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21 Aprile, 2024

Autismo e adozione

In Italia, l'incidenza dell'autismo si stima essere di 1 bambino su 77. Maggiore il rischio per i minori istituzionalizzati.
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insieme a favore di una migliore cultura dell'Adozione e dell'Affido

Il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM 5) definisce i Disturbi dello Spettro dell’Autismo secondo due principali criteri: “deficit persistenti della comunicazione sociale e dell’interazione sociale” e “pattern di comportamento, interessi o attività ristretti e ripetitivi”.

Si pone enfasi al concetto di “spettro” come di un continuum che va da deficit più gravi a meno gravi, come ad esempio la Sindrome di Asperger.

I disturbi devono essere presenti nella prima infanzia e causare una compromissione clinica evidente e non spiegabile dalla disabilità intellettiva.

Le cause dell’autismo, oggi, sono ancora sconosciute; si ritiene che possano essere genetiche, ma che concorrano anche cause neurobiologiche e fattori di rischio ambientali.

Di fronte ad un soggetto adottato ed autistico ci si pone la domanda di cosa abbia causato e/o contribuito al manifestarsi di questo disturbo. 

Le tappe cliniche dello sviluppo dell’autocoscienza

Rouchat identifica le 7 maggiori tappe di sviluppo.

La prima avviene già prima della nascita nel terzo trimestre di gravidanza, in cui è già sviluppata l’esperienza tipo del dolore e dell’orientamento del corpo. In altre parole, alla nascita abbiamo già uno schema corporeo implicito e nelle prime settimane di vita, da neonati, mostriamo i segni di questa immagine corporea. Questa abilità è la base per la partenza organizzativa del neonato nel mondo. Una diminuzione delle stimolazioni corporee materne ha, come conseguenza, lo sviluppo di chiusura con gli oggetti e con le persone, che si accentuano con la tappa successiva.

La seconda tappa, che si sviluppa nel secondo mese, è il periodo dei sorrisi, dell’agganciamento faccia a faccia per lo scambio di affettuosità. Nel caso venisse a mancare questa risposta emozionale, si può evolvere verso segni precursori dell’autismo.

La terza tappa, fra i 3 e i 9 mesi, è caratterizzata dall’attenzione ai partner sociali, agli oggetti e agli eventi. Questa fase di transizione è rivoluzionaria per un nuovo metodo comunicativo verso gli altri ed entra nel gioco simbolico umano. Anche la perdita di questa fase potrebbe preludere alla comparsa di segni dell’autismo.

La tappa quarta, intorno ai 14 mesi, è caratterizzata dalla proiezione: inizia una vera imitazione e non una emulazione delle azioni degli altri. Un non significativo sviluppo di questa fase comporta l’evoluzione verso una patologia dello spettro autistico.

La tappa quinta, intorno ai 21 mesi, è caratterizzata dalla rappresentazione di sé stessi nei confronti degli altri (ci si riesce a distinguere davanti allo specchio).

La sesta tappa, intorno ai 36 mesi, diventa strategica e permette di iniziare a identificare i lati positivi e negativi rispetto agli altri.

L’ultima tappa, intorno ai 5 anni, è quella dell’etica e dei paradossi morali. A cinque anni un bambino cerca di percepire gli spazi morali come parte della propria identità e di sviluppare il percorso intrapreso dalla gestazione. In questo modo è pronto per una scolarizzazione basata su una cultura indipendente.

Gli studi sulla correlazione tra adozione e autismo

Una pubblicazione di Jonathan Green del 2016 ha preso in esame 60 famiglie con figli adottati dell’età di 6 – 11 anni e li ha sottoposti ad un questionario per segni e sintomi dello spettro autistico. 21 su 54, di quelli che hanno risposto (39%), sono risultati positivi. In particolare 6 (11%) con Disordine Autistico (di cui 3 con criteri positivi per autismo), 10 (18,5%) quasi autistico, 5 (9%) falsi positivi.

Nel lavoro di Green, inoltre, emerge una correlazione fra coloro che hanno un’anamnesi positiva per maltrattamenti e il fenotipo autistico. 

I tre casi di autismo conclamato, infatti, provenivano da famiglie con storia di autismo e disabilità mentale e, anche se erano stati tolti all’esposizione quasi subito, il danno era prenatale. Gli altri tre casi non avevano familiarità per autismo, ma problematiche legate alla salute mentale con avversità sia prima che dopo la nascita, compresi i maltrattamenti.

Infine dei 10 casi con “quasi autismo”, 5 presentavano esposizione all’alcool prenatale, 1 bambino aveva Sindrome feto alcoolica, 4 avevano storia di assunzione di droghe in gravidanza. Di questi 10, 7 bambini venivano da famiglie oltre che problematiche anche maltrattanti.

Lo studio di Rutter del 1999 ha preso in esame 165 bambini, a 6 anni dall’adozione, adottati internazionalmente in Inghilterra e provenienti da strutture in Romania. Di questi, il 6,3 % presentava un “Quasi autismo” (difficoltà nelle relazioni sociali, mancanza di contatto visivo, preoccupazioni sensoriali ad esempio acustiche, intensi interessi circoscritti). A 11 anni, il 75% presentava una persistenza dei disturbi, mentre il restante 25% mostrava un “disturbo da impegno sociale disinibito”.

Dimigen nel 1999 su 70 bambini tra i 5 e i 12 anni, descrisse un atteggiamento autistico nel 26%.

Ford nel 2007 ha effettuato una ricerca nazionale su 1253 bambini tra i 5 e 17 anni in Gran Bretagna e ha rilevato una prevalenza di sintomi tipo l’autismo nel 2,6%, ma non clinicamente caratteristici.

Sadiq nel 2012, su 35 bambini tra i 5 e gli 8 anni con maltrattamenti precoci descrisse un “disordine reattivo di atteggiamento” nel 46%.

Discussione

Dagli studi emerge l’importanza delle tappe di formazione della coscienza, anche nel periodo prenatale, non solo per quanto riguarda l’eventuale uso di sostanze, ma anche per il tipo di accudimento al feto in gravidanza. Gli studi mostrano inoltre come colloqui e carezze aiutino, soprattutto nella prima tappa, a formarsi in modo completo.

In Italia si stima che il disturbo autistico interessi 1 bambino su 77.

Nel caso di bambini cresciuti in famiglie problematiche, di bambini maltrattati, di bambini che hanno trascorso un periodo della loro vita in istituto, si evidenzia un blocco anche delle altre tappe della sfera del neurosviluppo, con la conseguenza di una più alta incidenza di disturbo autistico. Di conseguenza i genitori adottivi si trovano a dover gestire un doppio carico: emotivo e psichico.

Il ruolo del pediatra di famiglia è essenziale per attivare il percorso diagnostico, per individuare tempestivamente i sintomi e per indirizzare la famiglia dallo specialista.

Occorre sostenere con professionisti qualificati il cammino delle famiglie adottive, accompagnando sia i genitori che i figli nella conoscenza e nella cura dell’autismo con interventi multimodali.

Cristina Zacchè

pediatra, psicologa

Bibliografia:

  • Autism spectrum disorder in children adopted after early care break down, Jonathan Green, pubbicato su Journal Autism Development Disorder, 2016.
  • Clinical Pointers from Developing Self – awareness, pubblicato su Development Medicine and Child Neurology, 2020.

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