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08 Marzo, 2026

Doppia cittadinanza, la storia di Wilson

La testimonianza di Wilson mostra come la doppia cittadinanza non sia solo un documento, ma un percorso interiore: un ponte tra due mondi che convivono, arricchendosi a vicenda. Una scelta che racconta il valore dell’identità, della memoria e della continuità tra passato e presente.
Layla Perroni

Wilson Banti è nato a Cuzco, in Perù, ed è stato adottato a nove mesi da una famiglia toscana. Oggi, adulto, marito e padre, ha intrapreso un percorso personale e amministrativo che lo ha portato a ottenere la doppia cittadinanza: italiana e peruviana. Con lui abbiamo parlato di appartenenza, radici, famiglia e del significato di vivere con due culture che convivono.

Cosa significa per te avere la doppia cittadinanza italiana e peruviana? Ti senti più vicino a una delle due o rappresentano aspetti diversi della tua identità?

“Sei più italiano o più peruviano?” è il classico limbo in cui vivono molti adottati. In Italia, anche quando non sei straniero, a volte ti ci fanno sentire, ti guardano con quell’occhio lì. A un certo punto ero stanco di questa sensazione. Ero in una fase di stallo: lavoro a tempo determinato, la fabbrica chiude, un po’ di buonuscita… Ho ripreso a viaggiare in Perù (il primo ritorno è stato il viaggio di nozze, tra il 2010 e il 2011), poi sono tornato altre volte. Lì ho sentito il desiderio di mettere radici, di costruire una vita.
La doppia cittadinanza per me è appartenenza: non un aut aut, ma un et et. A volte mi sento più italiano, altre più peruviano; la verità è che mi sento me stesso, con due radici che convivono.

Perché proprio allora hai avviato la pratica?

Perché volevo restare in Perù a lungo, non solo fare avanti e indietro. E lì la cittadinanza è la via più lineare: vivi, lavori e progetti. È stata anche una cosa terapeutica: per fare i documenti ho ripercorso le tappe della mia adozione insieme a mia madre e ai miei fratelli peruviani. Sono tornato nei luoghi della mia storia: tribunale dei minori, municipio e parrocchia del battesimo. È stato come rientrare nella mia infanzia, ma da adulto.

Quali documenti hai presentato e quali uffici hai toccato?

Ho fatto tutto a Cuzco. Ho iniziato dai documenti originali dell’adozione che i miei genitori italiani hanno sempre tenuto a mia disposizione (non mi hanno mai nascosto nulla). Avevo già molte carte in italiano. In Perù ho dovuto:

  • recuperare atti e certificati presso il Tribunale dei minori;
  • andare alla Municipalità per cercare l’atto di nascita originario;
  • recuperare l’estratto di battesimo nella chiesa dove ero stato battezzato;
  • consegnare tutto all’anagrafe peruviana per la pratica di cittadinanza e per il passaporto.

I tempi? Un mese, un mese e mezzo. Per la normativa peruviana, essendo nato in Perù, ho diritto alla cittadinanza. Non ho dovuto rinunciare a quella italiana: oggi entro in Perù da peruviano e in Europa da italiano, senza problemi.

Hai trascorso un anno in Perù, che impatto ha avuto sul tuo modo di sentirti e di definire le radici?

Enorme. Lì ho imparato davvero lo spagnolo, ho osservato la società peruviana dal di dentro e mi sono accorto di avere affinità con quel modo di essere. Non è stata una scelta “contro” l’Italia, ma “a favore” di una parte di me. In quell’anno ho capito che le due identità non si eliminano a vicenda, ma si completano.

In Perù hai anche ritrovato la tua famiglia biologica, com’è andato il primo incontro?

Il primo ritorno (coinciso col viaggio di nozze) è stato un po’ un film. All’inizio non trovavano nulla; poi, insistendo e incrociando foto di quando ero bambino e cognomi, è comparso il nome di mio fratello minore. Siamo saliti su un taxi, abbiamo bussato a una porta e… è uscita tutta la famiglia. Ho ritrovato anche mia madre; purtroppo mio padre era morto poco dopo la mia adozione.
All’inizio non vedevo grandi somiglianze, soprattutto fisiche, con i membri della mia famiglia biologica, ed in più lo spagnolo era ancora una barriera. Dopo un pò mi sono abituato. Il vero scoglio è stato ripartire. Ho vissuto quel momento come un secondo abbandono, anche se non lo era. Oggi ci sentiamo ogni tanto, facciamo telefonate, ci seguiamo sui social e ci scambiamo delle foto. Non serve sentirsi ogni giorno: sapere chi sono, da dove vengo e dove sono mi dà pace.

In totale quante volte sei stato in Perù?

In totale sono stati tre viaggio quelli che ho intrapreso in Perù. Il primo viaggio è stato nell’anno 2010/2011 durante il mio viaggio di nozze. Lì ho effettuato le prime ricerche ed ho incontrato la famiglia biologica. Il secondo viaggio è avvenuto circa 8 mesi dopo; abbiamo viaggiato con due amici, anche loro adottati, li abbiamo aiutati e anche loro hanno trovato le loro radici. Ed infine il terzo viaggio, con il quale siamo restati a vivere lì un anno. Con me c’erano mia moglie e nostro figlio maggiore (all’epoca di 2 anni). Poi siamo rientrati per ragioni burocratiche.

Cosa hai fatto in Perù?

All’inizio ho fatto il cameriere in un ristorante italiano (e lì mille volte lo spiegone su adozione, Italia, Perù…). Poi ho deciso che volevo lavorare su qualcosa che mi piacesse: la break dance. Lì è stato più semplice aprire una sala: un garage adattato a scuola di danza e in pochi giorni eravamo operativi. Con i ragazzi non insegnavo solo passi: autostima, disciplina e orizzonti. È lì che mi è nata la passione per insegnare: prima non mi sentivo pronto.

In Perù hai il doppio cognome?

Sì. In Perù uso il doppio cognome secondo l’uso locale; in Italia rimango con il cognome italiano con cui sono cresciuto. Sono due registrazioni diverse, coerenti con le regole dei due Paesi.

E i tuoi figli? Hanno doppia cittadinanza o doppio cognome?

Quali i vantaggi e limiti pratici della doppia cittadinanza?

No, al momento no. In Italia fummo mal consigliati dall’ambasciata peruviana. Poi abbiamo scoperto che, essendo io peruviano, per linea di sangue potevano ottenerla; ma non avevamo i documenti necessari in quel momento. In futuro si può recuperare.

Sicuramente esistono dei vantaggi pratici: ingresso in Perù come peruviano, meno burocrazia quando torni spesso, tariffe da locale (es. visita ai siti archeologici). A quelli pratici vanno aggiunti dei valori simbolici: con la doppia cittadinanza io mi son sentito peruviano e parte integrante di un popolo. Però questo valore non è sentito da tutti allo stesso modo: puoi essere infatti italiano e amare il Perù senza desiderarne il passaporto. È una scelta personale. Anche perchè è una scelta in parte destabilizzante: quando sei in Italia ti senti anche peruviano; quando sei in Perù ti senti anche italiano.

Come vivete le due culture in famiglia?

I miei figli conoscono la mia storia: sanno che ho due nonne e due mamme, mi fanno domande. Con i parenti in Perù facciamo videochiamate e cerco di coinvolgere i bambini. In casa ci sono quadri e foto di quando son stato in Perù. Mio figlio grande ha attraversato una fase in cui diceva: “Io sono peruviano”. È bello; capisce che dietro a papà c’è una storia, che riguarda anche lui.

Quali consigli daresti a un/una adottato/a che sta pensando alla doppia cittadinanza?

Chiediti perché la vuoi: per appartenenza? per praticità? per curiosità? Se lo fai perché ti manca sentire di appartenere a una cultura o a uno Stato, allora può essere una scelta potente. Sii pronto però a un po’ di scombussolamento: due appartenenze ti tirano in due direzioni, ma col tempo impari a starci dentro.

Cosa possono fare istituzioni, associazioni, scuola, comunità per far conoscere meglio l’adozione?

Credo sia fondamentale fare cultura dell’adozione. Non solo tra famiglie adottive, ma per tutti. Bastano piccole cose per ferire: il maestro che dice “La mamma si disegna rosa” a un bambino che vuole disegnarla marrone. O il commento “Sei stato fortunato” detto a cuor leggero. Servono punti di ascolto promossi da Comuni e associazioni, incontri pubblici e formazione nelle scuole.
E poi noi adottati adulti dobbiamo farci vedere. Se un bimbo sa che “c’è uno come me” , ma più grande, con un pezzo di strada in più, può dire: “Non sono solo”.

Hai vissuto episodi di razzismo o bullismo?

Personalmente no: sono cresciuto in un paesino, la mia famiglia italiana era molto conosciuta e io ero parte di quella comunità. Però so di ragazzi nella mia stessa condizione che hanno subìto. Anche per questo insisto su formazione e presidi culturali.

In una frase: cosa ti ha dato la doppia cittadinanza?

La possibilità di dire, senza scegliere: “Sono italiano e peruviano”. E, soprattutto, pace con la mia storia.

Layla Perroni

Giornalista praticante, articolista e copywriter seo

1 commento

  1. Guia Pesticcio Montenegro

    Grazie Wilson per aver condiviso la tua storia, un bellissimo esempio di come la doppia cittadinanza possa diventare più di un documento, un vero ponte tra mondi, culture e identità.

    Come mamma adottiva di due figli originari del Regno Unito, uno dei quali si identifica come italiano e l’altro come inglese, mi ha colpito profondamente la riflessione sul fatto che “non è un aut aut, ma un et et”. Nel percorso adottivo le identità e gli affetti non si sostituiscono né si cancellano a vicenda: si mescolano e convivono, creando un mosaico unico per ogni persona.

    La cittadinanza doppia può diventare così uno spazio simbolico di appartenenza, non una scelta di esclusione ma una riconciliazione delle molte “parti di sé”. Riconoscere e supportare il modo in cui i miei figli vivono e nominano la propria identità — italiana, inglese, o entrambe — è parte del mio compito di genitore e cerco sempre di offrire loro uno spazio sicuro dove essere se stessi, con tutte le loro radici e affetti intrecciati. Ogni pagina della loro storia diventa un ponte tra passato e futuro, e va a completare e riempiere il loro essere e la loro identità.

    Grazie per aver dato voce a questa tua storia.

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