
Torna un fatto di cronaca nera, con l’omicidio di un padre da parte del figlio. E torna, da parte dei media italiani, l’aggettivo “adottivo” per raccontare il delitto.
Quello dei giornalisti italiani è ormai un riflesso condizionato. Se l’autore di un reato è un cittadino di origini straniere, abbiamo ancora il “marocchino”, il “tunisino”, l’extracomunitario.
Se l’autore di un reato è un figlio adottato, oppure se il genitore ucciso è un padre o una madre adottivi, torna la “adozione” come etichetta con cui caratterizzare un certo fatto di cronaca violenta.
È accaduto il 6 luglio scorso, una domenica, con l’omicidio di Boris Rezzonico, 57 anni, cittadino svizzero, a Luino (Varese), da parte del figlio Francesco, 25 anni.
Ecco cosa dice il dispaccio Ansa delle ore 21.47 del 6 luglio 2025, giorno dell’assassinio, dure ore dopo il delitto: “Un uomo di 57 anni, cittadino svizzero, è stato accoltellato in un’abitazione di via Vittorio Veneto a Luino, in provincia di Varese, dopo le 19.30 da uno dei due figli adottivi. Il giovane, 25 anni, si sarebbe poi allontanato dall’abitazione venendo rintracciato poco dopo dai carabinieri della compagnia cittadina. Il 57enne è morto nonostante i tentativi di rianimarlo del personale sanitario. Il giovane è stato portato in caserma. Da chiarire le cause dell’accaduto. Secondo quanto si apprende il 25enne avrebbe colpito il padre al culmine di una lite alla quale era presente anche il fratello”.
L’agenzia Ansa è la più prestigiosa organizzazione giornalistica e multimediale italiana. È il punto di riferimento di tutti noi giornalisti, sia sul piano della scelta delle notizie, che sul piano del lessico. È insomma una fonte di contenuti e di modo di fare giornalismo da cui non si può prescindere.
Nella notizia del delitto di Luino, data dall’Ansa, abbiamo due delle scelte routinarie – fatte senza pensare – del giornalismo italiano: il ricorso alla “diversità” (l’essere adottato o adottivo) come elemento da mettere in evidenza; e la solita tragedia “al culmine di una lite”, che ritroviamo spesso anche nei femminicidi.
Il significato di queste scelte è legato in modo stretto alle routine professionali di un giornalismo italiano che più volte – vuoi per la fretta, vuoi per abitudine – si affida alle frasi fatte. Si affida agli stereotipi che si tramandano da cronista a cronista. E si affida, quando va bene, al “bello scrivere”.
Cosa aggiunge l’uso dell’aggettivo “adottivo” a una notizia? Cosa aggiunge a un resoconto di cronaca il richiamo alla nazionalità, nel caso di un “rumeno”, o addirittura all’etnia, nel caso di un “rom”?
L’aggiunta ha una connotazione: quella dello stereotipo. Ovvero, il credere che l’essere “adottivi” (o adottati), piuttosto che l’essere “tunisini” o “rom”, sia una caratteristica che aiuta a spiegare un certo evento.
Cosa si cela dietro la scelta di ricorrere quell’aggettivo “adottivo” o “adottato”? Quando va bene, si nasconde il riflesso condizionato di una professione – il giornalismo – che si misura sempre con la diversità, con il cambiamento, con la novità… ma che si fonda spesso sulle formule ingessate di certe espressioni che ormai sono superate.
Qualche esempio di espressioni usate dai giornali? “L’ambulanza è giunta sul posto” dell’incidente. E dove mai doveva andare? “La polizia brancola nel buio”. E come mai non lavora alla luce del sole? “La criminalità giovanile crea insicurezza, la gente ha paura e non ne può più”. La grande criminalità, invece, che spaccia droga, evade il fisco e incassa il pizzo dalle imprese, come mai non viene tematizzata? Sembra che sia sparita, che non esista più.
Quando va male, dietro il ricorso all’aggettivo “adottivo” e “adottato” – piuttosto che i sostantivi di nazionalità o il richiamo all’etnia rom – si cela la presunzione dei giornalisti di poter spiegare una realtà maledettamente complicata.
La realtà – specie quella sociale, compresi i fatti delittuosi e giudiziari – è complicata perché noi giornalisti non siamo preparati. Non studiamo come si legge la realtà. Non sappiamo neppure dove abiti il metodo della ricerca sociale, piuttosto che i fondamenti della psicologia sociale e della sociologia. Da giornalisti, pensiamo che, dotati del “fiuto” della notizia, con il nostro mestieraccio, con l’esperienza maturata e quella ereditata dai nostri maestri, si sappia spiegare cosa accade.
Di sicuro, come giornalisti che usano l’aggettivo “adottato” e “adottivo” associati a un delitto – oppure a un fenomeno che non c’entra con l’adozione – dimostriamo di non conoscere cosa significhi adottare un figlio o una figlia. O l’essere adottati.
Eppure, le linee guida che ItaliaAdozioni ha messo a punto per i giornalisti e gli scrittori parlano chiaro: “Una figlia adottata e una madre adottiva sono una ‘figlia’ e una ‘madre’. Una madre e un padre biologici non sono genitori ‘veri’, perché non esistono genitori veri e genitori ‘finti’, esistono i genitori. Una figlia adottata e una madre adottiva sono una ‘figlia’ e una ‘madre’. Le parole definiscono le situazioni, applicano etichette a persone e fenomeni, possono distorcere la rappresentazione della realtà”.
È di per sé evidente che l’essere figli e figlie “adottati” e genitori “adottivi” non determina la propensione al delitto, alla violenza, piuttosto che alla devianza. Basterebbe ricordare un delitto avvenuto a pochi chilometri da dove scrivo, in provincia di Verona: l’omicidio dei genitori da parte dei Pietro Maso, allora 19enne, a Montecchia di Crosara, il 17 aprile del 1991. Maso non era un figlio “adottato”.
In alcuni articoli sul delitto di Luino, di domenica 6 luglio 2025, a un certo punto si fa riferimento addirittura alla militanza anarchica del giovane assassino, Franceso. Anche qui, un altro pregiudizio: che l’essere un militante dei centri sociali possa indirizzare un giovane verso comportamenti delittuosi.
Non sapendo, poi, che altri pesci pigliare, negli articoli dei giornali si è parlato di una delusione sentimentale di Francesco. La delusione avrebbe determinato l’umore di quel giorno e quindi la lite, da cui poi l’aggressione al padre e l’omicidio.
I giornalisti mostrano – pure in questo caso – di non avere un minimo di basi di psicologia sociale e di capacità di interpretazione dei fatti. E si abbandonano alle ipotesi più strampalate, facendosi condizionare dalle fonti, che di psicologia sanno meno di loro.
È un fatto che l’uso dell’aggettivo “adottivo”, piuttosto che “adottato”, getta una luce – peraltro senza fondamento, falsa e offensiva – sull’esperienza adottiva, quando la si collega a un delitto.
È un fatto non meno grave che, in questo modo, lo stesso giornalismo – quando si lascia andare a scelte lessicali irragionevoli e al pregiudizio – perde di credibilità. E fa perdere di credibilità anche al sistema dei media, che pure è essenziale in una comunità e in una democrazia.
Maurizio Corte
Giornalista e docente di Giornalismo Interculturale
linee guida che ItaliaAdozioni ha messo a punto per i giornalisti e gli scrittori
Master Intercultural Competence and Management




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