Logo ItaliaAdozioni
M
Condividi
27 Ottobre, 2020

La ferita dell’abbandono

Per un bambino la perdita della madre biologica, a qualunque età sia essa avvenuta, si organizza come un trauma e una ferita che avrà comunque delle conseguenze nello sviluppo futuro.
Mariangela Corrias
Mamma biologica, psicologa, esperta in Psicologia dello sviluppo e dell'educazione

Parlare degli effetti della ferita dell’abbandono, per la complessità e sviluppi che tale esperienza ha sulla psiche di un bambino, richiede ben più che un articolo. Cercheremo di indicare alcune delle conseguenze di quello che si chiama “il trauma dell’abbandono”, per iniziare a delineare una strada che porti alla comprensione del suo vissuto e dei suoi sentimenti.

Rapporto madre-bambino

Per un bambino la perdita della madre biologica, a qualunque età sia essa avvenuta, si organizza come un trauma e una ferita che avrà comunque delle conseguenze nello sviluppo futuro.
Il bambino, già al momento della nascita, è “programmato” per creare un particolare legame di attaccamento con colei che lo ha tenuto nel grembo per nove mesi, della quale ha sentito la voce e gli umori, attraverso la quale si è nutrito e grazie alla quale ha potuto sopravvivere. Una madre “sufficientemente buona” sarà in grado di mettersi in sintonia con il figlio, di percepire le sue esigenze e di rispondere ai suoi bisogni con istintiva competenza.


Non tutte le mamme però riescono, per incapacità o negligenza, a costruire con il figlio quella relazione speciale che permette la crescita armonica e sicura del bambino. Nel caso in cui questa incapacità arrivi al punto di rendere necessaria la separazione della coppia madre-bambino, anche se questo dovesse avvenire nei primi giorni di vita, il figlio vivrà un trauma particolarmente significativo che influirà nel suo percorso di vita.

Il fatto che il neonato non sia consapevole di quello che gli sta accadendo non significa che gli effetti nel tempo saranno meno importanti o verranno annullati dalla mancanza di consapevolezza del momento. Il neonato, infatti, in quella situazione, perde la sicurezza di essere un tutt’uno con colei che lo ha generato e con la quale ha vissuto nove mesi. L’arrivo in un mondo freddo e ostile, senza la presenza di una figura che lo rassicuri e che lo accolga con calore, lo porterà ad avere sempre quella oscura “nostalgia” di qualcosa che gli manca e che in varie fasi della vita diventerà struggente e insopportabile.

La perdita della relazione primaria nel bambino adottato

Indipendentemente da quando sia avvenuto l’abbandono, il bambino porterà con sé la sensazione di un’assenza, di una mancanza che percepirà nel profondo della sua anima e che determinerà spesso scelte, umori, reazioni.


Le conseguenze di questo trauma potranno essere varie e in questo articolo proverò a elencarne qualcuna, nella speranza di offrire una maggiore comprensione del vissuto del figlio e offrire una interpretazione “dal punto di vista del bambino” di comportamenti e reazioni che talvolta appaiono, a prima vista, incomprensibili.

Mancanza di fiducia

Il bambino abbandonato sperimenta una mancanza di fiducia in se stesso e negli altri, difficile spesso da indentificare e da riconoscere, che si rivela anche dopo anni di convivenza nella nuova famiglia e che ferisce profondamente i genitori adottivi. Essi talvolta percepiscono tale sfiducia come un problema di relazione fra loro e il figlio, mentre in realtà si tratta di qualcosa che proviene dal passato e si riflette inevitabilmente e malgrado le buone intenzioni di entrambi, nelle relazioni attuali.

Il bambino che si trova a perdere le persone di riferimento primarie (i genitori e in particolare la madre), perde l’appoggio, il sostegno, la sicurezza, tutto ciò che costituisce il suo mondo e il filtro attraverso cui interpreta e dà senso a ciò che gli accade. Egli sente di dovercela fare da solo, di appoggiarsi a se stesso senza potersi permettere di avere bisogno di qualcuno. Nello stesso tempo lo sviluppo emotivo e cognitivo di questi bambini può essere fortemente compromesso.

Il bambino costruisce un atteggiamento di falsa autonomia e sicurezza che deriva dalla sensazione di “doversela cavare da solo”. Anche se questo può essere necessario, quando il bambino si trova solo in un mondo sconosciuto che probabilmente percepisce come minaccioso, non lo è più quando viene adottato da una nuova famiglia. E’ tuttavia esperienza comune di tanti genitori adottivi il ritrovarsi con bambini che non riescono a chiedere aiuto e a mostrare i loro bisogni affettivi ed emotivi. Quando vengono adottati più grandicelli, mostrano una autonomia eccessiva per la loro età e una forte resistenza ad accettare suggerimenti o regole da parte dell’adulto, come pure affetto o tenerezza.

Ambivalenza

La capacità di accettare l’ambivalenza insita in tutte le relazioni umane caratterizza la persona matura ed è una delle conquiste più difficili e importanti per ciascuno di noi. Continuare ad amare una persona anche quando di lei si scoprono gli aspetti più sgradevoli, riconoscere che quella persona che in alcuni momenti della giornata ha reazioni che ci appaiono sgradite e che alcune volte facciamo fatica ad accettare, è la stessa persona che amiamo e che ci fa star bene, è una conquista che spesso per un bambino che ha vissuto l’abbandono riesce particolarmente difficile.

Può capitare che egli dissoci le due figure (buone e cattive) attribuendo per esempio ai genitori biologici gli aspetti negativi e a quelli adottati quelli positivi (o il contrario se viene adottato da grandicello). Il bambino che vive in modo conflittuale i suoi sentimenti ambivalenti (la rabbia nei confronti della migliore amica, la ribellione nei confronti della mamma o del papà), sperimenterà senso di colpa nei confronti dei suoi sentimenti aggressivi, si sentirà particolarmente cattivo o vivrà in modo particolarmente conflittuale e difficile le relazioni con le persone significative. Per esempio integrare l’ambivalenza può significare tollerare i sentimenti collegati all’assenza dell’amica del cuore che decide di andare a trovare la compagna di classe e di non venire a casa propria a giocare.

Se ciò che viene percepito come cattivo lo è in modo irrimediabile e senza attenuanti, il mondo finirà per diventare popolato da figure ostili e paurose da evitare e nei confronti delle quali si è impreparati, o al contrario diventerà una guerra continua senza soluzione di continuità. Questa mancata integrazione fra aspetti buoni e cattivi (con il compagno ci litigo, ma è anche quello che mi regala una parte della sua merenda o mi fa giocare a calcio e sono capace di vedere entrambe queste sue caratteristiche), si manifesta anche nei confronti di se stesso. Chi ha difficoltà ad accettare l’ambivalenza e a integrarla dentro di sé farà probabilmente fatica ad accettare anche le parti che ritiene inaccettabili e negative, si sentirà cattivo a causa dei suoi sentimenti di ostilità e tutto ciò potrebbe confermare la sua convinzione di essere stato lui con la sua inadeguatezza a causare, in fondo, l’abbandono e il mancato amore nei suoi confronti da parte della madre biologica.

La paura della perdita

La vita di un bambino adottato ha come caratteristica fondamentale la perdita. Nel migliore dei casi, infatti, egli ha perso (in vari modi spesso traumatici) la madre biologica. Anche se successivamente dovesse aver trovato una famiglia meravigliosa e capace di offrirgli amore e sicurezza, tutta la sua vita si fonda su questa esperienza, che non ha scelto di compiere.
Per lungo tempo si troverà dunque a cercare di rielaborare questa mancanza e lo farà come potrà, con le sue forze e con l’aiuto che riceverà dalla famiglia e dagli operatori che cercheranno di supportarlo/a. Le reazioni che potrà mettere in atto per far fronte a questo avvenimento e ai sentimenti che esso ha provocato in lui sono abbastanza caratteristici.


Il bambino che ha subito una perdita così importante vivrà probabilmente le situazioni di separazione come particolarmente traumatiche e potrebbe manifestare nelle situazioni che richiedono un momentaneo allontanamento dai genitori (solitamente in particolare dalla mamma) ansia e timori eccessivi: è il caso del bambino che in giardino non tollera che la mamma sia fuori dalla sua vista o che piange disperatamente quando deve andare all’asilo.

Un’altra possibile reazione potrebbe essere quella di difendersi, nascondere le proprie emozioni in modo talvolta eccessivo, mostrarsi particolarmente acquiescente e avere difficoltà nel mantenere legami profondi e coinvolgenti, manifestare una certa superficialità negli affetti e tenere sotto controllo la sua affettività per proteggersi dalla sofferenza causata da una ulteriore perdita, per lui (o per lei) insopportabili.

Nei bambini più grandi la paura di legami profondi potrebbe essere particolarmente spiccata. Spesso i bambini reagiscono con aggressività agli sforzi dei genitori adottivi di manifestare solidarietà e affetto: questo è particolarmente evidente in bambini che hanno avuto molte figure di accudimento o che hanno subito forme di violenza o abusi. E’ importante in queste situazioni che i genitori si facciano aiutare, abbiano pazienza e riescano a parlare con i loro figli cercando di capire le loro aspettative nei confronti della relazione e cosa si aspettano dai genitori, cosa per esempio potrebbe farli sentire tranquilli e rassicurare. Spesso i genitori trascurano questo dialogo: fare domande, ascoltare, chiedere cosa li fa star bene e cosa li fa star male, è un modo per manifestare rispetto nei loro confronti e può avere effetti sorprendenti, sia per le risposte che sentiranno, sia per il legame di fiducia che si rinforzerà e approfondirà.


Tutti i bambini del mondo, ma i bambini adottivi in particolare, hanno bisogno di sentire e vedere che anche loro possono avere, almeno parzialmente, il controllo della situazione, possono esprimere le loro emozioni e i loro desideri e soprattutto vengono ascoltati con rispetto e disponibilità.

8 Commenti

  1. Valentina

    Buonasera, ho letto l’articolo perché avevo bisogno di ispirazione per affrontare il mio disagio di bambina adottata all’età di 3 mesi (oggi ho 44anni)e dopo tanti tantissimi percorsi con psicologi (dopo i 20 anni) e letture autodidatte per colmare il vuoto, mi rendo conto che purtroppo, è sempre utile cercare di capire e trattare questi argomenti ma nn si dice mai che, chi viene adottato avrebbe bisogno di un percorso speciale e differenziato con esperti messi a disposizione con cui poter dialogare liberamente, esprimersi senza paura perché purtroppo i genitori adottivi fanno del loro meglio ovviamente ma nn sempre il figlio vuole parlare con loro, anche solo x nn ferirli o per nn farli preoccupare! Adottati e abbandonati.
    Chiedo scusa per lo sfogo e ringrazio davvero x l’articolo! Parlarne aiuta a riflettere!
    Valentina

    Rispondi
    • Gioia Serena ASTOLFI

      Sono molto d’accordo con te. Adottata a un mese ma con un vuoto dentro…. Non ho ancora chiesto aiuto ma forse mi servirà…

      Rispondi
      • Maria

        Salve sono stata adottata all età di tre anni oggi né ho 36 purtroppo mia madre adottiva è venuta a mancare e io sono sempre depressa non so’ cosa voglio dalla vita chi sono e mi sento incapace di scegliere cosa fare sono in una situazione di stallo non ho costruito nulla chiedo aiuto come posso uscire da questo malessere grazie mille

        Rispondi
        • giuseppina facchi, psicologa e psicoterapeuta

          Gentile Maria,
          la perdita della madre adottiva verosimilmente ha risvegliato anche la precedente esperienza di perdita della madre biologica. Dolore che ha richiamato altro dolore e che ha fatto perdere la propria integrità e sicurezza.
          Il senso di disorientamento, dopo la morte di una persona con la quale avevamo sviluppato una relazione importante, può essere considerato fisiologico, ma se perdura e condiziona fortemente l’umore, la voglia di vivere e la possibilità di continuare a progettare la propria vita, è necessario prendere in considerazione una richiesta di aiuto psicologico o almeno un confronto con una persona di fiducia.
          Il trauma o meglio l’esperienza di abbandono e separazione dalla figura di riferimento, non può costituire un marchio e una realtà insuperabile, dipende da una serie di fattori, ma può essere affrontata, elaborata e integrata nella propria storia e identità

          Rispondi
    • Anna

      Ciao anche io adottata all età di 7 anni. Oggi ne ho 33 e continuo ad avere problemi con il mondo… Paure… Non mi fido di nessuno… A 13 anni ciò che desideravo di più era avere una famiglia e dei miei bambini…così a 19 anni ho incontrato apparentemente una persona che sembrava mi amasse e sono rimasta incinta… Non ha fatto che peggiorare la mia psiche… Maltrattandomi continuamente…dopo sei anni ho deciso di farla finita. Dopo tot anni ho incontrato un altra persona e ho deciso di riprovare a costruire una famiglia con tutte le difficoltà anche per il mio primogenito.. ed è stato un altro fallimento… Ora ho due figli due separazioni. Sto con una persona ora ,più grande di me dove mi fa sentire protetta e al sicuro da due anni ma i problemi del passato rovinano il mio presente. Paure che mi portano continuamente a pensieri negativi. Sono arrivata a pensare che non passerà mai ciò che ho dentro. Spero di potermi confrontare con qualcuno che possa aiutarmi. Grazie Anna

      Rispondi
    • Monica Bianco

      Ciao Valentina!
      Prima di tutto ti abbraccio fortissimo. Il mio ragazzo è stato adottato dopo qualche giorno, I genitori adottivi (la madre) gli ha detto all eta di 6 anni che è stato adottato senza aggiungere altro ne dare conforto. Poi non ne parla più. Ogni volta che vuole esperimere ogni tipo di sentimento, viene smorzato. Durante l’ adolescenza beve e fuma e quando è ubriaco inizia a piangere senza un apparente motivo. A 18 anni si decide parlare finalmente con I genitori per sapere di più. Racconta tutto. Si commuovono. Lui si sente in colpa e decide di non riprendere mai più il tema. Ma continúa a stare male dentro. Verso I 30 inizia un percoso di psicología. Purtroppo ha ancora tanti traumi.
      Vorrei poter fare qualcosa, ma ho paura di sbagliare.
      Volevi sapere un parere, cosa ne pensi, chi è all’ esterno cosa può fare?
      Grazie mille!

      Rispondi
  2. Alessio

    Ciao a tutti, sono Alessio e ho appena compiuto 17 anni. Sono stato adottato all’età di 5 anni. Ho letto l’articolo e devo dire che tutto quello che c’è scritto e vero. Ora che ci penso non ho mai parlato a fondo della mia adozione perchè pensavo di averla già superata, ma non è così. Da quando sono arrivato nella mia nuova famiglia litigo costantemente con mia mamma anche per delle cavolate senza sapere il perchè. Spesso dopo le litigate mi ritrovo in uno stato di solitudine totale e l’unica cosa che mi viene da dire è: perchè è capitato a me. Molte volte mi ritrovo stanco (mentalmente) e non riesco ad uscire in questo loop di ansia, arrabbiature, stress, tristezza… Vorrei cambiare e non vorrei litigare con mia mamma ma non ci riesco e questo mi fa molto male. Inoltre mi ritrovo nell’articolo anche con le persone ed effettivamente mi affeziono molto lentamente alle persone. Vorrei sapere come si potrebbe cambiare questa situazione. Voi che siete usciti come avete fatto?

    Rispondi
    • irina

      ciao Alessio, sono Irina e anche io sono stata adottata all’età di due anni. Per quanto ne sia stata sempre consapevole, solo adesso a 22 anni inizio a parlare dell’adozione. Comprendo a pieno la sensazione di vivere in loop ansia, rabbia, tristezza e vuoto. E’ molto difficile gestire tutto ciò quando si fa fatica a capire da dove effettivamente arrivino queste emozioni e comprendo anche il senso di colpa che provi verso la tua mamma.
      Io in questi anni ho sempre fatto molta fatica a parlare liberamente di come l’adozione e il pensiero di mia madre biologica mi abbia sempre seguita per tutti gli anni della mia vita, portando con se tante domande e dolore. A volte è difficile parlarne perchè si ha paura di non essere compresi o di ferire chi ci vuole bene.
      Mi sento di dire che ciò che provi è del tutto normale e alla tua domanda finale io ti risponderei: con la terapia, perchè servono strumenti specifici per poter elaborare vissuti complessi.
      Ovviamente il mio consiglio si basa anche sulla mia esperienza… io quando avevo circa 13 anni ho iniziato un percorso a causa di attacchi di rabbia improvvisi e il senso di colpa che poi ne derivava. Ciò che mi sento di dire è anche il fatto che serva il terapeuta giusto per affrontare tematiche come queste, solo ora a 22 anni sento di aver trovato il percorso giusto per me e pian piano quel vuoto che ho avvertito per tutta la mia vita sta iniziando ad avere un nome e di conseguenza ad essere colmato. Ti auguro il meglio!

      Rispondi

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Ultimi articoli