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01 Giugno, 2025

Preparare ad essere amati: il lavoro silenzioso della casa famiglia

Le parole di Claudia ci portano nella realtà della casa famiglia; “terra di mezzo” tra ferite da curare e nuovi inizi da assaporare.
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Introduzione

Mi chiamo Claudia, sono un’educatrice e da cinque anni lavoro in casa famiglia, dove incontro bambini che si preparano ad essere adottati e famiglie che non vedono l’ora di diventare genitori.

La casa famiglia, nel percorso che porta un minore verso l’adozione, rappresenta una tappa fondamentale, un luogo di transizione in cui, dopo un passato difficile, si fa un pezzo di cammino, in cui si riscopre la fiducia negli adulti. Le famiglie adottive arrivano dopo questo tratto di strada ed è per questo che credo sia importante condividere con i futuri genitori, uno sguardo dall’interno, per aiutarli a capire cosa potranno aspettarsi quando entreranno nelle loro vite.

Ho pensato, quindi, di scrivere una lettera a tutti i futuri genitori dei “nostri” minori.

La casa famiglia: “terra di mezzo” tra ferite da curare e nuovi inizi da assaporare

Cari voi,
adulti che vi preparate ad accogliere,

ci sono sere in cui, dopo aver spento le luci, resto in silenzio vicino al letto di qualche bambino o bambina della casa famiglia in cui lavoro come educatrice, in attesa che arrivi la pace nei pensieri e che il sonno prenda il sopravvento.

Accanto a me c’è un bambino che si rigira nel letto, che magari ha chiesto una storia in più, un abbraccio in più, un minuto in più. In quei minuti sospesi, tra il sonno e la veglia, io sento tutto il peso e insieme la bellezza del mio lavoro: curare le ferite, accompagnare e preparare ad essere amati. Sembra semplice, ma per molti di loro l’amore è qualcosa di sconosciuto e il nostro lavoro si trasforma in un’arte, l’arte di accogliere, di amare e di rendere abitabile il presente.


Perché in casa famiglia, prima ancora che si pensi al futuro, si ricuce il presente. E nel presente, ogni gesto d’amore, anche il più piccolo, è un mattone con cui ricostruiamo l’identità di questi bambini. È qui che iniziano a fidarsi di nuovo del mondo e ad immaginare che ci sia qualcuno pronto ad amarli per sempre.

Essere presenza: il mio ruolo di educatrice in uno spazio relazionale di cura

Lavorare in una casa famiglia è come camminare su un ponte sospeso, tra il dolore e la speranza, tra il passato e il futuro. Noi educatori stiamo nel mezzo e facciamo tutto il possibile per aiutare a lasciare andare ciò che fa male e ad aprirsi alla speranza; non stiamo lì per sostituire un amore, ma per preparare il cuore ad accoglierne uno nuovo o a ricucire un legame ferito.

Quando qualcuno mi chiede com’è il mio lavoro, vedo sempre negli occhi una grande curiosità: vogliono sapere come sono le strutture, cosa facciamo e cosa vivono i bambini e i ragazzi che le abitano. Rispondo spesso: “Sono case normali”. Ma subito dopo mi accorgo che questa parola, normale, è riduttiva: c’è una cucina, un salone, le stanze da letto, montagne di giochi, risate, giornate fatte di scuola, di compleanni, compiti e merende. E si, anche di momenti di nostalgia e tristezza. Ma ciò che accade dentro queste mura è qualcosa che va oltre la normalità, perché trasformare il dolore in una possibilità di riscatto, di gioia e di vita vissuta nell’amore è qualcosa di straordinario.

Noi viviamo la quotidianità con i minori. Anche se si sentono diversi, anche se il confronto con l’esterno a volte li ferisce, noi cerchiamo ogni giorno di farli sentire semplicemente bambini. Purtroppo, non tutte le realtà sono uguali, non ovunque ci sono le stesse risorse, ma spero sempre che le comunità diventino luoghi capaci di rendere questo ponte più facile da attraversare. Perché dall’altra parte c’è qualcuno che aspetta, qualcuno che sogna di poter finalmente dire: “Ecco, sei arrivato”.

Piccole storie: una di quelle che mi ricorda perché lo faccio

In questi cinque anni, lavorando in diverse strutture e conoscendo tanti minori e tante famiglie, ho capito che spesso non ci rendiamo conto di quanto certi incontri lascino un segno: anche se le nostre strade si divideranno per sempre, il legame resta nel tempo, rimarrà quel bene silenzioso che ci lega.

Il mio è un lavoro in cui raramente vedi risultati immediati, in cui la gratificazione non è quasi mai dichiarata. Ma poi, all’improvviso, quel riconoscimento arriva. Magari dopo giorni, mesi o addirittura anni. Come quella volta con Laura (nome di fantasia), che era con noi da diversi anni. Aveva affrontato tante prime volte mentre viveva in casa famiglia, ma quella era davvero speciale: il suo primo campo scuola. Per lei significava mettere in pratica tutto ciò che aveva imparato, esprimere la sua autonomia e la sua personalità ormai sicura. Al suo ritorno, mi porge un piccolo pacchetto, con un regalo e una lettera. A volte basta questo: un disegno lasciato sotto il cuscino, un “ti voglio bene” detto con esitazione o quel giorno in cui un bambino finalmente trova il coraggio di raccontarti un dolore. Sono gesti piccoli, quotidiani, ma per noi valgono come grandi conquiste. È lì che comprendi davvero cosa significhi essere stati, anche solo per un tratto, una casa nel cammino di qualcun altro.

Sostenere chi sostiene: come rafforzare il lavoro educativo

Se c’è qualcosa che questi anni mi hanno insegnato, è che il lavoro educativo ha bisogno di essere sostenuto, riconosciuto e condiviso e che le case famiglia non sono solo luoghi di passaggio, ma possono diventare spazi generativi: servono risorse adeguate, relazioni stabili e professionisti motivati, capaci di restare. Il nostro lavoro è molto complesso, e noi spesso siamo stanchi e demotivati: abbiamo bisogno di sentirci in una rete che sorregge e non solo un’isola che resiste. Per questo, ci auguriamo, come professionisti, che venga data sempre più voce ai bisogni degli educatori e di tutti quei professionisti che lavorano in questo settore, per far sì che ogni spazio sia uno spazio di cura significativo, in cui accompagnare bambini a diventare adulti in grado di vivere un futuro migliore. Perché ogni storia che entra in casa famiglia merita cura, attenzione e futuro. E perché ogni educatore, ogni adulto che incontra queste storie, ha bisogno di sentirsi parte di qualcosa che costruisce, davvero, il domani. Un domani migliore.

Claudia

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