Condividi
19 Novembre, 2023

Adozione: ricerca di amore e di identità

Un papà racconta la sua visione dell'esperienza adottiva
ItaliaAdozioni
insieme a favore di una migliore cultura dell'Adozione e dell'Affido

Diventare genitori adottivi, iniziare un percorso così complesso e dare vita a una nuova famiglia, porta con sé un grande carico di emozioni, riflessioni e anche difficoltà.

Significa pure mettersi in discussione a ogni passo, aprire un canale di dialogo profondo con sé stessi, la propria compagna o compagno e talvolta anche con altre famiglie che hanno intrapreso un percorso simile.

Da genitori adottivi, mia moglie ed io ci siamo chiesti più volte: “Che cosa significa essere genitori? Cosa accomuna i figli e i genitori adottivi? L’amore è sufficiente per guarire le ferite dell’abbandono?”.

Che cosa significa essere genitori

Nell’immaginario collettivo la genitorialità è genesi. Ciò che rende una famiglia tale, e il legame tra genitore e figlio indissolubile, è dunque la biologia: vi è un legame “di sangue” che nessuna circostanza può rompere e che presuppone amore incondizionato, accudimento e protezione.

La realtà, però, si discosta molto da questa visione romantica della genitorialità e della famiglia.

Non basta l’appartenenza biologica per sentirsi amati, riconosciuti, rispettati e visti. Non tutte le famiglie costituiscono un porto sicuro. La famiglia può essere anche un luogo di violenza, conflitto, sofferenza e abbandono.

Essere genitori dunque dovrebbe avere a che fare con la cura, più che con la genesi: mi prendo cura di te, ti supporto, ti guido, cammino al tuo fianco e ti accetto a prescindere da quanto c’è di me in te.

Cosa hanno in comune genitori e figli adottivi?

L’eredità genitoriale che ognuno di noi porta con sé non è solo strettamente genetica e biologica, ma anche esperienziale.

Tutto ciò che viviamo in famiglia fin da piccoli – con mamma, papà, fratelli e sorelle, zii e/o nonni – ci forma come persone, costruendo il nostro personale bagaglio di valori, abitudini e tradizioni; un insieme di cose che dicono chi siamo al mondo, che concorrono a definire la nostra identità e a nutrire il nostro senso di appartenenza.

I figli adottivi il più delle volte si ritrovano a dover colmare un vuoto – la conoscenza del proprio passato e delle proprie radici – faticando così nel costruire la propria identità. Ed è proprio nella ricerca dell’identità che figli e genitori adottivi spesso si incontrano. I primi guardando al passato, i secondi al futuro.

Tra le coppie che ricorrono all’adozione in prima istanza e quelle che giungono a questa scelta, perché impossibilitati a concepire, i secondi sono senza dubbio in maggioranza. Pertanto i genitori adottivi devono fare i conti con un’aspettativa delusa e reinventare l’idea che avevano non solo di sé stessi come genitori, ma anche dei figli che avrebbero avuto.

Adozione e burocrazia

Nonostante il fine dell’adozione sia tra i più nobili, questa risente di un lungo e ostico iter burocratico, che costituisce per alcune coppie una vera e propria prova di resistenza, per altre un deterrente.

Gli aspiranti genitori vengono sottoposti a una complessa valutazione – psicologica, economica, relazionale – finalizzata a stabilirne l’idoneità: devono essere in grado di accogliere, educare, istruire, mantenere i minori che intendono adottare, fronteggiando le eventuali difficoltà.

Dopo essere stati valutati idonei, i futuri genitori vengono abbinati al proprio bambino – secondo criteri sui quali le parti coinvolte a volte non hanno voce in capitolo – e si avviano al delicato ed emozionante percorso di conoscenza.

Percorso delicato e talvolta doloroso. Capita infatti di ritrovarsi in contesti difficili – orfanotrofi, case famiglia – dai quali non si può che uscire provati. Difficilmente ci si dimentica (anche una volta tornati a casa) dei bambini che non trovano famiglia e che restano negli orfanotrofi. Ognuno di loro merita di essere portato via da lì.

Né io né Carola, mia moglie, dimenticheremo mai le difficoltà incontrate e le prove superate per adottare nostro figlio. Esperienza che spinge a una riflessione: cosa accadrebbe se tutti i genitori biologici fossero sottoposti ai controlli di idoneità che invece interessano i genitori adottivi?

Con molta probabilità si sgretolerebbe la convinzione sociale che vede la filiazione naturale come origine dell’istinto materno-paterno o meglio dell’inclinazione autentica alla cura.

L’amore guarisce le ferite legate all’abbandono?

L’abbandono, il maltrattamento da parte dei genitori biologici o la mera trascuratezza riservata ai bambini negli orfanotrofi, creano ferite profonde e difficili da guarire. Anche se vissute nella prima infanzia, queste ferite tendono a permanere anche in seguito all’adozione e a influenzare negativamente lo sviluppo emotivo e comportamentale, l’adattamento sociale e l’apprendimento del bambino.

Nel nostro caso abbiamo notato e continuiamo a notare una dilatazione dei tempi di maturazione dei ragazzi adottati. L’iniziale inserimento nel nuovo tessuto familiare, la presa di coscienza e la conseguente accettazione dello status di figlio adottivo e il processo di inclusione nelle nuove realtà sociali (ad esempio, la scuola) costituiscono delle tappe difficili.

Abbiamo, inoltre, osservato quanto rimanga, nonostante il superamento di queste importanti tappe, una sorta di velata frustrazione e una scarsa autostima.

L’amore dei genitori adottivi, dunque, da solo non può guarire le ferite di un figlio adottivo. In molti casi, questi ragazzi hanno bisogno di intraprendere un percorso psicologico volto a costruire la propria identità e autostima.

Conclusioni

Adottare, nonostante tutte le difficoltà burocratiche, rimane un’esperienza umana valevole e pazzesca.

Un antico proverbio africano recita “per crescere un bambino serve un intero villaggio” e un altro vecchio detto recita “I figli non sono di chi li fa, ma di chi li cresce”.

In un’epoca non molto lontana, specie nel sud dell’Italia, capitava che coppie che non riuscivano ad avere figli (o perché più abbienti) accoglievano nelle proprie case i figli di altri, provenienti da famiglie particolarmente numerose. Si trattava di una sorta di “adozione consapevole” che, senza l’intervento delle istituzioni, consentiva all’adottato di crescere e avere tutto il sostentamento necessario, mantenendo i rapporti con la famiglia biologica.

Una consuetudine questa che necessitava senza dubbio di una regolamentazione e dell’intervento delle istituzioni. Ma, alla base c’era un principio nobile: nessun bambino merita di essere abbandonato, ma intorno a esso deve crearsi una rete di protezione che coinvolga tutti, a prescindere dai legami biologici. La mamma, il papà, i nonni, gli zii, gli insegnanti, i vicini, tutta la comunità può e deve avere un ruolo nella formazione e nella crescita dei bambini.

L’istituto dell’adozione ha, in quest’ottica, un enorme potenziale.

Bisogna diffondere la cultura dell’adozione, valorizzare il legame adottivo, riconoscere l’esistenza di una famiglia “diversa” e altrettanto valida, nella quale, i membri che la compongono, possono non somigliarsi, possono avere origini e idee diverse, ma che ogni giorno costruiscono insieme la propria identità familiare, frutto di ascolto, confronto, comprensione e, perché no, affinità elettive.

Antonio Bonagura

Portami via da qui, Antonio Bonagura, La Caravella Editrice, 2023

0 commenti

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Ultimi articoli