
Ok, Laura, inizierei chiedendoti di presentare un po’ te stessa e la tua storia personale.
Sono Laura. Sono nata il 2 gennaio e il 22 gennaio sono stata adottata, affidata ai miei genitori. Sono nata a Foggia e poi sono arrivata a Bari; attualmente vivo con la mia famiglia, anche se ancora per poco, perché a breve andrò a vivere con il mio compagno.
Ho sempre saputo della mia storia: non c’è mai stato un momento in cui mi sia stata nascosta. Credo che questo sia stato fondamentale nel mio percorso di vita. L’adozione è sempre stata presentata come una cosa normale, e per me lo è stata davvero. Questo però non significa che non abbia avuto un impatto: incide, inevitabilmente, in modo diverso, e nel tempo ho capito che andava ascoltata e compresa.
In un periodo particolare della mia vita, legato anche a un ambiente di lavoro complesso, alcune parti personali che non avevo mai davvero affrontato sono emerse con forza. È stato un momento di fragilità, in cui non stavo bene dal punto di vista della salute mentale, e ho deciso di iniziare un percorso di psicoterapia.
Ricordo che alla prima seduta parlai solo del lavoro. Solo alla fine dissi quasi per caso: “Ah, comunque sono una ragazza adottata”. Non lo vivevo come un problema, e in parte non lo è mai stato. Ma col tempo ho capito che aveva delle ripercussioni, positive e negative, che meritavano di essere esplorate.
Quali sono i tuoi primi ricordi affettivi legati alla tua famiglia adottiva?
I ricordi sono tantissimi e tutti molto positivi. Ho avuto un’infanzia serena e un’adolescenza tranquilla. C’è sempre stata una presenza costante, non solo dei miei genitori, ma di tutta la famiglia allargata.
Uno dei ricordi più belli è quando i miei genitori raccontano il giorno in cui sono arrivata a casa: ancora oggi si emozionano e piangono. È qualcosa che sento molto vivo. Un altro momento importante è stata la nascita di mia sorella, arrivata circa quattro anni e mezzo dopo la mia adozione. Da bambina chiedevo spesso una sorella, e quando è arrivata, è stato come un ulteriore regalo.
Ancora oggi penso ai Natali passati insieme, alla famiglia riunita. Mi sento fortunata, perché l’amore è sempre stato presente, in tutte le sue forme.
Hai provato rabbia e sentimenti complessi verso tua madre biologica? Come li hai elaborati?
È stato un percorso lungo. Credo di aver davvero elaborato quella rabbia solo circa un anno fa, dopo quasi quattro anni di terapia. Era una rabbia che non riconoscevo e che riversavo in molti ambiti della mia vita. Non era rivolta solo verso la madre biologica, ma anche verso me stessa, come se in qualche modo fosse colpa mia.
Questo influenzava anche i rapporti sociali. Ho avuto amici che mi hanno supportata, ma c’è anche un aspetto sociale più difficile: l’etichetta dell’adozione a volte pesa. È come se fossi già “abbastanza fortunata” e non potessi chiedere altro.
Quando però ho iniziato a perdonare, prima me stessa e poi mia madre biologica, sono cambiata profondamente. Ho smesso di concedere agli altri mancanze che pensavo di meritare. Ho iniziato a cercare solo relazioni basate sull’amore vero, quello che so di meritare.
Quando ho compreso che anche la scelta di mia madre biologica nasceva da una forma d’amore, l’amore di cui era capace, tutto ha assunto un altro significato. Da lì ho iniziato a pretendere rispetto, cura e presenza, proprio come mi è stato dato dalla mia famiglia adottiva.
Che ruolo hanno avuto la terapia e le persone che ti circondano in questo percorso?
La terapia è stata fondamentale. È stata lo spazio in cui ho potuto guardare davvero la mia storia. La mia famiglia è sempre stata di supporto e sapeva del percorso che stavo facendo, soprattutto nei momenti più difficili.
Nel lavoro, invece, ho preferito mantenere una certa riservatezza. Lavoro in ambito psichiatrico e ho trovato grande discrezione, cosa che ho apprezzato molto.
È stato un cammino lungo, fatto anche di cambiamenti importanti nelle relazioni. Alcune persone sono rimaste, altre no. Ma quelle che sono rimaste oggi mi vedono e mi accolgono per quella che sono davvero.
Come hai scoperto il parto in anonimato e che significato ha avuto per te?
Scoprire questa pratica è stato importante, perché ha dato un senso nuovo alla mia storia. Credo sia fondamentale che venga diffusa e conosciuta, senza stigma. Non si tratta di contrapporla ad altre scelte come l’aborto: ogni donna deve essere libera di decidere per sé.
Il parto in anonimato garantisce sicurezza e cura, sia per la donna che per il bambino. Parlare di questa possibilità senza vergogna è essenziale, così come offrire supporto psicologico durante la gravidanza e il parto.
Ne ho parlato inizialmente con la mia psicologa. Da lì ho approfondito e mi sono informata anche autonomamente. Conoscevo le culle termiche, ma non sapevo della possibilità di partorire in anonimato.
Dal tuo punto di vista professionale, cosa si potrebbe migliorare nei servizi legati all’adozione e al parto in anonimato?
Credo molto nel lavoro d’équipe. In Puglia sono stati fatti passi avanti: se ne parla, esistono materiali informativi e ci sono riferimenti ufficiali. Ma si può sempre migliorare.
Ad esempio, sarebbe fondamentale una raccolta più strutturata e accessibile della storia clinica dei bambini nati da parto in anonimato. Io stessa ho avuto difficoltà, da adulta, ad accedere a informazioni sanitarie importanti.
Inoltre, servirebbero percorsi di accompagnamento sia per le famiglie adottive che per i bambini, fin dall’inizio. Un supporto precoce potrebbe prevenire molte difficoltà future.
Come educatrice, credo sia essenziale che gli operatori conoscano tutte le possibilità esistenti, per poter davvero accompagnare e sostenere chi si trova in situazioni così delicate.
Che messaggio vorresti lasciare ai ragazzi e alle ragazze adottati che stanno cercando di riconnettersi con la propria storia?
Direi loro di non avere paura e di non vergognarsi. Di ascoltarsi. Il demone dell’abbandono esiste ed è difficile, può farti sentire non meritevole di amore. Ma non è così.
È naturale sentire il bisogno di riconnettersi con le proprie origini ed è un diritto. Non bisogna sentirsi in colpa verso la famiglia adottiva, perché l’amore non si divide, ma si moltiplica.
Chiedere aiuto è un atto di coraggio. Parlare di salute mentale è fondamentale. Quando si scopre la bellezza della propria storia e il valore di ciò che si è, si rinasce. E da lì si può anche aiutare gli altri.
Layla Perroni
Giornalista tirocinante, copywriter seo e articolista




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