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14 Dicembre, 2025

Due bisogni che si incontrano, la storia di Carla

Scopri la storia di Carla e suo marito, una coppia che non si è arresa di fronte a burocrazia e silenzi lunghissimi. Una testimonianza onesta e vera sulla forza dell'essere genitori adottivi.
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Carissimi tutti,
mi rivolgo a voi, futuri genitori del cuore, a chi lo è già, a chi ha figli adottivi ormai grandi come me e anche a chi sta ancora pensando se intraprendere o meno il percorso adottivo. Voglio raccontarvi la nostra storia. Essa parte da un’idoneità per adozione internazionale attesa due anni (allora, nel 1992, questi erano i tempi del Tribunale di Torino), seguita da un’attesa di altri due anni prima della partenza. Un tempo lungo, interminabile. Abbiamo contattato diverse associazioni, perché per noi non era importante il Paese di provenienza di nostro figlio, ma il suo bisogno di trovare una famiglia che lo accogliesse e lo aiutasse a crescere, così come il nostro bisogno di diventare genitori. Perché l’adozione è proprio questo: due bisogni che si incontrano.


I tempi dell’attesa


Il nostro iter adottivo nel 1992, fu molto lungo. Dopo la convocazione e l’assenso dei nonni, son seguiti gli esami medici ed i colloqui con l’assistente sociale e lo psicologo. Poi, una lunghissima attesa, durata un anno e mezzo, durante la quale c’è stato il vuoto assoluto, nessun contatto, nessuna notizia.
Alla fine del 1994, ricevemmo una convocazione dal giudice del Tribunale per i Minorenni. Provammo ansia di fronte a un giudizio che arrivava dopo tanto silenzio. Il giudice ci chiese se volessimo ancora adottare, vantandosi che il tribunale di Torino aveva pochissime storie di fallimenti di adozioni. Fu in quel momento che mio marito sbottò e disse: “Certo voi fate passare così tanto tempo a rispondere che le coppie, non riuscendo a sopportare l’attesa, desistono”. Davanti a quella affermazione gli tirai un calcio sotto la scrivania, temevo che troppa sincerità nuocesse al conseguimento dell’idoneità. Poi si rivolse a me e mi domandò perché avessimo fatto domanda solo per l’adozione internazionale. Nella mia testa la risposta era chiara, ma impiegai del tempo per condividere il mio pensiero: una diversità fisica evidente data dal colore della pelle ci avrebbe aiutato a spiegare la nostra storia, la storia di una famiglia del cuore.
Andammo via senza sapere quale fosse l’esito.
Dopo qualche tempo arrivò la risposta, eravamo idonei. In seguito, ci rivolgemmo ad una associazione dove trovammo diverse coppie che, invece, avevano vista rifiutata la domanda di adozione per i motivi più diversi, come ad esempio un eccessivo ordine che denotava una rigidità inadatta a crescere un minore. Queste coppie avevano fatto ricorso, feriti dal giudizio ricevuto.
Ora, ripensandoci, credo che venisse valutata la nostra resilienza, la nostra volontà e il nostro intento.


L’inizio della nostra storia


Dopo aver ottenuto l’idoneità per l’ adozione internazionale, è la coppia che deve cercare l’ente che possa informarli circa la normativa dei Paesi stranieri in merito ai minori adottabili. Fummo indirizzati verso lo Sri Lanka, perché noi eravamo giovani ed i bambini di quel Paese erano normalmente molto piccoli, per questo l’Ente indirizzava le coppie più mature sull’altro Paese verso il quale avevano una strada aperta, il Brasile.

Non si erano considerate però le condizioni politiche di allora dello Sri Lanka (guerra civile), che rallentavano la partenza delle coppie. Forse saremmo partiti dopo quattro, cinque anni.
Grazie all’associazionismo, conoscemmo alcune coppie che avevano dei collegamenti con suore impegnate nelle adozioni in Brasile; altre ci parlarono del Console Italiano a Karachi, che aiutava le suore di Madre Teresa di Calcutta a far adottare i bambini senza famiglia. Mandammo i documenti in Brasile, scrivemmo al Console e contattammo un’altra realtà associativa che ci fece preparare i documenti per l’Honduras.
Per due anni, la nostra genitorialità non fu altro che una ricerca piena di speranza. Durante l’estate del 1996, mentre fortunatamente eravamo a casa a guardare un film e non in vacanza come tutti gli altri – esistevano all’epoca solo i telefoni fissi! Arrivò la telefonata del
Console che ci disse che era nato un bambino prematuro bisognoso di cure e ci chiedeva se volevamo adottarlo. Partimmo con la paura che non ce la facesse, ma tornammo tutti e tre insieme, dopo diversi giorni di ospedalizzazione del bambino.

Era iniziata la nostra storia.


Un anno “meravigliosamente” difficile


Quando siamo partiti sapevamo solo che nostro figlio era prematuro, aveva bisogno di cure per sopravvivere e che la sua mamma biologica aveva avuto il merito di farlo nascere e vivere. Data la sua fragilità, visto che non era nato in ospedale, bastava poco perché la sua esistenza venisse cancellata.
Tornammo in Italia con un neonato che pesava un chilo e 780 grammi, faceva dodici pasti al giorno, era in altre parole fortemente a rischio. Ricordo che il pediatra passò il primo anno a controllare ad ogni visita i suoi riflessi e, solo in seguito, mi resi conto della possibilità che ci fossero problemi neurologici. Allora provavamo solo la gioia che ogni nascita porta con sé e da lì arrivò la forza per affrontare la fatica fisica iniziale, le difficoltà scolastiche e d’inserimento sociale successive. Noi abbiamo fatto del nostro meglio per crescerlo nel rispetto della sua natura, di ciò che appartiene a ciascuno, indipendentemente dall’ambiente e dall’educazione. La verità è che non è stato tutto facile, come non lo è per i genitori naturali. I genitori adottivi, però, avvertono una responsabilità in più e la paura di sbagliare. Per tale motivo avere la consapevolezza di avere la forza per superare i momenti difficili è fondamentale per sentire di impegnarsi nella scelta dell’adozione. L’adozione è stata per noi un’opportunità enorme che ci ha dato la vita, perché io credo veramente che permettere ad un altro essere umano di crescere nell’amore e nella cura, significhi salvargli la vita.


Carla Lex,
Mamma adottiva e counselor

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