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18 Maggio, 2025

L’adozione di bambini con disabilità: tra pregiudizi, idealizzazioni e realtà

Se si parla di adozione di bambini con disabilità si dipingono i genitori come figure eroiche. Ma quanto pesano queste aspettative sociali?
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L’adozione di un bambino è spesso rappresentata come un atto di amore incondizionato e altruismo. Quando si tratta di bambini con disabilità, questa narrazione si amplifica, dipingendo i genitori adottivi come figure eroiche, capaci di un sacrificio straordinario. Ma cosa succede quando queste aspettative sociali si scontrano con la realtà quotidiana dell’essere genitore?


Uno studio pubblicato sul Journal of Gender Studies dalla ricercatrice Jai Mackenzie mette in discussione la costruzione sociale del “genitore adottivo santo” e analizza le difficoltà che derivano da questa narrazione. La ricerca si basa sull’esperienza di Lynne, una madre single britannica che ha adottato due bambini con disabilità, e mette in luce le molteplici sfide che deve affrontare non solo come genitore, ma
anche come persona costantemente messa su un piedistallo.

Il mito del “genitore adottivo santo”

Nella società occidentale, l’adozione è ancora vista con un certo grado di diffidenza.
Il legame biologico tra genitore e figlio viene generalmente considerato più “autentico” rispetto a quello adottivo.

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Nel contesto delle adozioni, soprattutto internazionali, il termine “special needs” (SN) si riferisce a bambini che, per varie ragioni, hanno più difficoltà a trovare una famiglia adottiva.
Ecco le principali categorie:

1. Bambini con disabilità fisiche o mentali: Questa categoria include bambini con disabilità congenite o acquisite, che possono variare da condizioni fisiche visibili a disturbi dello sviluppo o patologie croniche. Ad esempio, un bambino con una malattia cardiaca o con sindrome di Down rientra in questa classificazione.

2. Bambini con bisogni di salute speciali: Si tratta di bambini che necessitano di cure mediche particolari o interventi chirurgici. Potrebbero avere condizioni correggibili o gestibili con le giuste terapie, ma che nel loro paese d’origine non ricevono le cure adeguate.

3. Bambini di età avanzata: Solitamente si fa riferimento ai bambini sopra i 7 anni. Più l’età avanza, più diventa difficile trovare una famiglia disposta ad adottarli. Eppure, questi bambini hanno ancora tanto amore da dare e ricevere.

4. Fratrie (gruppi di fratelli e sorelle): Quando si tratta di adottare fratelli insieme, le sfide aumentano, ma anche le gioie. Separare i fratelli può essere traumatico, quindi si cerca di mantenerli uniti, ma questo richiede famiglie pronte ad accogliere più di un bambino.

5. Bambini con storie di traumi o abusi: Questi bambini hanno vissuto esperienze difficili che possono aver lasciato cicatrici emotive. Hanno bisogno di un ambiente familiare stabile e amorevole per poter guarire e crescere serenamente.

6. Bambini provenienti da minoranze etniche o culturali: A volte, i pregiudizi o le differenze culturali rendono più complicata l’adozione di questi bambini, nonostante il loro bisogno di un famiglia.

Di conseguenza, molti genitori adottivi interiorizzano un senso di inadeguatezza e sentono la pressione di dover dimostrare di essere perfetti per essere considerati genitori legittimi.


Nel caso di Lynne, questa pressione è ulteriormente amplificata dalla disabilità dei suoi figli. La sua decisione di adottare bambini disabili viene percepita come un atto di eroismo, e la sua figura viene santificata da chi la circonda. Ma questa idealizzazione ha conseguenze reali: la posizione della “madre adottiva santa” non lascia spazio alla complessità della sua esperienza e la costringe a rispondere a standard irraggiungibili.

Bambini “danneggiati” e genitori “perfetti”
Lo studio evidenzia un’altra problematica: l’immagine del bambino adottato portatore di disabilità come “danneggiato” o “bisognoso di salvezza”. Questo stereotipo rafforza l’idea che solo genitori eccezionali possano prendersene cura, aumentando la pressione su chi adotta e riducendo il bambino a un individuo passivo, anziché a una persona con diritti e potenzialità proprie.


Lynne sottolinea come spesso le persone intorno a lei le dicano: “Io non potrei mai fare quello che fai tu”, oppure “Sei incredibile”. Ma dietro a queste affermazioni si cela un problema: il fatto che la sua esperienza venga trattata come qualcosa al di fuori dall’ordinario la isola, impedendole di esprimere difficoltà o chiedere supporto senza sentirsi giudicata.

Il ruolo della fede e la lotta contro le aspettative
La ricerca di Mackenzie evidenzia anche come Lynne utilizzi la sua fede cristiana per legittimare il suo ruolo di madre adottiva di bambini con disabilità. Lei stessa descrive la sua scelta come una “chiamata divina”, un aspetto che le permette di trovare forza nella sua esperienza. Tuttavia, rifiuta l’idea di essere perfetta o straordinaria: afferma di essere semplicemente una madre, con alti e bassi, come tutte le altre.

Questa lotta contro le idealizzazioni è centrale nella sua narrazione.

Il problema, come emerge dallo studio, non è solo la pressione sociale sulle madri adottive, ma anche la mancanza di un riconoscimento più realistico della loro esperienza.

Conclusioni: riconsiderare l’adozione e la disabilità
Lo studio di Mackenzie invita a riflettere su come la società percepisce l’adozione e la disabilità. L’idealizzazione dei genitori adottivi, soprattutto quelli che accolgono bambini con disabilità, finisce per essere un’arma a doppio taglio: invece di offrire supporto, impone standard irraggiungibili e isola chi vive questa esperienza.


Riconoscere che i genitori adottivi, come tutti gli altri, affrontano difficoltà, stress e insicurezze non significa sminuire il loro impegno, ma anzi, renderlo più autentico.
La vera sfida, conclude Mackenzie, è creare un contesto in cui i genitori adottivi possano sentirsi supportati senza essere santificati, e in cui i bambini adottati con disabilità siano riconosciuti come individui completi e non solo come oggetti di salvezza.

Patrizia Serra

Master’s degree in Pharmacy, Master’s in Scientific Communication, Medical Writer and much more.

Fonte

Jai Mackenzie (2025) “I’m not a saint”: divine motherhood at the intersection of single adoption and disability, Journal of Gender Studies, 34:1, 11-25, DOI: 10.1080/09589236.2024.2342995

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