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06 Marzo, 2022

Affido, una nuova solidarietà tra famiglie

L’affido come forma di solidarietà fra famiglie nella quale il minore è al centro. Una ricerca condotta da Università Cattolica e Centro affidi Verona.
Roberta Cellore
Mamma adottiva, curatrice del libro “Cara adozione”

Nel mondo dell’affido c’è un risveglio. Se è vero che, dopo il Covid, in alcune zone d’Italia vi è stato un crollo delle famiglie affidatarie disponibili, è altrettanto palese che in altre zone si assiste ad un maggiore interesse di fare famiglia attraverso questo diverso modo di stare assieme, nel rispetto del bambino, ma anche della famiglia di origine. Compito delle istituzioni è quello di diffondere la cultura dell’affido per far emergere la voglia di genitorialità che in alcuni nuclei è latente, nonostante l’incertezza e la presenza di altri figli.

Questa la conclusione integrata di due ricerche concluse nel 2021, la prima sull’esperienza delle famiglie affidatarie al tempo del COVID-19, condotta da alcune ricercatrici dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, coordinate dalla professoressa Raffaella Iafrate – professore ordinario di Psicologia Sociale, docente di psicologia dei legami familiari, psicologia delle relazioni interpersonali e sociali e psicologia dell’adozione, dell’affido e dell’enrichment familiare; la seconda sulla “soddisfazione” di 44 famiglie affidatarie veronesi, realizzata dagli operatori del Centro per l’Affido di Verona.

  1. Affido e Covid 19, la ricerca dell’Università Cattolica

L’Università Cattolica ha voluto supplire ad una carenza di informazioni sulle famiglie affidatarie durante il Covid, realtà ancora poco esplorata. L’indagine qualitativa condotta su 13 famiglie (9 mamme e 4 papà) ha portato alla luce che il Covid, oltre alle difficoltà della gestione familiare, ha fatto scoprire nuove risorse e modi di stare assieme in famiglia. Ciò vale per tutti i nuclei familiari, ma le famiglie affidatarie hanno saputo trovare risorse e soluzioni inaspettate. Anche i bambini e i ragazzi, in alcune situazioni, hanno riscoperto il piacere di stare con mamma, papà e fratelli.

Il punto di vista delle famiglie.

Le strategie messe in campo per vivere meglio in casa sono state in sintesi:

1) la rimodulazione della quotidianità,

2) la ricerca di soluzioni di convivenza condivise tra grandi e piccoli,

3) l’allenamento a sviluppare una visione positiva,

4) la gestione dell’ansia e preoccupazione sia per quanto riguarda il nucleo in sé, sia per la famiglia allargata (nonni e famiglia di origine). Per quanto riguarda quest’ultima, non sempre i contatti sono stati possibili, perché non sempre le famiglie naturali avevano a disposizione strumenti tecnologici adeguati. Alle famiglie affidatarie è mancato pure il contatto con i gruppi di mutuo aiuto e, a volte, i Servizi Sociali sono risultati latitanti, anch’essi in affanno nella fase di riorganizzazione del lavoro di équipe a distanza.

Un capitolo a parte è stato riservato agli adolescenti. Al di là delle deprivazioni che combaciano con il gruppo adolescenti in generale (costrizione a casa, mancanza di contatto fisico con i pari, assenza di attività sportive…), colpisce, in particolare, che molti di loro si siano trovati bene in DAD e abbiano migliorato le loro prestazioni scolastiche. Ciò fa sorgere la domanda di quanto lavoro ci sia da fare nello sviluppo della cultura dell’accoglienza a scuola e di quanto ancora il dialogo tra Servizi e Scuola sia da rafforzare in un’ottica di reale supporto alle famiglie affidatarie e ai minori.

Un altro scoglio per le famiglie affidatarie è stato la gestione del raggiungimento della maggiore età dei ragazzi in affido, periodo delicato in cui il giovane deve decidere della sua vita da adulto.

Secondo le ricercatrici, però, la valutazione complessiva è comunque positiva e sovverte la letteratura che vorrebbe fare di questo periodo un’esperienza prevalentemente negativa: le famiglie affidatarie, in alcuni casi, si sono rafforzate, scoprendo nuove risorse e maggiore unità tra i componenti.

Il punto di vista degli operatori

Sempre nella stessa ricerca, alla visione delle famiglie si è aggiunta quella degli operatori (10 tra assistenti sociali e psicologi). Anche per loro le famiglie affidatarie avrebbero restistito meglio del previsto e, contrariamente alle aspettative, sarebbe nato un nuovo interesse per l’affido all’interno della società.

Come sempre ogni fenomeno porta luci ed ombre e la situazione di crisi, che colpisce un componente della famiglia, si riversa sull’intero nucleo. Prendere in carico tutta la famiglia per un percorso psicologico, e non patologizzare il singolo individuo, è la strada da percorrere. Come quella di rafforzare la fiducia tra famiglia e operatori e porre sullo stesso piano in uno scambio solidale, come vasi comunicanti, la famiglia di origine e quella affidataria, per il bene del minore. Per crescere un uomo e una donna, infatti, non basta la funzione educatrice e di cura (ruolo degli affidatari), ma c’è bisogno di essere inseriti in una storia che è quella familiare (famiglia di origine). In questa direzione, la pandemia, ha fatto riemergere la rivalutazione del legame biologico proprio dalla sua assenza e distanza.

Lacuna consapevole di questa ricerca è la mancanza del punto di vista della famiglia d’origine.

2. Indagine sulle famiglie affidatarie, le ricerca del C.A.S.F. di Verona

Dopo vent’anni di attività l’équipe del C.A.S.F. (Centro per l’Affido e la Solidarietà Familiare) di Verona ha ritenuto opportuno interrogarsi sul “grado di soddisfazione” delle famiglie affidatarie rispetto alla loro esperienza, anche per capire quali criticità hanno incontrato nel complesso incrocio di ruoli, compiti e responsabilità tra i diversi attori e quali proposte hanno da suggerire per migliorare l’accoglienza di minori.

Delle 44 famiglie intervistate, il 60% sta facendo esperienza di affido residenziale e il 34% diurno. Tali famiglie si sono avvicinate all’affido grazie a campagne locali (40,5%), ma è il passaparola l’arma più potente per il 45,2% dei rispondenti; solo il 4,8% si è interessato dopo aver letto articoli sulla stampa. Interessante è anche il dato che le famiglie affidatarie, per oltre il 60%, sarebbero attive in qualche modo nel volontariato, quasi a intravedere un seme che sta per germogliare.

Dai risultati del questionario il C.A.S.F. di Verona ha elaborato delle nuove proposte:

1) la creazione di uno spazio ad hoc per le coppie in attesa che di solito si sentono poco coinvolte nelle problematiche dei gruppi di mutuo aiuto già collaudati;

2) l’avvio di un gruppo di lavoro operatori, coadiuvato da altri professionisti, per rivedere le prassi che non hanno funzionato per quel bambino;

3) la scaletta di un programma di momenti formativi specifici.

Conclusioni

La società ha desiderio di rinascere e ha in sé una forte spinta generativa.

L’affido potrebbe essere uno strumento importante per la distribuzione di talenti e risorse in un’ottica di solidarietà tra famiglie. Le istituzioni devono insistere nella divulgazione della cultura dell’accoglienza per far germogliare risorse ancora sopite.

La scuola deve essere coinvolta in questo processo per agevolare famiglie affidatarie e minori.

Ma qual è la caratteristica più importante di una famiglia affidataria? L’elasticità.

L’attore più importante nell’affido? Il minore.

Il messaggio cardine? Tu sei importante. Tutti gli adulti che ruotano attorno a te vogliono che tu stia bene.

L’affido è un’avventura in cui non sarai mai solo.


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