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06 Luglio, 2021

Chiara, un’adozione particolare

Una donna rimane incinta. È giovane, ed è sola. Non abortisce. Ci sarà un altro compagno, accanto a lei, che deciderà di adottare questa bambina, nata da un altro uomo, per esserle padre.
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Adozione particolare, amore, accoglienza, consapevolezza, in questo nuovo articolo del dottor Augusto Bonato, psicologo-psicoterapeuta, già giudice onorario al Tribunale per i Minorenni di Milano

Una gravidanza prematura

Giovanna era molto giovane quando rimase incinta di Chiara. Era fidanzata da qualche mese con un ragazzo che frequentava la stessa società sportiva di atletica leggera. Con grande trepidazione e imbarazzo gli comunicò “la cosa”. Lui, spaventato, irrigidito replicò: “Non me la sento di diventare padre. Non posso, non ce la faccio. Questo bambino non lo voglio. E poi, mi devo laureare fra un paio d’anni. I miei direbbero che sono fuori di testa… Ma  perché non lo abortisci? Ti conviene. Non ti complichi la vita, ti risparmi un sacco di casini”. Giovanna non si aspettava una reazione come questa. Delusa, offesa e molto amareggiata replicò: “Io, invece, non me la sento di abortire. Questo bambino io lo voglio, lo tengo e lascio te. Non farti più vedere. Non venire più a cercarmi”.

I suoi genitori, alla notizia, si mostrarono molto freddi con lei  e le mossero dei  rimproveri. Un po’ di tempo dopo il rapporto fra loro si fece più sereno e sostennero la figlia nel suo progetto.

La vicinanza di un altro uomo

Nel periodo difficile nel quale  si sentiva sola, piena di pensieri e di preoccupazioni per il futuro che l’aspettava le rimase vicino solo Paolo, un altro ragazzo del gruppo sportivo. Le  volle bene, le fece compagnia lungo tutta la gravidanza.  E la portò all’ospedale quando ebbe le doglie. Entrò con naturalezza in sala parto assieme a Giovanna. Tutti  ritennero che fosse suo marito.

Andò tutto bene. Nacque una bambina. La posarono sul seno della madre. Smise di piangere e si assopì. Dopo un po’ la posero anche fra le braccia di Paolo che la strinse con delicatezza, le sfiorò la fronte con un bacio, la rimise in grembo alla mamma.

L’ostetrica domandò quale nome avessero pensato per la piccola. Giovanna rispose: “Chiara” e aggiunse il proprio cognome.

Ci fu un attimo di stupore in sala parto: l’ostetrica indicò il giovane che le era accanto con uno sguardo interrogativo. La madre spiegò: “Lui?! Lui è Paolo, un mio grande amico, non è il padre di Chiara”. Non ne seguì alcuno scandalo.

Fin da principio Paolo si comportò proprio come fosse il padre della bambina. Poco a poco, si “sentì” tale, quello che l’aveva vista nascere e, prima ancora, crescere nel grembo di sua madre.

Chiara, la mamma e Paolo vissero fin da subito nella stessa casa, come una famiglia vera.

Dopo tre anni i due si sposarono.

Di lì a poco si annunciò una nuova nascita. Questa volta era un maschietto che chiamarono Filippo e portava il cognome del padre. Chiara, pur mostrando gelosia nei confronti del fratellino, si sentiva fiera di essere “una piccola mamma” per lui e di fare come i “grandi”.

Frequentava il secondo anno della scuola materna e Filippo cresceva bene.

Il clima in famiglia era allegro. Paolo  si sentiva padre di Chiara e di Filippo allo stesso modo, senza alcuna predilezione per il figlio biologico.

Le famiglie dei nonni accompagnavano e aiutavano i giovani genitori  nell’accudire i piccoli quando ne avevano bisogno.

Un’adozione speciale

Paolo, da tempo, in cuor suo, andava maturando un pensiero e una decisione che comunicò a Giovanna: “Vorrei adottare Chiara, se tu sei d’accordo, perché sia “nostra figlia” allo stesso modo di Filippo”. Lei ne fu contenta.

Fecero un’istanza presso il T.M. e si avviarono le procedure previste. Sentirono che si avvicinava  il tempo di informare la bambina di ciò che  stava succedendo e di spiegarle con parole  semplici “la verità” importante che era giusto che lei conoscesse. Immaginavano che questo potesse  essere fonte di dolore, ma  speravano di poterla rassicurare.

Giovanna e Paolo furono convocati alcune volte dagli operatori del consultorio di zona che avrebbero dovuto poi riferire al T.M. la valutazione sulla maturità umana, affettiva della coppia dopo aver conosciuto la storia di vita famigliare, culturale, professionale e sociale ed essersi formati una opinione sulle loro competenze genitoriali. Fu programmata infine una visita domiciliare, per osservare i genitori assieme ai piccoli e cogliere meglio il clima emotivo, educativo delle relazioni che intercorrevano fra di loro.

Durante la visita, ad un certo punto la psicologa chiese a Chiara: “Raccontami un po’ di Paolo.  Com’è Paolo? Come ti senti con lui?”.

Chiara, stupita, replicò: “Come sto con Paolo!? Ma Paolo è il mio papà. E’ bravo”.

Fu allora che Giovanna prese da parte la bambina, chiedendo permesso agli altri. Andarono assieme nella cameretta e la mamma cercò le parole che tante volte aveva pensato di dire alla sua bambina per comunicarle la cosa importante che la riguardava, cosa che fino ad allora non era riuscita a fare. Le spiegò la ragione della visita di quei signori.

“Loro sono qui perché il papà e io desideriamo che anche tu, come Filippo, porti il cognome del papà e non solo quello della mamma.”

“Perché lui sì e io no?”, obiettò la bambina.

Giovanna riprese i discorsi che tante volte aveva fatto assieme a lei su “come nascono i bambini” e su quanto era stato detto anche dalle sue maestre a scuola. E aggiunse: “Quanto ti dico ora è molto importante, forse ti farà dispiacere: non è stato il papà Paolo a mettere il suo semino nella mia pancia quando sei nata tu, è  stato  un altro”.

Chiara si fece triste. Restò in silenzio. Poi riprese: “E chi è allora il mio papà del semino?”

“E’ uno che tu non conosci e che non ti ha voluto come la sua bambina”.

“E come faceva a non volermi se non mi conosceva ancora?… Se lui non mi ha voluta, anche io non  lo voglio. Lui non deve essere il mio papà. …Il papà gioca con la sua bambina, le fa le coccole, la tiene per mano, le fa compagnia, e quando piange la consola, come fa il papà Paolo”.

E qui ancora un lungo silenzio pieno di pensieri. Poi Chiara uscì decisa dalla  cameretta, seguita dalla mamma, e tornò dove gli altri conversavano ancora.

Andò dritta  verso Paolo. Lo guardò fisso  in volto e gli disse: “Papà ti ringrazio perché tu mi hai voluta”.

Augusto Bonato


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