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15 Dicembre, 2024

Il parto in anonimato dalle parte dei bambini e delle donne 

Il parto in anonimato è un istituto giuridico che esiste dal 1928 ma tutte le donne conoscono questa possibilità?
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Mi chiamo Claudia, ma sui documenti sono Claudiana. Il nome me lo ha dato il mattino dopo la mia nascita l’ufficiale di stato civile assieme ad un cognome fittizio, poi i miei genitori adottivi mi hanno sempre chiamata Claudia. Vi chiederete come ciò sia possibile: perché io sono nata da parto in anonimato, cioè da donna che ha chiesto di non riconoscermi e di lasciarmi in ospedale affidandomi alle istituzioni. 

Parto in anonimato, un istituto giuridico che esiste dal 1928 

Questa possibilità esiste dal 1928 e consente alle donne di partorire in assoluta sicurezza in ospedale e al bambino di nascere in altrettanta sicurezza sanitaria, concedendo alla donna l’anonimato per cento anni.

La legge prevede che queste donne siano assistite prima (cioè durante la gravidanza), durante il parto (in ospedale) e dopo, MA purtroppo il prima è molto raro, il durante è per chi va in ospedale, il dopo è completamente assente. 

La donna che partorisce in ospedale ha dieci giorni di tempo per comunicare la sua scelta, ma spesso è già decisa e firma i moduli; a questo punto viene fatta una cartella del bambino con i suoi dati e una differente della donna con i suoi, chiusa, che non può essere aperta, salvo casi eccezionali, come gravi problemi sanitari del figlio. 

Le fasi dell’adottabilità: dalla dichiarazione del Tribunale dei minori all’opzione di interpello

Al momento della firma della donna parte la dichiarazione di adottabilità del bambino da parte del tribunale dei minori; ai miei tempi (1966) c’erano pochissime coppie che davano la loro disponibilità, per cui molti bambini hanno vissuto in istituto fino alla maggiore età, mentre oggi i bambini nati da parto in anonimato entrano in famiglia adottiva entro il mese di vita, magari con un passaggio in famiglia ponte per non fargli trascorrere un mese in ospedale e soprattutto per avere l’affetto di cui ha bisogno (anche se in ospedale diventa la mascotte del reparto, non è quello sicuramente l’ambiente ideale per lui). 

Tutte le donne, anche quelle extracomunitarie senza permesso di soggiorno possono avvalersi di questo diritto, ma sono informate in merito a questa loro possibilità?

In realtà pochissime donne ne sono a conoscenza, perché le Regioni non fanno molto per diffondere il parto in anonimato (la Regione Piemonte è una delle poche a fare progetti); le ragazze inoltre sono informate sulla contraccezione, sulla pillola del giorno dopo, sull’aborto, ma non sul parto in anonimato. E anche le poche donne che ne sono informate, non sempre sono disposte a correre i rischi che ne conseguono, come assentarsi dalla famiglia, dal lavoro, o “sparire” per i tre giorni del parto o per tutta la gravidanza. 

Ad aggravare la situazione, a mio parere, c’è il fatto che i figli raggiunti i 25 anni possono fare l’interpello presso il tribunale, affinché venga aperta la busta chiusa e venga ricercata la donna per sapere se vuole mantenere l’anonimato e addirittura, se è deceduta, vengano informati i parenti a cui lei aveva tenuto nascosto tutto per sua scelta. 

La possibilità dell’interpello scoraggia dal ricorso al parto in anonimato con conseguenze estreme

Ma siamo sicuri che in ogni regione funzioni così e che il percorso per giungere a lei non faccia perdere l’anonimato? Ad oggi il 90% delle donne interpellate ha espresso l’intenzione di mantenere l’anonimato, ma la conseguenza dell’interpello è che le donne che oggi potrebbero scegliere il parto in anonimato ne hanno paura, temono la possibile apertura di quella busta chiusa con il loro nome e allora fanno scelte diverse, lasciano i neonati nelle culle termiche (non ricevendo così, né madre né bambino, assistenza sanitaria in ospedale), oppure sulle scale di un ospedale, di una chiesa, etc. o peggio in un cassonetto o in un sacchetto abbandonato ed è un miracolo se li troviamo vivi. 

Il parto in anonimato dalla possibilità di interpello ad oggi è diminuito, mentre il numero dei bambini trovati vivi o morti è in aumento. Ma nelle statistiche MANCA il numero dei bambini che purtroppo non ritroviamo e che quindi corrisponde al numero zero, che a scuola ci hanno insegnato essere un insieme vuoto, ma che in questo caso è pieno di bambini di cui non sappiamo nulla: se siano morti o vivi o magari venduti per adozioni illegali o peggio ancora venduti per vendita di organi. Lo zero è anche pieno delle madri di questi bambini che non sono state minimamente assistite e supportate. Di questo numero zero siamo tutti responsabili.

Diffondere le informazioni sul parto in anonimato senza giudicare, affiancando la donna nella sua scelta

Come agire dunque? Sicuramente diffondendo il parto in anonimato, affinché le donne possano avvalersene senza essere giudicate negativamente in quanto gesto responsabile di una donna che è consapevole della sua impossibilità, in quel momento della sua vita, di essere una mamma, molto più responsabile di quelle donne che invece partoriscono, non segnalano le loro difficoltà e poi a distanza di anni i servizi sociali evidenziano lo stato di grave pregiudizio di quel bambino.

Sicuramente sarebbe importante avere molta cura della donna prima del parto, affiancandola nella sua scelta, senza imporsi e poi durante il parto, non inserendola nel reparto di maternità con le altre puerpere, ma in ginecologia, assisitita da personale molto preparato e non giudicante. 

Per una legge che consenta a donne e figli di incontrarsi solo se lo desiderano entrambi

Sarebbe poi bello che ci potesse essere anche un dopo con una assistenza post partum. E infine sarebbe auspicabile un aiuto anche del governo, con una legge che consenta a donne e figli di incontrarsi solo se ENTRAMBI hanno manifestato al tribunale la loro disponibilità a farlo. In Francia, ad esempio, le madri che decidono di partorire in anonimato hanno la possibilità di cambiare idea ed eliminare, quindi, il segreto sulla propria identità. Le loro dichiarazioni, però, saranno comunicate all’adottato soltanto se e quando quest’ultimo presenti la richiesta di accesso alle origini.

Diffondiamo il parto in anonimato dunque. Tutto questo dalla parte dei bambini e delle donne. Sarebbe una bella conquista!

Claudia Roffino, Una vita in dono, Nove Nove Edizioni, 2023

1 commento

  1. Saverio Siorini

    dimenticate la problematica sul nato in casa, spesso gli articoli parlano di eventuali ” Parti in anonimato ” in ospedale e tralasciano, in modo inesistente, quelle donne che decidono, con l’assistenza di un’ostetrica e semmai dei parenti stretti

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