evento che riesca ad eccitare un organismo o parte di esso, provocando una risposta o l’attivazione dello stesso;
- l’attivazione fisiologica, cioè quella attivazione che provoca, a livello corporeo, la reazione alla stimolo. Secondo la teoria centrale delle emozioni, la risposta emotiva è conseguente alla stimolazione dei nuclei dell’ipotalamo a partire dalla stimolazione esterna. Lo stimolo che causa l’emozione va alla corteccia, provocando l’esperienza cosciente, e al sistema nervoso simpatico, provocando l’attivazione corporea;
- la componente espressiva, che modula l’esibizione esterna dei vissuti emotivi;
- la componente comportamentale, connessa anche alle motivazioni, che induce l’organismo a reagire.
In conclusione, le emozioni regolano e son presenti in ogni momento della nostra vita, della nostra giornata e delle nostre azioni/reazioni.
Ad esempio, possiamo immaginare alcune situazioni reali: un bambino di 6 o 7 anni è in cameretta e mentre studia, la corrente salta e si ritrova improvvisamente al buoio. Questo susciterà in lui molto probabilmente un’emozione di paura, che a sua volta provocherà sudorazione e batticuore. O ancora, si pensi a un preadolescente che incontra per caso la persona verso la quale prova dei sentimenti d’amore. Improvvisamente sentirà una forte emozione di imbarazzo, rossore alle guance e una sensazione di vuoto allo stomaco comunemente nota come “farfalle nello stomaco”.
Gli studi di Paul Ekman, le emozioni primarie e secondarie
Le emozioni si dividono in due categorie: primarie e secondarie.
Le emozioni primarie sono comuni a tutti e sono innate in tutti gli individui, che le provano fin dalla nascita; si sviluppano infatti nei primi sei mesi di vita di un bambino. Secondo la classificazione di Paul Ekman esse si dividono in sei emozioni che sono: gioia, tristezza, rabbia, paura, disgusto e sorpresa. Tutte hanno dei segnali universali distintivi, ovvero una propria espressione facciale ed allo stesso tempo svolgono un ruolo cruciale nella regolazione della nostra biologia interna, nell’interpretazione degli eventi esterni e nel guidare i nostri comportamenti.
Paul Ekman*, scrittore statunitense ed autore della cosiddetta teoria neuroculturale delle emozioni, riprendendo gli studi di Charles Darwin, postulò il riconoscimento delle emozioni attraverso la mimica facciale. Il primo studio per dimostrare la teoria dell’universalità dell’espressione delle emozioni venne condotto a partire dagli anni ‘50. Il giovane ricercatore universitario iniziò una ricerca che consisteva nel mostrare delle fotografie di espressioni facciali emotive a persone appartenenti a cinque Paesi di culture diverse: Cile, Argentina, Brasile, Giappone e Stati Uniti. A ciascuno dei partecipanti era chiesto di indicare che tipo di emozione era in grado di riconoscere, tra tante che gli venivano mostrate in relazione a diverse espressioni facciali mostrate tramite delle foto. I risultati attestarono che tra i diversi gruppi culturali emergeva una concordanza rispetto all’emozione indicata e questo dato confermava l’esistenza di una reale universalità delle emozioni.
Malgrado i convincenti risultati ottenuti, c’erano ancora dei dubbi dovuti al fatto che i soggetti partecipanti alla ricerca potessero avere “appreso” le espressioni facciali grazie alla visione di film occidentali largamente proiettati su scala globale, e questo avrebbe potuto influire sui risultati ottenuti. Per ovviare a questo bias, Ekman e collaboratori pensarono di effettuare uno studio su delle culture primitive che non avessero mai avuto contatti con l’Occidente. Nello specifico, lo studio scientifico fu condotto su persone appartenenti alle culture dei Fore, in Nuova Guinea, e dei Dani, in Indonesia, che hanno la caratteristica di essere socialmente e culturalmente isolati dal resto del mondo. I risultati di questa ricerca dimostrarono che, pur essendo popoli lontanissimi tra loro, con una cultura completamente diversa e che non erano mai stati in contatto, manifestavano le stesse espressioni facciali di chi apparteneva a culture occidentali, sudamericane ed orientali.
Ekman riuscì a provare quanto ottenuto fino a quel momento dagli studi precedenti e a sostenere l’universalità delle emozioni. Negli esseri umani, afferma Ekman, esistano emozioni universali ovvero emozioni comuni, uguali per tutti in tutte le culture e che possono essere definite come primarie. Eccone alcuni segni distintivi:
Tristezza – occhi verso il basso
Gioia – sorriso
Paura – pupille dilatate e bocca tesa
Rabbia – sopracciglia inarcate
Le emozioni secondarie, invece, hanno origine dalle emozioni primarie, ma si sviluppano crescendo e vengono condizionate da fattori culturali e dall’interazione sociale. Esse sono principalmente invidia, senso di colpa, vergogna ed orgoglio.
Le emozioni secondarie sono più complesse di quelle primarie, poiché possono essere sperimentate solo se è presente un certo livello di introspezione o di autocoscienza. Questa parte di sé è quella che inizia a svilupparsi quando il bambino inizia a riconoscersi allo specchio, ad usare nel linguaggio pronomi personali o a partecipare a giochi di fantasia.
Utilizziamo degli esempi concreti per focalizzare il discorso sulle emozioni secondarie. Si immagini, infatti, il senso di colpa che emerge quando arriva la consapevolezza di aver fatto del male ad una persona a cui vogliamo bene. La vergogna si fa sentire quando ci accorgiamo di aver trasgredito ad una regola (come può esse la disobbedienza ad un’insegnante o ai genitori). Al contrario, l’allegria si manifesta con un grande senso di soddisfazione del cuore e ciò può accadere quando i bambini ottengono un bel voto a scuola o quando si ricevono delle soddisfazioni personali.
In sintesi, le emozioni primarie rappresentano la reazione immediata agli eventi e alle situazioni che ci circondano, mentre le emozioni secondarie sono una risposta a come ci sentiamo in una specifica situazione.
Le emozioni nei bambini adottati
Si rintracciano in particolare quattro emozioni primarie legate all’adozione, a cui sono connesse alcune secondarie. Affinché l’esposizione sia efficace e comprensibile a tutti, verranno usati alcuni personaggi di fiabe o film per spiegare i concetti più difficili.
PAURA. Il bambino che viene adottato e i genitori che adottano hanno in comune una domanda “È proprio me che volevi?”. L’adozione è un percorso difficile e, come tutte le cose difficili, spaventa. Il bambino e i genitori hanno paura di affrontare un nuovo cammino, in cui non sanno cosa li aspetta, un cammino fatto di incontri e speranze, ma anche di delusioni e cadute. Tutto ciò che non si può prevedere provoca paura. I bambini adottati possono aver paura di non essere accettati e/o di non riuscire a costruire un legame forte. I genitori che li accolgono, invece, possono aver paura di non riuscire a realizzare il loro sogno e non creare un ambiente famigliare amorevole e sano per il minore. Si pensi anche alla paura di non essere amati per ciò che si è. Ad essa è collegata la vergogna, che si prova nel sentirsi diversi. E allora ci si nasconde e si resta in silenzio. Quale può essere il rimedio a questo stato d’animo? Affrontare il problema e chiedere aiuto a chi ci vuole bene.
Ad esempio, nel romanzo Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare°, la piccola gabbianella Fortunata, rimasta orfana, viene adottata e cresciuta dal gatto Zorba. Grazie all’aiuto del saggio Zorba, Fortunata riesce e superare la sua più grande paura, quella del volo. Celebre, infatti, è la parte del romanzo in cui Zorba suggerisce alla gabbianella di salire sul campanile di San Michele e spiccare il volo. Fu da questa scena che venne tratta la famosa citazione: “Vola solo chi osa farlo”. Ad essa, si può aggiungere anche “vola solo chi osa farlo e chiede aiuto”. Come il bambino chiede aiuto ai genitori, i genitori possono chiedere aiuto ai professionisti (psicologi, assistenti sociali, insegnanti) ed insieme possono vincere la paura, imparando a “volare”.
RABBIA o CONFUSIONE. Il bambino adottato può provare rabbia o confusione rispetto al fatto che non è stato voluto dai suoi genitori biologici. Il bambino si chiede: “Perché proprio io?” E spesso non riesce a darsi delle risposte. Inoltre, i bambini provano rabbia nei confronti dei genitori adottivi, quando questi non riescono a dare significato alla loro storia, al loro passato.
Sapete come si cura la rabbia? Facendo affidamento sul dialogo e sull’amore che circonda i minori adottati, come ricorda anche Melinda La Rosa, diciottenne adottata. Parlando tra loro, il bambino e i genitori hanno l’opportunità di chiarirsi, di confrontarsi, di trovare risposte a tante domande che si hanno sulle proprie origini, imparano ad accettare le opinioni, i pensieri e i vissuti differenti.
Prendiamo come punto di riferimento il film I Puffi 2^ che ha come protagonisti gli omonimi personaggi inventati dal disegnatore belga Peyo. Puffetta, creata dal terribile mago Gargamella, è la “figlia cattiva” che subisce una trasformazione e riscopre la sua bontà, prima di essere adottata ed accolta calorosamente dal Grande Puffo e dalla sua famiglia. La giovane Puffetta, tuttavia, in alcuni momenti prova rabbia e confusione, perché non sente di appartenere alla famiglia dei Puffi e perché non si sente considerata, né amata da Gargamella. In un dolce e delicato dialogo la giovane riesce a lenire la sue ferite emotive, perchè il Grande Puffo le comunica che non importa da dove lei provenga, l’importante è chi voglia diventare. Grazie alle parole confortanti e di supporto, Puffetta riesce a trasformare la rabbia e la confusione in comprensione ed auto accettazione.
Contemporaneamente viene narrata la storia dei personaggi umani, aiutanti dei Puffi: una famiglia composta da Grace e Patrick Wislow con il figlio Blue. Completa la famiglia anche il nonno Victor, che adora il nipotino e che è il padre adottivo di Patrick, che però non l’ha mai accettato, perchè legato ai ricordi del padre naturale, scomparso quando lui era piccolo. Anche Patrick, spesso, prova rabbia e confusione.
La rabbia nasce proprio dal non sapere: non sapere perché si è stati abbandonati, non conoscere le proprie origini, non riuscire a dare voce ai propri ricordi. La rabbia è un bagaglio molto pesante, che solo la pazienza e l’amore possono alleggerire. Solo alla fine della storia Patrick comprende che Victor, come fa un vero padre, gli ha donato la presenza e l’amore di cui aveva bisogno, senza pretendere nulla in cambio e lo riconosce come tale.
TRISTEZZA. I genitori provano tristezza quando scoprono di non poter avere un figlio in maniera biologica ed il bambino prova tristezza quando pensa di essere stato abbandonato, di aver perso il contatto con le sue radici, con la sua storia. Prova tristezza anche a causa del fatto che trascorre parte della sua vita in una struttura comunitaria, dove crea dei legami, che, anche se sono forti, non sono la sua famiglia. Alla tristezza si aggiunge il senso di colpa, poiché talvolta il bambino si sente responsabile dell’abbandono; anche i genitori possono ritenersi “colpevoli” per non aver generato un figlio. Alla tristezza si aggiunge anche la solitudine provata da entrambi, poiché alla base vi è un’esperienza di vuoto che non si riesce a colmare. Come si cura la tristezza? Con un lungo e stretto abbraccio.
L’ adozione non può guarire le fratture lasciate dalla tristezza ma, come un abbraccio, crea una possibilità “altra”, dove i genitori e il bambino si sentono scelti, accolti e accettati.
A tal proposito citiamo il film Leafie – La storia di un amore°°, che racconta la storia della gallina Leafie, ormai insofferente alla vita dentro il pollaio. Quando finalmente riesce a fuggire e a soddisfare la sua voglia di libertà, Leafie scopre che il mondo è un luogo ostile, popolato da predatori come la donnola One-Eye. Quando trova un anatroccolo, rimasto orfano a causa di One-Eye, Leafie decide di allevarlo come se ne fosse la madre, nonostante le innumerevoli differenze, che separano le due specie. Leafie cresce il piccolo con amore e sacrificio. Il suo amore incondizionato protegge l’anatroccolo, anche dalla tristezza che prova nel sentirsi diverso, e quando diventa adulto, l’amore di Lefie gli dona il coraggio di spiccare il volo.
GIOIA. Non sono tutte negative le emozioni: c’è gioia nel cuore dei genitori che incontrano il bambino, dopo averlo desiderato a lungo e c’è gioia nel cuore del bambino, che finalmente viene accolto e amato. C’è gioia in questa nuova famiglia che si forma, che avrà una storia da costruire insieme. Per spiegarvi quest’emozione non ho una storia da raccontarvi, perché la gioia parla da sé, ha bisogno solo di essere vissuta, perché la si legge direttamente negli occhi dei bambini e dei genitori che insieme decidono di formare una famiglia. Se proprio possiamo fare riferimento al film d’animazione “Lilo e Stitch” (2002) alla scena in cui Lilo chiede a Stich di restare e gli dice che Ohana significa famiglia e famiglia vuol dire che nessuno viene abbandonato o dimenticato. Questa è la gioia della nuova famiglia che si crea e che si consolida.
Restart, Speranza e Tenerezza
Quando ho iniziato ad operare come professionista in psicologia, ho conosciuto bambini e ragazzi che sono stati adottati e ho compreso che non si può cancellare il passato; non esiste il tasto “cancella”, che permetta di dimenticare tutte le emozioni negative e il dolore, ma di certo tutti loro hanno il desiderio e la speranza di ricominciare, di premere insieme il tasto “Restart”, di aggiungere nuova vita alla vita. L’adozione diventa così un’altra opportunità che la vita concede al bambino, e ai suoi genitori, di donare e ricevere amore.
Le storie che ho menzionato raccontano le storie di personaggi diversi, ma che hanno in comune un elemento importante: l’amore che lega i genitori ai figli, quello che non ha confini, che accoglie tutto, che è il più forte di tutti.
Concludo con due emozioni “speranza” e “tenerezza”, di cui forse, oggi più che mai, abbiamo tanto bisogno.
Spero infatti che possa essere sempre più accessibile la possibilità di adottare i tanti bambini che, su territorio nazionale ed internazionale, sono in attesa di persone che possano prendersi cura di loro. Circa le famiglie che hanno iniziato il loro iter adottivo, suggerisco di non arrendersi!
Per la tenerezza, invece, prendo in prestito le parole di Claudia Lilli, autrice del libro per bambini “L’isola dei Bambini-Storia di Bi**
“Da quando sei arrivata, sono 4 gli occhi che vigilano costantemente su di te. 6, se ci mettiamo anche quelli del gatto. Avremmo voluto esserti accanto anche quando ancora non c’eravamo per te. Adesso siamo un NOI. Tutto quello che verrà è ancora da scoprire ma lo faremo insieme. E vogliamo sia fatto di tante cose, ma soprattutto di Amore e Comprensione”.
Dott.ssa Roberta Zannella
Psicologa, Psicoterapeuta in formazione ISPPREF e Terapista ABA
* Paul Ekman, Te lo leggo in faccia. Riconoscere le emozioni anche quando sono nascoste, Amrita Edizioni, 2010)
° Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, Luis Sepúlveda, Salani, 1996
^ I Puffi 2 , film diretto da Raja Gosnell, 2013, è il seguito del film del 2011 Puffi
°° Leafie – La storia di un amore, film diretto da Oh Seongyun, 2011
** “L’isola dei Bambini-Storia di Bi”, Claudia Lilli, ed. Bertoni Junior, 2021



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