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17 Maggio, 2026

Counseling, un nuovo supporto all’adozione

Il percorso adottivo può essere supportato da dei nuovi strumenti, come quello del counseling, strategia psicologica ed affettiva che può rappresentare un inedito sostegno ai giovani adottati e alle loro famiglie.
Layla Perroni

Il counseling si configura come un intervento professionale di supporto mirato a migliorare la qualità della vita delle persone. Attraverso l’ascolto attivo e il dialogo, questo percorso aiuta a superare momenti di crisi o difficoltà relazionali, stimolando le risorse personali e l’autoconsapevolezza per favorire scelte autonome. Quando si affronta il tema dell’adozione, tuttavia, è fondamentale fare chiarezza sulla natura di questo intervento, distinguendo nettamente la figura del counselor da quella del terapeuta.

Counselor e terapeuta, le differenze tra le due figure

Comprendere a chi rivolgersi è il primo passo per affrontare un percorso efficace:

  • Lo psicoterapeuta è la figura terapeutica a cui affidarsi quando emerge il bisogno di un lavoro profondo di ristrutturazione della personalità. Nel contesto dell’adozione, la terapia si rivela necessaria per i ragazzi che faticano a elaborare la propria storia e presentano blocchi o difficoltà soprattutto emotive. Si tratta di un percorso tipicamente lungo, che scava nel passato e va in profondità per sanare emozioni e situazioni complesse.
  • Il counselor, al contrario, non svolge una funzione terapeutica. Offre un sostegno concreto attraverso percorsi brevi e mirati (generalmente dai 10 ai 15 incontri), pensati per affrontare difficoltà momentanee e attingere alle proprie risorse interiori.

Per il ragazzo adottato, il counseling è uno strumento estremamente efficace quando alle spalle c’è già un percorso di psicoterapia o, comunque, una serenità derivante dall’aver già fatto pace e “sceso a patti” con la propria storia. Lavorare con un counselor non significa ignorare il passato, ma contestualizzarlo nel “qui ed ora”, guardando a come lo si vive oggi. È un lavoro focalizzato sul presente, che fornisce strumenti pratici per accompagnare la crescita personale e ricostruire la fiducia in se stessi, un elemento che spesso vacilla nei ragazzi adottati.

A chi è rivolto il percorso?

Un altro interrogativo comune riguarda le modalità di partecipazione a questi incontri. Il counseling nell’ambito dell’adozione non è necessariamente un viaggio solitario: può essere intrapreso dal singolo, ma può anche trasformarsi in un intervento rivolto alla famigla adottiva.

La scelta della modalità più adatta viene valutata e concordata insieme al professionista, che saprà indicare se sia più funzionale procedere a livello familiare (coinvolgendo genitori e figli nello stesso spazio) o attraverso percorsi separati. L’unico prerequisito essenziale per la riuscita dell’intervento è la presenza di un’armonia di fondo e l’accordo di tutte le parti coinvolte: presupposti indispensabili per permettere al counselor di svolgere il proprio lavoro in modo efficiente e costruttivo.

Direttrice Garrone, spesso i ragazzi adottati vivono un percorso di identità complesso, fatto di domande e di silenzi. In che modo il counseling può diventare per loro uno spazio sicuro, dove sentirsi accolti e liberi di esprimersi?

Il counseling può diventare uno spazio davvero sicuro per i ragazzi adottati in quanto prima di tutto, aiuta a sospendere il giudizio e a riconoscere la complessità della loro storia senza semplificarla. Molti di questi ragazzi convivono con domande profonde sulle proprie origini, con sentimenti ambivalenti verso la famiglia adottiva e con silenzi che spesso nascono dalla paura di ferire o di non essere capiti.

In questo senso, il counseling offre un luogo protetto e riservato, dove le emozioni – anche quelle più contraddittorie – sono legittime. Il counselor non cerca risposte preconfezionate, ma accompagna il ragazzo nell’esplorazione del proprio vissuto attuale, rispettando i suoi tempi e il suo linguaggio, che a volte passa più dal corpo, dal disegno o dal racconto simbolico che dalle parole dirette.

Un elemento chiave è la relazione: sentirsi accolti da un adulto affidabile, che ascolta senza correggere o minimizzare, permette ai ragazzi di sperimentare una forma di fiducia nuova. Da lì può nascere la libertà di dare un nome alle domande sull’identità, e di costruire una narrazione di sé più coerente e meno dolorosa.

Infine, il counseling può aiutare i ragazzi adottati a riconoscere che la loro storia non li definisce interamente, ma è una parte importante di ciò che sono. In questo modo, lo spazio di ascolto diventa non solo un luogo di espressione, ma anche di crescita e rafforzamento dell’autostima, dove sentirsi visti, rispettati e non soli.

Nel suo lavoro, quanto è importante formare counselor capaci di leggere la storia di un ragazzo adottato con sensibilità e rispetto? Ci sono metodologie o pratiche che ritiene particolarmente efficaci?

È fondamentale saper formare counselor capaci di leggere la storia con sensibilità, rispetto e competenza: non è un aspetto accessorio, ma una responsabilità etica. La storia adottiva porta con sé temi delicati – come l’abbandono, la perdita, la lealtà divisa, l’identità – che, se affrontati senza una preparazione adeguata, rischiano di essere banalizzati o, peggio, riattivati in modo doloroso.

Un counselor formato sa che prima della tecnica viene lo sguardo e la capacità di ascolto,  che non riduce il ragazzo alla sua adozione, ma che allo stesso tempo non la ignora. Significa saper tenere insieme ciò che è visibile e ciò che resta implicito, rispettando i silenzi e riconoscendo che non tutte le domande devono avere subito una risposta.

Un counselor relazionale non “interviene” sulla storia del ragazzo adottato, ma cammina accanto a lui, offrendo uno spazio in cui sentirsi riconosciuto, rispettato e libero di diventare se stesso, con tutta la complessità che questo comporta.

Carla, lei vive in prima persona il doppio sguardo di mamma adottiva e futura counselor. Come il percorso di counseling l’ha aiutata a comprendere più a fondo le emozioni e i bisogni di una persona adottata?

Il percorso di counseling mi ha offerto una prospettiva diversa rispetto alla storia di mio figlio e di tanti bambini come lui.

Ho avuto sempre la consapevolezza come madre adottiva, che mio figlio vivesse con l’ombra dell’abbandono e che questa ombra accompagni tutta la vita, sia che un bimbo sia stato adottato piccolissimo come lui o più grande.

La paura dell’abbandono, come qualcosa che si può ripetere, può generare insicurezza, continua ricerca di conferme, difficoltà a dare fiducia nelle relazioni e di conseguenza a mettersi in gioco.

La prospettiva diversa però di cui parlavo è che il counselor non indaga il passato come potrebbe fare uno psicologo, ma riporta tutto al qui e ora ed aiuta a trovare in se stessi le risorse per affrontare i propri bisogni, accettando il passato. Perché solo accogliendo la ferita iniziale che ha dato origine alla propria storia e guardando benevolmente la possibilità che l’adozione ha offerto, si arriva alla consapevolezza che a ciascuno di noi è data la responsabilità di trovare l’energia interiore per affrontare le sfide della vita.

Potrei concludere dicendo che il percorso di counseling mi ha aiutato a sostenere mio figlio in questa ricerca attiva delle proprie risorse, in un percorso di fiducia in se stesso, che sposta lo sguardo da ciò che è stato a ciò che è.

Nel suo cammino di studentessa, quali scoperte l’hanno aiutata a guardare all’adozione con occhi nuovi, forse più empatici o più leggeri?

La crescita personale e il lavoro su se stessi che un percorso di counseling promuove, genera sicuramente un cambiamento; per me soprattutto è stato scoprire l’importanza della fiducia.

L’adozione spesso provoca apprensione verso i nostri figli, amplifica il senso di protezione insito già per natura nel ruolo di genitore. L’apprensione nasconde la paura che possano non farcela a gestire le loro fragilità e comporta il rischio di sostituirsi a loro, per difenderli. Questa posso dire è stata la mia esperienza: negli anni scolastici sono stata un’insegnante di sostegno, poi un supporto per trovare una strada lavorativa e sempre uno stimolo, perché affrontasse nuove esperienze.

Ora mi sto concentrando sulla fiducia che lui abbia le risorse per trovare la sua strada e che le emozioni che può provare, qualsiasi esse siano, positive o negative, vanno accolte e vissute perché, come diceva il filosofo Spinoza, le emozioni non si combattono, si comprendono ed io aggiungerei si attraversano, per aumentare la fiducia in se stessi.

L’abbandono e l’adozione è solo una parte della storia dei nostri figli; loro hanno il compito di cogliere l’opportunità che la vita gli ha dato, consapevoli della loro unicità e fiduciosi nelle proprie risorse.

Arianna Garrone,

Trainer Counselor e Direttrice dell’Istituto Artemisia Formazione in Counseling e Coaching


Carla Lex,

Madre adottiva e counselor in formazione

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