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05 Luglio, 2026

Il cerchio dell’identità, la storia di Silvia

Mi chiamo Silvia, ho 37 anni e sono stata adottata da una famiglia italiana in Veneto. Le mie origini affondano in Bulgaria, dove ho trascorso il mio primo anno e mezzo di vita in un orfanotrofio. Arrivata in Italia e accolta dall’amore dei miei genitori adottivi, sono cresciuta con la consapevolezza di essere una figlia […]
Layla Perroni


Mi chiamo Silvia, ho 37 anni e sono stata adottata da una famiglia italiana in Veneto. Le mie origini affondano in Bulgaria, dove ho trascorso il mio primo anno e mezzo di vita in un orfanotrofio.


Arrivata in Italia e accolta dall’amore dei miei genitori adottivi, sono cresciuta con la consapevolezza di essere una figlia adottiva e di portare il nome con cui ero nata. Grazie a una favola che mio papà aveva costruito per me e che mi raccontava la sera con entusiasmo e amore, ho imparato fin da piccola a dare un grande valore alla mia condizione.

Ho sempre considerato il mio arrivo in Italia come qualcosa di speciale: un destino scelto e scritto apposta per me, un dono.


Il bisogno di risposte
Con il passare degli anni, la mia curiosità è cresciuta insieme a me. Le domande erano tante e spesso interrogavo i miei genitori, che mi parlavano di come ero stata accolta e di come mi comportavo appena arrivata a casa.

Quando però le mie domande diventavano più dirette e chiedevo informazioni su mia madre biologica o sulla Bulgaria, le risposte si facevano vaghe. Si limitavano spesso al contesto storico, spiegando che nel 1989, l’anno della mia nascita, il regime comunista stava crollando e cosa ciò avesse significato per lo Stato bulgaro.
Col tempo, conoscere solo le vicende storiche non mi bastava più; cercavo di scavare più a fondo, ma senza trovare risposte. Nonostante il legame profondo con la mia famiglia, sentivo il richiamo della mia terra: avevo bisogno di scoprire perché ero stata abbandonata e conoscere la mia di storia. Era per me un passaggio necessario per chiudere un cerchio.


Diventare genitore
Il tempo passava e, nonostante la voce della coscienza mi ricordasse quel bisogno, continuavo a vivere la mia vita. Mi diplomai all’istituto magistrale e qualche anno dopo trovai l’amore. Uno dei miei desideri più grandi era costruire la mia famiglia e avere dei figli.
La prima gravidanza diede uno scossone importante alla mia esistenza: fu come rinascere. Non ero più solo una figlia adottiva, ma diventavo a mia volta un genitore biologico, proprio come mia madre quando mi diede al mondo. Ero una mamma giovane, avevo solo 23 anni, e questa nuova condizione riportò a galla il desiderio di ritrovare la “strada di casa”.

Guardavo mio figlio e cercavo in lui i miei colori, il mio patrimonio genetico, per scoprire se nel suo aspetto ci fosse qualcosa dei miei genitori biologici. Con la seconda gravidanza e la nascita di una bambina, arrivò il momento decisivo. Presi la decisione di dare tutta me stessa per trovare le mie origini: mia figlia divenne il motore concreto per agire e smettere di rimandare. Osservando il nostro legame, sentivo allo stesso tempo quello tra me e mia madre biologica: un filo rosso mai tagliato che ancora ci univa, nonostante io non avessi alcun ricordo di lei.

Un atto di amore verso sé stessi

Cresciuta come figlia adottiva e diventata madre, sentivo l’esigenza di scoprire chi fosse la Silvia delle origini. Lo dovevo a quella bambina, ormai donna, come atto d’amore verso me stessa. Mi mancava conoscere la mia “prima versione” per poter vivere pienamente il presente e il futuro. Per raggiungere l’obiettivo dovevo conoscere la mia storia, ripercorrere i luoghi del passato e, se possibile, ascoltare i racconti di mia madre.
Iniziai la ricerca supportata da uno psicoterapeuta che mi aiutò a costruire quello che definiva un “paracadute emotivo”. Quando accennai alla famiglia il mio desiderio, furono tutti preoccupati, terrorizzati dall’idea che potessi stare male o rompere un equilibrio. Sentivo le loro perplessità, ma sapevo che quelle erano le loro paure, non le mie.

Ero determinata a intraprendere quel viaggio. Sapevo che per chiudere il cerchio dovevo affrontare l’ignoto, rischiando di scuotere gli equilibri della mia vita in Italia, ma dovevo dare risposte a domande custodite per troppo tempo.
Decisi di tenere molto per me. Non furono momenti facili e a volte lo sconforto prendeva il sopravvento, ma ogni volta mi rialzavo, cercando di non far pesare i miei malumori sulla famiglia che avevo costruito. Nonostante i tentativi di nascondere le emozioni, a volte i miei figli mi scoprivano a piangere. Ben presto impararono ad accettare che anche la mamma potesse mostrare fragilità e compresero la fatica che mi costava realizzare il mio progetto. Insegnai loro che va bene essere tristi, ma ciò che conta è il coraggio con cui ci si rialza.


Un’eredità per i miei figli
In casa non parlavo molto di ciò che mi accadeva; sentivo che nessuno poteva provare ciò che vivevo con la mia stessa intensità. Per questo scelsi di chiudermi, smettendo di cercare approvazione o dare spiegazioni, che venivano accolte solo con dubbi. Mi buttai a capofitto nel mio sogno per poter rinascere ancora una volta e diventare una persona più forte, sicura e indipendente: essere Silvia, non più “solo” figlia o madre.

Non tutti i giorni erano facili; a volte mi sentivo come un mare in tempesta e lo psicologo mi aiutava a calibrare i miei stati d’animo. Ma non avrei mai mollato. Sotto suo consiglio iniziai a scrivere per ricordare tutto il vissuto di quegli anni, i momenti di crisi e le lotte, fino al giorno in cui trovai mia madre.

Scrivere è diventato così importante che ho raccontato l’intero viaggio, sperando che queste pagine possano essere una testimonianza per chi vive o vuole conoscere la cultura dell’adozione. Sarà un’eredità per i miei figli: uno strumento per conoscere un pezzo delle loro origini. Proprio come si tramanda un oggetto prezioso, io tramanderò loro una storia che ci appartiene.

Silvia Brun

“Mi hanno chiamata Silvia”, Silvia Brun, Neos Ed., 2026

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