
Il counseling si configura come un intervento professionale di supporto mirato a migliorare la qualità della vita delle persone. Attraverso l’ascolto attivo e il dialogo, questo percorso aiuta a superare momenti di crisi o difficoltà relazionali, stimolando le risorse personali e l’autoconsapevolezza per favorire scelte autonome. Quando si affronta il tema dell’adozione, tuttavia, è fondamentale fare chiarezza sulla natura di questo intervento, distinguendo nettamente la figura del counselor da quella del terapeuta.
Counselor e terapeuta, le differenze tra le due figure
Comprendere a chi rivolgersi è il primo passo per affrontare un percorso efficace:
- Lo psicoterapeuta è la figura terapeutica a cui affidarsi quando emerge il bisogno di un lavoro profondo di ristrutturazione della personalità. Nel contesto dell’adozione, la terapia si rivela necessaria per i ragazzi che faticano a elaborare la propria storia e presentano blocchi o difficoltà soprattutto emotive. Si tratta di un percorso tipicamente lungo, che scava nel passato e va in profondità per sanare emozioni e situazioni complesse.
- Il counselor, al contrario, non svolge una funzione terapeutica. Offre un sostegno concreto attraverso percorsi brevi e mirati (generalmente dai 10 ai 15 incontri), pensati per affrontare difficoltà momentanee e attingere alle proprie risorse interiori.
Per il ragazzo adottato, il counseling è uno strumento estremamente efficace quando alle spalle c’è già un percorso di psicoterapia o, comunque, una serenità derivante dall’aver già fatto pace e “sceso a patti” con la propria storia. Lavorare con un counselor non significa ignorare il passato, ma contestualizzarlo nel “qui ed ora”, guardando a come lo si vive oggi. È un lavoro focalizzato sul presente, che fornisce strumenti pratici per accompagnare la crescita personale e ricostruire la fiducia in se stessi, un elemento che spesso vacilla nei ragazzi adottati.
A chi è rivolto il percorso?
Un altro interrogativo comune riguarda le modalità di partecipazione a questi incontri. Il counseling nell’ambito dell’adozione non è necessariamente un viaggio solitario: può essere intrapreso dal singolo, ma può anche trasformarsi in un intervento rivolto alla famigla adottiva.
La scelta della modalità più adatta viene valutata e concordata insieme al professionista, che saprà indicare se sia più funzionale procedere a livello familiare (coinvolgendo genitori e figli nello stesso spazio) o attraverso percorsi separati. L’unico prerequisito essenziale per la riuscita dell’intervento è la presenza di un’armonia di fondo e l’accordo di tutte le parti coinvolte: presupposti indispensabili per permettere al counselor di svolgere il proprio lavoro in modo efficiente e costruttivo.
Direttrice Garrone, spesso i ragazzi adottati vivono un percorso di identità complesso, fatto di domande e di silenzi. In che modo il counseling può diventare per loro uno spazio sicuro, dove sentirsi accolti e liberi di esprimersi?
Il counseling può diventare uno spazio davvero sicuro per i ragazzi adottati in quanto prima di tutto, aiuta a sospendere il giudizio e a riconoscere la complessità della loro storia senza semplificarla. Molti di questi ragazzi convivono con domande profonde sulle proprie origini, con sentimenti ambivalenti verso la famiglia adottiva e con silenzi che spesso nascono dalla paura di ferire o di non essere capiti.
In questo senso, il counseling offre un luogo protetto e riservato, dove le emozioni – anche quelle più contraddittorie – sono legittime. Il counselor non cerca risposte preconfezionate, ma accompagna il ragazzo nell’esplorazione del proprio vissuto attuale, rispettando i suoi tempi e il suo linguaggio, che a volte passa più dal corpo, dal disegno o dal racconto simbolico che dalle parole dirette.
Un elemento chiave è la relazione: sentirsi accolti da un adulto affidabile, che ascolta senza correggere o minimizzare, permette ai ragazzi di sperimentare una forma di fiducia nuova. Da lì può nascere la libertà di dare un nome alle domande sull’identità, e di costruire una narrazione di sé più coerente e meno dolorosa.
Infine, il counseling può aiutare i ragazzi adottati a riconoscere che la loro storia non li definisce interamente, ma è una parte importante di ciò che sono. In questo modo, lo spazio di ascolto diventa non solo un luogo di espressione, ma anche di crescita e rafforzamento dell’autostima, dove sentirsi visti, rispettati e non soli.
Nel suo lavoro, quanto è importante formare counselor capaci di leggere la storia di un ragazzo adottato con sensibilità e rispetto? Ci sono metodologie o pratiche che ritiene particolarmente efficaci?
È fondamentale saper formare counselor capaci di leggere la storia con sensibilità, rispetto e competenza: non è un aspetto accessorio, ma una responsabilità etica. La storia adottiva porta con sé temi delicati – come l’abbandono, la perdita, la lealtà divisa, l’identità – che, se affrontati senza una preparazione adeguata, rischiano di essere banalizzati o, peggio, riattivati in modo doloroso.
Un counselor formato sa che prima della tecnica viene lo sguardo e la capacità di ascolto, che non riduce il ragazzo alla sua adozione, ma che allo stesso tempo non la ignora. Significa saper tenere insieme ciò che è visibile e ciò che resta implicito, rispettando i silenzi e riconoscendo che non tutte le domande devono avere subito una risposta.
Un counselor relazionale non “interviene” sulla storia del ragazzo adottato, ma cammina accanto a lui, offrendo uno spazio in cui sentirsi riconosciuto, rispettato e libero di diventare se stesso, con tutta la complessità che questo comporta.
Carla, lei vive in prima persona il doppio sguardo di mamma adottiva e futura counselor. Come il percorso di counseling l’ha aiutata a comprendere più a fondo le emozioni e i bisogni di una persona adottata?
Il percorso di counseling mi ha offerto una prospettiva diversa rispetto alla storia di mio figlio e di tanti bambini come lui.
Ho avuto sempre la consapevolezza come madre adottiva, che mio figlio vivesse con l’ombra dell’abbandono e che questa ombra accompagni tutta la vita, sia che un bimbo sia stato adottato piccolissimo come lui o più grande.
La paura dell’abbandono, come qualcosa che si può ripetere, può generare insicurezza, continua ricerca di conferme, difficoltà a dare fiducia nelle relazioni e di conseguenza a mettersi in gioco.
La prospettiva diversa però di cui parlavo è che il counselor non indaga il passato come potrebbe fare uno psicologo, ma riporta tutto al qui e ora ed aiuta a trovare in se stessi le risorse per affrontare i propri bisogni, accettando il passato. Perché solo accogliendo la ferita iniziale che ha dato origine alla propria storia e guardando benevolmente la possibilità che l’adozione ha offerto, si arriva alla consapevolezza che a ciascuno di noi è data la responsabilità di trovare l’energia interiore per affrontare le sfide della vita.
Potrei concludere dicendo che il percorso di counseling mi ha aiutato a sostenere mio figlio in questa ricerca attiva delle proprie risorse, in un percorso di fiducia in se stesso, che sposta lo sguardo da ciò che è stato a ciò che è.
Nel suo cammino di studentessa, quali scoperte l’hanno aiutata a guardare all’adozione con occhi nuovi, forse più empatici o più leggeri?
La crescita personale e il lavoro su se stessi che un percorso di counseling promuove, genera sicuramente un cambiamento; per me soprattutto è stato scoprire l’importanza della fiducia.
L’adozione spesso provoca apprensione verso i nostri figli, amplifica il senso di protezione insito già per natura nel ruolo di genitore. L’apprensione nasconde la paura che possano non farcela a gestire le loro fragilità e comporta il rischio di sostituirsi a loro, per difenderli. Questa posso dire è stata la mia esperienza: negli anni scolastici sono stata un’insegnante di sostegno, poi un supporto per trovare una strada lavorativa e sempre uno stimolo, perché affrontasse nuove esperienze.
Ora mi sto concentrando sulla fiducia che lui abbia le risorse per trovare la sua strada e che le emozioni che può provare, qualsiasi esse siano, positive o negative, vanno accolte e vissute perché, come diceva il filosofo Spinoza, le emozioni non si combattono, si comprendono ed io aggiungerei si attraversano, per aumentare la fiducia in se stessi.
L’abbandono e l’adozione è solo una parte della storia dei nostri figli; loro hanno il compito di cogliere l’opportunità che la vita gli ha dato, consapevoli della loro unicità e fiduciosi nelle proprie risorse.
Arianna Garrone,
Trainer Counselor e Direttrice dell’Istituto Artemisia Formazione in Counseling e Coaching
Carla Lex,
Madre adottiva e counselor in formazione




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