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16 Aprile, 2023

Donne, adozione, famiglie vere e finte

Maternità, donne, famiglia, privacy, abbandono, adozione, etc. tanti sono i temi importanti che in questa settimana sono stati dibattuti. Abbiamo raccolto alcune riflessioni che di seguito riportiamo, per continuare a confrontarci e a crescere insieme.
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Maternità, donne, famiglia, privacy, abbandono, adozione

In un mondo perfetto un bambino dovrebbe poter stare con la mamma che lo porta in grembo e crescere sereno in un mondo accogliente. Nella realtà purtroppo può succedere che le cose non vadano così.

Le motivazioni che possono portare una donna a lasciare un bambino sono le più disparate: la solitudine, la paura, la giovane età, la violenza intra familiare, la dipendenza, la malattia, la rete familiare inesistente se non addirittura destabilizzante. Poi ci sono anche i problemi economici e le madri “snaturate”, esse stesse vittime e talvolta senza opportunità di riscatto. Ma chi può permettersi di giudicare? La gogna è toccata ad una donna che ha lasciato il suo bambino in un posto protetto, in una culla apposita in un ospedale*. Non è certo un avvenimento positivo. Come società e come singoli individui non possiamo andarne fieri. Una culla non ci sgrava le coscienze.

Quale idea di donna e madre nella nostra società

Tutti noi abbiamo osservato quanto accaduto e ci siamo interrogati. Le domande sono state molte, ma un pensiero corale è di certo andato alla mamma: “Perché lo ha fatto?”, “Come ha potuto?”, “Poteva farsi aiutare!”, “Almeno lo ha lasciato in una culla e non in un cassonetto!”, “Gli voleva veramente bene?”, etc.

“La mamma di Enea ci porta a confrontarci con la nostra idea di genitorialità e di amore filiale. Con il ruolo che, come società, attribuiamo alle donne che mettono al mondo dei figli e che li crescono, magari barcamenandosi tra situazioni più o meno complicate. Madri in grado di amare il figlio dal primo istante, senza lasciarlo mai. Ce lo aspettiamo pur senza conoscerle e sapere nulla della loro storia.

La mamma di Enea potrebbe forse restare ferma sulla sua decisione, anche dopo gli appelli accorati che le sono stati rivolti? O potrebbe realmente palesarsi dicendo al mondo intero “sono qui, eccomi”?

Ciò che arriva è pesante e difficile da sostenere, anche per me che sono solo una spettatrice che si interroga. Perché quelle stesse aspettative le sento, prima che come madre, come donna.

Cos’abbiamo pensato invece del papà di Enea, di colui che ha contribuito a donarlo al mondo? Le nostre domande sono state di questo tipo: “Ha mai saputo della gravidanza?”, “Forse non ha idea che sia figlio suo!”, “Magari l’ha lasciata da sola, non sarebbe la prima volta che succede!”

Non abbiamo risposte a questi e molti altri interrogativi, se non la sensazione che la pressione sulle due figure genitoriali sia estremamente diversa. E non soltanto perché chi mette al mondo è certo, mentre chi ha concepito no, ma per tutto l’immaginario coinvolto e l’idea di “famiglia” che ne consegue.

Siccome sento molti pesi nell’aria e in queste poche righe scritte, torno alle mie di origini o – come piacerebbe a molti definirla – alla mia comfort zone, al mio lavoro coi bambini, che mi permette una comunicazione semplice e senza fronzoli. Mi capita in comunità di dover spiegare ai nostri piccoli ospiti le vicende faticose della loro breve vita. Ad Enea direi così:

“Caro Enea, ci conosciamo oggi perché c’è stato un giorno in cui la tua mamma e il tuo papà ti hanno concepito e, dopo circa 9 mesi, sei venuto fuori dal pancione e hai conosciuto questo mondo. Tutto ciò che ti sembrava ovattato, ti arriva ora in maniera più nitida. Ho appreso la tua storia la mattina di Pasqua, in cui sei stato trovato nella Culla per la Vita della Mangiagalli: è un posto in cui possono essere adagiati dei bimbi piccoli, che i dottori incontrano poco dopo, prendendosene cura. Avevi una tutina e una lettera, scritta dalla tua mamma: da grande la leggerai e se vorrai potrai farlo da solo o in compagnia. Non saprei dirti altro della tua mamma e del tuo papà, di ciò che è accaduto prima, ma posso assicurarti che ti hanno dato la vita.

La tua mamma ha scelto di lasciarti in un posto sicuro e caldo. Le scelte dei grandi spesso non sono semplici, ma accade che non conosciamo tutta la loro storia e ciò che ha determinato le loro azioni. Molte persone si sono già messe all’opera per te: c’è un Giudice dei bambini, che ha l’incarico di individuare la famiglia che ti accoglierà, la mamma e il papà che incontrerai e che si prenderanno cura di te per sempre. Non so ancora dirti quando arriveranno, ma se vuoi aspetto il loro arrivo con te“.

Silvia Bruffa, assistente sociale

Perché è necessaria la cultura dell’adozione

“Essere una famiglia adottiva non è mica uno scherzo! Ma ti chiama mamma? Ma si sono affezionati? Quali sono i fratelli veri? E via di questo passo“. Mamma Floriana, da “Cara adozione

Credo che un personaggio pubblico come Ezio Greggio avrebbe dovuto veicolare un messaggio diverso e stare attento alle parole da usare, perché dalle parole passa un pensiero e questo, conscio o inconscio che sia, costruisce la cultura e le credenze delle persone. Il messaggio che ha trasmesso dicendo “Prendi il tuo bambino che merita una mamma vera, non una mamma che poi dovrà occuparsene, ma non è la mamma vera” è stato che esistono genitori finti e genitori veri e quindi che ci sono figli di serie A e serie B. Esistono la genitorialità biologica, adottiva e affidataria, ma per me nel momento in cui diventano genitori, mamme e papà decidono di dare amore a un bambino e sono genitori VERI. Se non si interviene, se non si spiega ci saranno sempre bambini come me che a scuola si sono sentiti dire: “Davvero sei stata comprata? Ma la tua mamma vera dov’è?” Se i miei compagni mi facevano queste domande, se i bambini ripetono queste parole, significa che da qualcuno le hanno sentite. Mi piacerebbe che i bambini adottati e i genitori adottivi non venissero più etichettati”.

Maria, studentessa in psicologia dello sviluppo e sociale

Diritto di riservatezza per il bambino, la donna che lascia e la famiglia che lo accoglierà

Voglio rompere il silenzio perché la vicenda del piccolo Enea ha toccato una ferita aperta che sanguina ancora. 

L’abbandono di mio figlio fu al centro di un’onda mediatica di grande spessore. Molte tra le più note trasmissioni parlarono per settimane dell’accaduto. Tutta la nazione conosceva il nome del mio bambino, il giorno e il luogo di nascita, ogni dettaglio sulla sua nascente, ma già importante e struggente storia personale, mentre io e mio marito, un giorno, subito dopo l’abbinamento, cambiando per caso canale, ci trovammo le immagini oscurate del piccolo in diretta televisiva, vedendolo per la prima volta seduti sul divano di casa nostra, increduli, sconvolti, emozionati ed anche tanto arrabbiati.

Fu fatto appello alla madre biologica, chiedendole di tornare, appello che diede inizio ad un calvario sul quale non mi soffermo, perché fa parte di un capitolo lungo e travagliato.

Per parenti ed amici fu molto semplice trarre delle conclusioni, in quanto anche la data dell’abbinamento venne resa pubblica. 

Mi chiedevo e continuo a chiedere, perché la storia di mio figlio, quella trascritta sugli atti in Tribunale dei Minori, dovesse essere alla portata di tutti.

Oggi lo stringo e so che tra qualche anno non potrò più proteggerlo, mi preparo al fatto che potremo non essere noi i narratori che lo accompagneranno a scoprire le sue origini, perché se vorrà gli basterà un click su un dispositivo per conosce i dettagli della SUA storia, forse commovente per il pubblico televisivo, ma devastante e piena di dolore per un bambino/adolescente, vittima di una  vicenda divenuta notizia e sbattuta in prima pagina alla mercé di tutti, che ha creato in noi un danno permanente ed irreparabile, calpestando privacy, sentimenti, e diritti. 

Mi auguro che la mia testimonianza possa fare luce sull’estremo bisogno di un provvedimento risolutivo che tuteli i minori esposti. Che il piccolo Enea possa cambiare per sempre il corso delle cose, segnando una definitiva inversione di marcia che riporti l’adulto ad un atteggiamento di responsabilità.

L’abbandono di un bambino è sempre un DOLORE e non dovrebbe mai più diventare una NOTIZIA.

Una mamma

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