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24 Marzo, 2024

Adozione ieri e oggi

L'articolo analizza il cambiamento dal punto di vista sociale dell'approccio al tema dell'adozione in Italia e i vari pregiudizi che hanno riguardato le famiglie e figli
ItaliaAdozioni
insieme a favore di una migliore cultura dell'Adozione e dell'Affido

Adozione, un sostantivo inflazionato

Adozione. E’ un sostantivo largamente utilizzato: adozione di un albero, di un libro di testo, di un cane, di leggi speciali, di un parco, di un provvedimento, e così via.

 Si può, così, assimilare una persona a un libro di testo, a un cane, a un albero, a un provvedimento, a un parco?

Non credo proprio, è quantomeno sminuente, certamente offensivo, ma rientra nel mare magno dei significati insignificanti, dell’uno vale uno, dell’uno vale l’altro, della mediocrità di massa che ha portato a una contrazione del numero di vocaboli utilizzati nella lingua parlata e scritta.

Adozione come sostantivo inflazionato, sommato a un mancato legame di sangue, sommato a definizione vero-finto padre-madre: tre indizi creano un colpevole. Un colpevole che deve difendersi. Difendersi dal pregiudizio. Ne sono conscio: i bambini adottati dovranno, forse per sempre, difendersi da un pregiudizio. 

Il pregiudizio

Perché l’uomo medio è alla continua ricerca di diversità da mettere all’indice? Forse per comodità: non richiede fatica puntare l’attenzione sull’altro piuttosto che su sé stessi. 

Se poi l’altro non è assimilabile alla linea mediana del genere umano, ovvero diverso dalla stragrande maggioranza, allora è ancora meno faticoso il processo di allontanamento del diverso, perché ci si accoda al consenso della suddetta maggioranza, seguendo la scia del giudizio, senza spreco di energie. 

Il pregiudizio, d’altronde, è il comune denominatore in varie situazioni di percepita diversità a sfavore di un individuo per una sua disabilità, per il colore della pelle, etc. 

Rientriamo, quindi, con l’adozione, nel grande pianeta della diversità: nella fattispecie è il dualismo concettuale tra figlio biologico e figlio adottivo a solleticare menti sopraffine. Ho cercato di liquidare, nonché sdrammatizzare la questione con l’enunciazione di un mio teorema: “La consanguineità a volte è penalizzante” (perché un idiota può dar vita a un idiota, perciò, in alcuni casi, meglio evitare le linee di sangue. Senza riferimento alcuno, in apparenza, all’interlocutore preda del dualismo concettuale sopra citato. Altrimenti potrei essere io a essere tacciato di costruzione di pregiudizi…). 

Dal pregiudizio alla demonizzazione 

Ricordo ancora perfettamente la demonizzazione che avvolgeva Leo, un bambino adottato negli anni Sessanta, mio coetaneo. Siamo a Roma, quartiere Montesacro, dove sono nato e cresciuto.  Le chiacchiere su di lui si accumulavano e si rincorrevano: i genitori adottivi non potevano avere figli, poveracci…, quindi si erano recati il più lontano possibile, lontano da occhi curiosi, per non dare adito a indiscrezioni. Andarono fino in Sicilia, in un orfanotrofio sperduto. Scelsero quello che sembrava loro il bambino meno peggiore, aveva solo la testa più grande della norma. Gli altri bambini, in un recinto per essere visionati ed eventualmente scelti, erano mostriciattoli! Queste erano le voci di popolo. Leo era un bambino violento, tutti noi avevamo paura di lui.  La sua cattiva fama si era amplificata e aveva oltrepassato i confini dell’isolato.

Cattivo e ingrato: i suoi genitori adottivi erano da compatire. Aveva rovinato loro l’esistenza. Le voci dicebvano: “Due brave persone, oneste, casa e lavoro. Si stanno dissanguando per lui. Li fa impazzire. Sicuramente ruberà dentro casa.  Chi gliel’ha fatto fare?  Un giorno o l’altro li ammazza mentre dormono.  Si vede che è stato adottato: è cattivo di natura”.      

Precauzione numero uno per noi bambini: stare alla larga da lui. “Non vedi che ce l’ha col mondo intero? E’ pericoloso come una belva.  Per un nonnulla ti aggredisce, ti spintona e poi inizia a picchiare come un pazzo.  Si porta la rabbia dentro, chissà di chi è figlio? Di un delinquente, sicuramente.”

Cosa è cambiato negli ultimi cinquanta anni   

La mia esperienza personale, in qualità di genitore adottivo, è iniziata nel 2001 con l’ottenimento dell’idoneità rilasciata dal Tribunale per i Minorenni. Rispetto a cinquanta, sessanta anni fa, l’approccio della società verso i bambini adottati e i genitori adottivi è certamente cambiato: il bambino adottato non è più considerato, in modo plateale, come il mostro da scansare, come il massacratore di bambini “normali”, come abbiamo appena visto essere stato nei confronti di Leo.

I genitori adottivi oggi sono conosciuti come tali, c’è una loro piena identificazione, perché seguono un iter predeterminato, alla luce del sole e spesso molto lungo. 

Prima, durante e dopo l’iter c’è una condivisione delle speranze, delle aspettative, dei momenti felici o duri da accettare, con amici, parenti, colleghi e con le figure dei Servizi e dell’Ente a cui ci si è affidati. 

In quel lontano passato, invece, con le dovute eccezioni, i futuri genitori adottivi agivano nell’ombra, direi clandestinamente, per individuare un bambino da adottare, senza la mediazione di Enti preposti, recandosi direttamente negli orfanotrofi o negli istituti. Senza una verifica della loro idoneità ad accogliere e far crescere un bambino. 

Era meglio non far sapere che sarebbero diventati genitori al di fuori del legame di sangue, perché pressoché immediata sarebbe scattata su di loro la marchiatura a fuoco di “madre non vera”, “padre non vero” e soprattutto “figlio non vero“: per questo motivo era preferibile prendere in adozione un neonato, così pareva “più facile” non destare sospetti di provenienza al di fuori del naturale concepimento.

Un altro aspetto fondamentale che caratterizzava il mondo dell’adozione, sempre con le dovute eccezioni, nel periodo degli anni sessanta, settanta a cui faccio riferimento, è quello dell’omertà all’interno della famiglia: il patto omertoso tra moglie e marito veniva stretto per evitare di far sapere al figlio che era stato adottato. Intere vite sono trascorse nella certezza di essere figli naturali, tranne quando o per pura casualità si trovava un documento in un cassetto, o si richiedeva un certificato in Comune in vista del matrimonio: erano eventi dirompenti che portavano a rotture, spesso irreversibili, del rapporto tra genitori adottivi e figli, che si scoprivano adottati a venticinque/trenta anni di età. 

Nella mia esperienza personale, in accordo con mia moglie Caterina, fin da subito si è voluto dare ai nostri due figli la consapevolezza che il loro Paese d’origine è la Lituania e che hanno trascorso il loro primo periodo di vita in un istituto. Noi siamo i loro genitori perché li stiamo accompagnando nella crescita. I genitori “cosiddetti biologici” sono altri, ma la biologia poco ha a che vedere con la genitorialità. 

Quindi l’omertà di cinquanta anni fa è stata sostituita dal coinvolgimento e dalla consapevolezza. Una trasformazione di approccio notevole. Anche per questo i genitori adottivi sono chiamati a formarsi: se un tempo l’adozione veniva proposta come seconda nascita che “annullava” la prima, adesso si raccomanda di “cucire” il prima con il dopo, perché la vita è un continuum che va preservato.

Preconcetti duri a morire

Molti aspetti sia formali che sostanziali sono cambiati negli ultimi cinquanta anni nel mondo dell’adozione. 

La società, grazie a un migliore tenore culturale rispetto al passato, oggi tende ad adottare un approccio più “sottotraccia”, non più informato da plateale ignoranza e conseguente pregiudizio nei confronti di genitori adottivi e figli adottati. Il precedente approccio è stato sostituito in molti contesti da una modalità subdola di pregiudizio verso le famiglie adottive. 

E’ sufficiente, a tale proposito, ricordare recenti esempi di dubbi e insinuazioni sollevati in alcuni programmi televisivi e da alcuni personaggi dello spettacolo circa il concetto di veri padre, madre, figli, cioè quelli biologici, rispetto a non veri padre e madre, figli , cioè quelli adottivi…

Stefano Giometti

Diario di un’adozione, S. Giometti, Midgard Editrice, 2023

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