
Mettiamoci il cuore in pace: tutti i genitori sbagliano. Spesso, quell’ansia da prestazione che riversiamo sui figli diventa la vera causa delle loro ribellioni e del loro allontanamento.
La buona notizia, però, è che una semina è sempre possibile. Si tratta di un’azione invisibile, che si consuma nel silenzio della vita quotidiana; un gesto d’amore che richiede la pazienza di saperne assaporare i frutti anche dopo venti o trent’anni. Forse, i primi germogli appariranno quando non ci saremo più. E non è forse questa una lezione che i genitori adottivi conoscono bene?
Massimo Recalcati, noto psicoanalista, saggista e accademico, non ci è andato leggero nella sua recente Lectio Magistralis dal titolo “Genitori oggi”, capace di tenere incollate allo schermo centinaia di persone, tutte alla ricerca di una formula magica per la genitorialità perfetta.
La realtà che Recalcati ci ricorda è ben diversa: fare il genitore è uno dei mestieri più difficili – se non impossibili – subito dopo governare e psicoanalizzare. Non esistono manuali d’istruzioni, ricette infallibili o guru illuminati: diffidare di chi offre soluzioni facili è il primo vero mantra da assorbire. Un’affermazione che risuona con forza e che avevamo già condiviso con il Prof. Albizzati al Convegno “L’adozione oggi: la necessità di
una rete competente e efficace”, organizzato da ItaliaAdozioni nel maggio 2025. Entrambi gli esperti concordano su un punto fondamentale: come adulti, sarebbe già un grande traguardo prendere atto dei nostri limiti e imparare, con umiltà, a barcamenarsi.
Il rischio dell’iper-presenza genitoriale
Ma allora, quali sono gli errori più grandi che possiamo commettere? Se impariamo a riconoscerli, possiamo evitare di ripeterli. Spesso si scopre che i genitori più negativi sono proprio quelli che si pongono come modelli ideali. Se l’assenza e la trascuratezza sono dolorose per un figlio, l’iper-presenza e il controllo non sono da meno.
Quando un genitore si propone come un modello perfetto e irraggiungibile, il figlio sperimenta un senso devastante di inadeguatezza. Per reazione, rischia di rifugiarsi nella depressione, nella provocazione, nella violenza o, peggio ancora, nell’evitamento e nel ritiro sociale.
Può apparire paradossale, prosegue Recalcati, ma il rapporto genitore-figlio si realizza compiutamente solo quando si scioglie, ovvero quando il figlio trova la sua strada e se ne va. Questo distacco è oltremodo complesso nel legame tra madre e figlia – un legame che l’esperienza clinica mostra come fortemente adesivo e difficile da simbolizzare, intrappolato nel limbo del “non posso stare con te, ma neanche senza di te; non ti sopporto, ma non posso fare a meno di cercarti“. In parole semplici, per Recalcati, finché una figlia odia o idolatra la madre, è ancora intrappolata. Il legame si scioglie (e si compie) solo quando la figlia può dire: “Tu sei mia madre, ti voglio bene, ma io sono un’altra persona e faccio la mia vita“.
Oltre le regole, l’introiezione della Legge
Educare non significa imporre regole. Più irrigidiamo le norme, più alimentiamo la spinta a infrangerle. In fondo, essere “irregolare” è il mestiere biologico ed emotivo di ogni figlio.
Già nell’Ottocento, il medico francese Lasègue iniziò a studiare l’anoressia nervosa, evidenziando come tra le molteplici cause vi fosse proprio l’imposizione proiettiva delle aspettative della madre sulla figlia, la quale finisce per far dipendere la propria autostima dal compiacimento materno [1]. In questa dinamica, sottomissione e ribellione si fondono: la coercizione materna esaspera il comportamento della figlia fino al punto di rottura, dove il disperato tentativo di compiacere cede il passo al sintomo della protesta. Il mangia insistente della madre, diventa il non mangerò della figlia.
Le regole minime sono necessarie come paletti protettivi, utili a far comprendere il limite e a sviluppare l’autodisciplina. È attraverso la rielaborazione dell’errore (e del sano senso di colpa che ne deriva) che il giovane struttura una vera responsabilità. Arriviamo così al passaggio chiave: la regola deve essere solo un mezzo per arrivare all’introiezione della Legge.
Le regole per definizione sono universali, ma i figli sono unici e particolari. Ciò che funziona per uno, si rivela inefficace per un altro. L’obiettivo a cui tendere è una forma di autocoscienza collettiva – la Legge, appunto – che in un mondo utopico non ha bisogno di sanzioni: esiste e basta, basata sulla consapevolezza che non tutto è possibile e che la mia libertà finisce dove inizia la tua.
Accendere il desiderio: un nuovo paradigma educativo
Oggi non possiamo più attingere ai modelli del passato. La famiglia patriarcale, predominante fino al 1968, non è certo un esempio a cui tornare. Rispetto al passato, educare oggi non significa raddrizzare una stortura, ma far sì che da quella singolare curvatura possa nascere qualcosa di buono e unico. Significa accogliere le inclinazioni dei figli, intuibili fin da piccoli e destinate a evolvere grazie agli incontri della vita. Il desiderio è la vocazione innata che rende viva l’esistenza.
Tuttavia, non tutti i ragazzi mostrano la propria inclinazione. Ci troviamo sempre più spesso di fronte a giovani spenti, svuotati. Se un tempo la depressione era una crisi legata al tramonto della vita, oggi esplode tra i 20 e i 30 anni. Il dato clinico riportato da Recalcati sull’altissimo consumo di farmaci per la disfunzione erettile tra i giovanissimi è il sintomo di un malessere profondo. Il denominatore comune di attacchi di panico, dipendenze da sostanze, alcolismo, tecnodipendenza e disturbi alimentari è, in fondo, un profondo vuoto di desiderio.
Educare, allora, si trasforma nel compito di riaccendere questo desiderio. Che non è l’opposto del “dovere”, ma il suo completamento. Un genitore che svolge il proprio lavoro e vive la propria vita con passione trasmette, per osmosi, sia il senso del dovere sia il desiderio, mostrando al figlio la bellezza di una vita scelta e guidata dal senso di responsabilità.
La fiducia nella semina e l’insegnamento dell’adozione
Nessun manuale, nessuna strategia d’ascolto o decalogo preconfezionato può garantire la felicità di un figlio. Recalcati è drastico: gli unici veri ingredienti sono la fede e l’amore profondo verso i figli e verso la semina che stiamo compiendo. La domanda “Avete desiderato i vostri figli?” scava nelle fragilità di molte famiglie. Non si parla di un desiderio immediato, ma di un’accettazione piena e incondizionata che si rinnova giorno dopo giorno, perché è solo dopo la nascita del bambino che si sceglie, davvero, di diventare genitori.
Un genitore sufficientemente buono deve avere fede nel germoglio. Come possiamo testimoniare questa fiducia?
• Mostrando con la nostra stessa esistenza che la gioia è possibile.
• Insegnando che il dovere può essere abitato dal desiderio.
• Vivendo il rispetto profondo all’interno della coppia.
• Offrendo una testimonianza di coerenza quotidiana.
Tutto questo va fatto in silenzio, nella routine di tutti i giorni, senza proclami. Il dono più difficile – e più alto – che un genitore possa fare a un figlio è non proiettare su di lui le proprie aspettative. In questo, i genitori adottivi che hanno compiuto un profondo cammino di consapevolezza rappresentano una guida preziosa. La loro genitorialità, non fondata sui legami di sangue, li costringe fin da subito a riconoscere il figlio come altro da sé: una persona da accompagnare, senza pretendere nulla in cambio.
In fondo, tutti i genitori dovrebbero scoprirsi “adottivi”. La genitorialità non si riduce alla biologia, ma si fonda sulla scelta, sulla responsabilità e sulla cura. Diventare madri e padri è un atto supremo di accoglienza verso la vita, che richiede di rinunciare a progetti predefiniti per amare i figli nella loro unicità, anche quando questa ci risulta incomprensibile.
Una critica alla medicalizzazione della crescita
In quest’ottica, Recalcati esprime una forte perplessità verso l’eccessiva medicalizzazione e l’introduzione sistematica dello psicologo a scuola. Il rischio, secondo lo psicoanalista, è la creazione di un alibi psicatrizzante che deresponsabilizza i ragazzi, anestetizzando il dolore del limite e il valore formativo del fallimento. La scuola non può appiattirsi su logiche cliniche o aziendali: il disagio giovanile non si cura isolando il “caso”, ma ricostruendo una comunità e accendendo, attraverso l’insegnamento, la passione per la cultura.
Recalcati critica anche l’uso ossessivo del registro elettronico, ridotto a uno strumento di controllo da parte degli adulti. Questa sorveglianza continua priva i giovani dello spazio del segreto e dell’errore, impedendo il passaggio cruciale dall’obbedienza cieca alla responsabilità soggettiva. Anziché guidare il ragazzo verso l’introiezione della Legge – trasformandolo in un soggetto autenticamente impegnato (committed) – questo sistema lo addestra soltanto al rispetto formale e passivo della regola, modellando un figlio puramente conformista (compliant).
Il profumo dell’unicità
Cosa portiamo a casa da queste riflessioni? I figli sono fatti per sovvertire i nostri ordini, per portare il fango in casa e per trascinarci dentro quel “Risveglio di Primavera” [2] tipico e tumultuoso dell’adolescenza. Il loro compito è marcare il proprio territorio e il proprio odore.
Come ricorda una suggestiva immagine biblica, la nuca del neonato profuma di campo [3].
Il compito dell’educazione non è clonare il nostro odore nei figli, ma aiutarli a sprigionare il proprio profumo unico. Le Scritture stesse ci mostrano i disastri che accadono quando un figlio cerca di indossare l’identità di un altro, celebrando invece il cammino faticoso, ma necessario, con cui ogni essere umano scopre e custodisce l’unicità che gli è stata data alla nascita.
Roberta Cellore
Note
[1] Prima di Lasègue (1873), il medico inglese Richard Morton già nel 1689 riportò una sindrome di deperimento di origine nervosa caratterizzata da perdita di appetito.
[2] L’espressione “Risveglio di primavera” (Frühlings Erwachen in tedesco) riferita alla pubertà, alla sessualità e ai tumulti degli adolescenti la si deve al drammaturgo e scrittore tedesco Frank Wedekind. Si tratta del titolo del suo capolavoro teatrale, scritto tra il 1890 e il 1891.
[3] Il riferimento è alla benedizione di Isacco al figlio Giacobbe nella Genesi (27,27). Sentendo l’odore dei suoi vestiti, Isacco esclama: «Ecco, l’odore di mio figlio è come l’odore di un campo che il Signore ha benedetto». Recalcati usa questa citazione biblica proprio per descrivere il profumo unico della nuca del neonato come simbolo della vita nuova, innocente e benedetta.




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