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30 Agosto, 2026

La voce delle famiglie d’origine nell’affido familiare

Dal silenzio alla partecipazione: costruire la migliore relazione possibile attorno al bambino.
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Una giovane laureata
Ascoltare chi resta ai margini: la voce delle famiglie d’origine

Spesso, quando si parla di affido, ci si concentra su due protagonisti: il bambino, che ha bisogno di essere accolto, e la famiglia affidataria, che accoglie.

C’è un terzo protagonista che non trova sempre sufficientemente spazio nei percorsi di tutela e nella narrazione, la famiglia d’origine, cioè la famiglia da cui il bambino proviene. Scegliere di rimettere al centro la voce della famiglia d’origine non è pura retorica, non è una formalità; è un sostanziale cambio di postura che influenza l’evoluzione nel tempo di tutto il progetto di supporto, andando talvolta ad impattare più o meno direttamente sugli esiti.

L’affido familiare è una misura di supporto pensata per tutelare un bambino che, per un determinato periodo di tempo, non può vivere con la propria famiglia. Le motivazioni alla base di questa tipologia di progettualità possono essere diverse e di differente natura.

L’affido prevede che il minore venga accolto temporaneamente da un’altra famiglia, che può offrirgli un ambiente stabile e protettivo, mentre i servizi lavorano con la famiglia d’origine affinché essa possa superare le criticità che hanno reso necessario l’intervento.

Un concetto chiave nell’affido è proprio quello di “temporaneità”.  A differenza dell’adozione, l’affido non recide i legami familiari ma mira a preservarli e ad accompagnarli. Le stesse Linee di indirizzo nazionali per l’affido (2024) ribadiscono che questo strumento nasce per prevenire l’istituzionalizzazione dei bambini e per sostenere il loro rientro in famiglia.

Nel tempo dell’affido, infatti, tutti i soggetti coinvolti sono chiamati ad interagire e a individuare, assieme, incastri non rigidi che tengano presente il fine condiviso, ossia il benessere del minore.

La pluralità di soggetti protagonisti dell’affido

Attorno a un percorso di affido ruotano più soggetti, con proprie specificità. C’è il bambino, con il suo diritto a stare bene, ad essere ascoltato e a mantenere continuità affettiva con le persone significative della sua vita. C’è la famiglia affidataria, che accoglie e si prende cura quotidianamente del minore mettendosi, in qualche modo, al servizio dell’intera comunità.

Ci sono gli operatori dei servizi (assistenti sociali, educatori, psicologi ecc.) che progettano, accompagnano e monitorano il percorso. Ci sono gli attori istituzionali, il tribunale, la scuola, le reti territoriali.

E c’è, per l’appunto, la famiglia d’origine che è da intendersi come soggetto a pieno titolo, protagonista centrale nel percorso, non come un semplice “problema da risolvere”.

La famiglia d’origine: chi è davvero

Con l’espressione famiglia d’origine scegliamo di non limitarci alle figure paterne e materne. La famiglia d’origine è, piuttosto, l’insieme degli adulti di riferimento che appartengono al mondo affettivo del bambino: genitori, ma anche nonni, zii, fratelli e sorelle, o altre figure di riferimento che hanno, hanno avuto o potrebbero avere, un ruolo di cura rilevante per il minore in questione. Adottiamo una definizione volutamente ampia, partendo dall’idea che una famiglia sia una rete di relazioni, complessa, dinamica, unica e irripetibile.

Spesso le famiglie d’origine arrivano all’affido cariche di vissuti difficili: senso di colpa, vergogna, paura del giudizio, fallimento, rabbia, non accettazione, conflittualità. Di frequente l’affido è raccontato come un’esperienza di perdita, di marginalizzazione, di stigma.

Ed è proprio qui che è possibile fare la differenza scegliendo di vedere, ascoltare e far spazio alle loro storie per costruire un clima di sostanziale partecipazione e collaborazione.

Perché la loro voce conta

Per decenni la conoscenza sull’affido è stata costruita soprattutto dal punto di vista di chi lo governa: istituzioni, tribunali, servizi.

L’esperienza delle famiglie, quando compariva, veniva ricostruita indirettamente attraverso relazioni, valutazioni, categorie di esito; raramente attraverso le loro parole. Eppure, nessuno conosce un percorso meglio di chi lo attraversa.

Le famiglie sanno quali gesti degli operatori hanno stimolato la fiducia e quali hanno suscitato sofferenza; sanno cosa ha reso l’esperienza più sopportabile o più dolorosa; sanno come sono cambiate nel tempo le relazioni con il proprio figlio e con la famiglia affidataria. La loro è una forma di conoscenza “situata”, concreta, preziosa, ancora troppo poco riconosciuta.

Dare spazio alla loro voce significa aspirare a riequilibrare le asimmetrie di potere che attraversano i sistemi di tutela minorile e del lavoro dei servizi (Sanfelici, 2024). Significa passare da un approccio in cui si decide sul genitore ad uno in cui si costruisce con la famiglia.

Valorizzare l’esperienza per un progetto più funzionante

Ascoltare le famiglie d’origine non è solo una questione di giustizia ma anche una questione di efficacia (Raineri e Calcaterra, 2012).

Le esperienze sul campo e le rilevanze scientifiche ci insegnano che un percorso di affido costruito insieme alle famiglie ha una maggior possibilità di funzionare. Quando i genitori si sentono ascoltati e coinvolti nelle decisioni, la collaborazione con i servizi cresce, i conflitti con la famiglia affidataria si riducono e il bambino vive con meno lacerazioni il fatto di appartenere a due mondi.

Anche le esperienze di conflitto e crisi, se rilette e significate, possono diventare una fonte di apprendimento per i soggetti coinvolti.

La voce dei genitori può essere, oltre tutto, una bussola per migliorare le prassi professionali e rendere gli interventi davvero più tutelanti, non solo sulla carta, ma nella vita reale delle persone con cui i servizi si interfacciano.

Il traguardo: la riunificazione come migliore relazione possibile

La cornice di senso, nonché l’obiettivo ultimo, che dovrebbe guidare la costruzione e l’accompagnamento dei percorsi di affido è la riunificazione che può anche essere letta come qualcosa di diverso dal semplice “rientro a casa”.

Lo studioso Anthony Maluccio e i suoi colleghi (1993) hanno proposto una definizione molto più ampia e meno oppressiva di questo concetto: la riunificazione viene da loro definita come il raggiungimento della migliore relazione possibile, in termini di qualità, tra genitori e figli.

A volte questo coincide con il pieno rientro in famiglia; altre volte si traduce in visite regolari, contatti positivi, legami che restano vivi anche quando la convivenza quotidiana non è possibile. Non tutti i genitori possono essere caregiver quotidiani, ma quasi tutti possono restare, in qualche forma, genitori. E questo vale anche per le altre figure familiari.

Guardare all’affido da questa prospettiva cambia in modo radicale il lavoro di tutela del minore.

Non si tratta più solo di allontanare per proteggere, ma di avvicinare due famiglie attorno al bene di un bambino. Per farlo, non si può pensare di tenere nel silenzio proprio chi, di quel bambino, è all’origine. Ascoltare le famiglie d’origine, con attenzione, rispetto e senza giudizio, è forse il primo vero atto di tutela.

Un appello a collaborare con la mia ricerca

Partendo da questa riflessione, come assistente sociale e dottoranda di ricerca, ho scelto di raccogliere tramite interviste le esperienze delle famiglie d’origine i cui figli hanno vissuto un percorso di affido familiare ormai concluso, qualunque ne sia stato l’esito, per dare loro spazio all’interno del dibattito accademico e professionale.

Chi, nel proprio lavoro o nella propria esperienza, abbia conoscenza di genitori o familiari disponibili a raccontare la propria storia può contribuire in modo prezioso aiutandomi ad entrare in contatto con possibili partecipanti o diffondendo questo appello alla collaborazione. 

Per informazioni e adesioni è possibile scrivermi a: lillivalentina.sorgente@unicatt.it.

Bibliografia essenziale

Maluccio, A. N., Warsh, R., & Pine, B. A. (1993). Family reunification: An overview. In B. A. Pine, R. Warsh, & A. N. Maluccio (Eds.), Together again: Family reunification in foster care (pp. 3–19). Child Welfare League of America.

Raineri, M. L., & Calcaterra, V. (2012). Verso un affidamento partecipato: Alla ricerca di strategie efficaci. Lavoro Sociale, 12(1), 93–115.

Sanfelici, M. (2024). Fondamenti del servizio sociale anti-oppressivo. Carocci.

Lilli Valentina Sorgente

Assistente sociale e Dottoranda in Social Work and Personal Social Services

Università Cattolica del Sacro cuore di Milano

Facoltà di Scienze politiche e sociali

Dipartimento di Sociologia – Relational Social Work Research Centre

Titolo di tesi di dottorato: La voce delle famiglie d’origine nei percorsi di affido familiare, una ricerca quantitativa in Italia

Tutor di tesi: Prof.ssa Valentina Calcaterra

Approfondisci leggendo l’abstract della tesi



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