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21 Settembre, 2025

L’adozione come scelta generativa

Resoconto dell'intervento della Professoressa Rosa Rosnati, Professore ordinario di Psicologia sociale presso Università Cattolica del Sacro Cuore, all’evento formativo di ItaliaAdozioni e del GNLBM sul tema L’adozione oggi: la necessità di una rete competente ed efficace.
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Gli interventi sull’adozione devono essere multidisciplinari e fondati sulla ricerca scientifica, perché solo così possono risultare solidi ed efficaci.

A partire da questa considerazione, la Professoressa Rosa Rosnati, Docente di Psicologia sociale, presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, è intervenuta nel corso della giornata formativa “L’adozione oggi: la necessità di una rete competente ed efficace“, tenutasi presso l’Ospedale San Carlo di Milano e organizzata dall’Associazione ItaliaAdozioni con il Gruppo di Lavoro Nazionale per il Bambino Migrante della Società Italiana di Pediatria.

L’intervento della Professoressa Rosnati si è concentrato nel fornire risposte a quattro domande che emergono dallo studio e dalle ricerche sulla letteratura sull’adozione:

  1. I bambini adottati rappresentano una categoria a rischio?
  2. Quali sono le possibilità di recupero?
  3. Quali sono i fattori di rischio e quelli che invece favoriscono il benessere degli adottati?
  4. Cosa abbiamo imparato dalle ricerche sulle crisi adottive?

I bambini adottati sono a rischio?

I bambini adottati presentano un rischio maggiore di problematiche emotivo-comportamentali e una crescita fisica più rallentata rispetto ai coetanei non adottati. Tuttavia, il rischio è inferiore rispetto ai bambini che rimangono in istituti o comunità residenziali. In altre parole, l’ingresso in una famiglia adottiva rappresenta un importante fattore in grado di invertire la traiettoria negativa di sviluppo associata alla permanenza in contesti istituzionali.

Quali sono le possibilità di recupero?

Il recupero dei bambini che partono da una situazione iniziale di svantaggio è spesso sorprendente. A conferma del valore trasformativo dell’adozione i minori adottati mostrano un miglioramento significativo nello sviluppo fisico, cognitivo e psicologico. Inoltre, la ricerca evidenzia che le dimensioni dello sviluppo – fisico, cognitivo, affettivo – recuperano con tempi differenti: maggiori per i fattori psicologici e legati allo sviluppo dell’attaccamento e minori per le dimensioni fisiche.

Quali sono i fattori che riducono e quelli che favoriscono il benessere degli adottati?

Tra i principali fattori che minano il benessere dei minori adottati, le ricerche si soffermano sull’esposizione prenatale a sostanze e ad alcol, l’istituzionalizzazione prolungata, le ospedalizzazioni, i traumi e l’instabilità nei collocamenti. Tutti elementi che compromettono la costruzione di un senso di sicurezza e continuità nel bambino. Inoltre, i dati indicano che ogni anno trascorso in istituto equivale a un ritardo di 3-4 mesi nella crescita psicofisica.

L’importanza dell’apertura comunicativa

Tra i fattori che invece favoriscono il benessere degli adottati c’è sicuramente l’openess in adoption comunication (l’apertura comunicativa sull’adozione). Aprirsi alla comunicazione sull’adozione non vuol dire solo parlare della storia adottiva, ma consiste nel fatto che genitori e figli condividano tra di loro emozioni e pensieri legati all’adozione, con l’obiettivo di costruire significati condivisi legati a quest’ultima. Parlare con i figli della propria storia adottiva sin da subito, significa restituire valore a ogni capitolo della loro vita, anche a quelli precedenti all’ingresso in famiglia. Questo gesto significa offrire continuità al loro vissuto, aiutandoli a dare senso al passato e, insieme, scrivere le nuove pagine della loro storia come famiglia. Questo processo è fondamentale per la costruzione e integrazione della propria identità personale ed adottiva, bisogno essenziale per lo sviluppo equilibrato e per mantenere continuità del sé.

Identità etnica e appartenenza culturale

Un altro elemento fondamentale nella costruzione dell’identità degli adottati è sicuramente quello relativo all’importanza di costruire e mantenere in modo positivo la propria identità etnica. Mantenere salde le proprie origini è importante per la continuità del proprio senso identitario e per lo sviluppo di una “identità duale”, ovvero l’integrazione tra identità etnica d’origine e l’appartenenza alla nuova famiglia e comunità. Lo sviluppo dell’identità duale è un fattore associato al maggior benessere ed autostima nelle persone adottate.

Cosa abbiamo imparato dalle ricerche sulle crisi adottive?

Le ricerche sui fallimenti adottivi hanno messo in evidenza che non esiste mai una sola causa all’origine di una crisi: le difficoltà emergono sempre dall’interazione multifattoriale di caratteristiche del minore, della famiglia adottiva e dei servizi coinvolti.

Tra i fattori di rischio legati al bambino, emergono in modo ricorrente problemi comportamentali, storie di abuso sessuale, età avanzata al momento dell’adozione, presenza di bisogni speciali (special needs), alto numero di collocamenti preadottivi, e in alcuni casi il genere.

Sul versante della coppia adottiva, risultano critici invece gli stili educativi rigidi, motivazioni discordanti o fragili, aspettative scolastiche elevate, e più in generale una preparazione inadeguata rispetto alla genitorialità adottiva. È essenziale che i genitori adottivi siano capaci di sviluppare anche competenze di tipo terapeutico, perché ogni bambino adottato porta con sé, in misura diversa, gli esiti di eventi traumatici.

Sul fronte dei servizi coinvolti, troppo spesso il sistema si limita a momenti frammentati e discontinui: scarsa preparazione degli operatori, assenza di integrazione tra i servizi, insufficiente supporto post-adozione, informazioni parziali o omesse. Il risultato non è solo l’aumento del rischio di fallimenti adottivi, ma la perdita di una preziosa occasione di costruzione di benessere relazionale e sociale.

Take home message: l’importanza dell’intervento multiprofessionale

Nel percorso adottivo, l’intervento multiprofessionale non è un’opzione, ma una condizione imprescindibile. Dall’abbinamento iniziale fino, se necessario, all’accompagnamento dell’intero ciclo di vita adottivo, la qualità della presa in carico dipende dalla capacità di coinvolgere competenze diverse, coordinate e continue.

Esperienze internazionali, come quella dell’Ospedale Sainte-Anne di Parigi, mostrano che équipe multidisciplinari stabili e integrate possono garantire un accompagnamento competente e continuo. In Italia, tuttavia, manca ancora una cultura di presa in carico condivisa, dove ogni figura professionale si senta parte attiva di un disegno comune.

Non possiamo dimenticare che tutti i bambini adottati portano con sé una storia di separazione e trauma. Per questo, chi si occupa di adozione in ogni fase deve essere formato, aggiornato e consapevole.

L’adozione non rappresenta un gesto privato ma un’impresa collettiva, un atto generativo che richiede una responsabilità sociale condivisa. È la comunità – professionale, educativa, istituzionale – a dover diventare parte attiva del progetto adottivo. Solo così potremo davvero costruire percorsi familiari capaci di accogliere, trasformare e restituire ciò che il trauma ha sottratto.

Critina Fraschetti

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