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25 Gennaio, 2026

L’adozione in classe

Dalla valutazione al Piano Didattico Personalizzato: gli strumenti per costruire un'alleanza educativa che valorizzi ogni storia.
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La fine del primo trimestre o quadrimestre è, per molte famiglie, il momento delle prime pagelle e dei colloqui strutturati con i docenti. Per chi ha figli e figlie adottati, questo passaggio può essere particolarmente delicato: non si tratta solo di voti, ma di identità, autostima, fiducia negli adulti.

L’adozione, pur essendo un grande atto d’amore e di riparazione, nasce sempre da una perdita. È una cicatrice che non definisce l’intera persona, ma resta un punto sensibile. Alcune esperienze tipiche delle storie preadottive – separazioni ripetute, trascuratezza, istituzionalizzazione, a volte maltrattamenti o esposizione prenatale a sostanze – possono interferire con lo sviluppo del linguaggio, dell’attenzione, della memoria di lavoro, con la capacità di organizzare il pensiero e di reggere la frustrazione.

Per questo, in percentuale maggiore rispetto ai coetanei non adottati, bambine e bambini adottati incontrano difficoltà negli apprendimenti, soprattutto quando la richiesta scolastica si fa più complessa (fine primaria, secondaria di primo e secondo grado). Il rischio, se queste fatiche non vengono lette alla luce della storia del ragazzo/a, è che venga etichettato come “svogliato”, “disattento”, “intelligente ma che non si applica”.

Messaggi che possono riattivare paure antiche: “non valgo”, “non sono all’altezza”, “deluderò di nuovo gli adulti”.

BES anche in assenza di diagnosi funzionale

La scuola italiana dispone di strumenti precisi per rispondere a situazioni complesse. La Direttiva ministeriale sui Bisogni Educativi Speciali (BES) e la relativa circolare affermano che ogni alunno, anche senza certificazione sanitaria, può presentare bisogni educativi speciali per ragioni psicologiche o sociali. Le Linee di indirizzo sul diritto allo studio degli alunni che sono stati adottati richiamano questa normativa e chiariscono che, nei casi in cui la storia adottiva comporti difficoltà negli apprendimenti o sul piano emotivo, è possibile – e opportuno – attivare un BES (Bisogni educativi speciali) con Piano Didattico Personalizzato (PDP) anche in assenza di diagnosi funzionale.

Che cos’è un  PDP?

Il PDP è un documento deliberato dal consiglio di classe o dal team dei docenti. Non è un’etichetta, ma un patto di lavoro: descrive i punti di forza e di fragilità dell’alunno, definisce obiettivi realistici, stabilisce strategie didattiche (tempi più distesi, uso di mappe, verifiche concordate), individua strumenti compensativi e criteri di valutazione coerenti con la situazione. Per un ragazzo o una ragazza adottata, significa ricevere un messaggio chiaro: “la scuola riconosce la tua storia e si organizza per aiutarti”, e non un “sei meno capace”.

Che cosa possono fare, allora, i genitori quando, con le prime pagelle, emergono difficoltà?

In primo luogo, osservare e ascoltare: come vivono, il figlio o la figlia, i voti? Si vergognano, si arrabbiano, minimizzano, si chiudono? Sono emersi segnali fisici (mal di pancia, insonnia) o comportamentali (rifiuto dei compiti, paura di andare a scuola) che indicano un disagio più profondo?

In secondo luogo, è importante chiedere un colloquio specifico con i docenti, indicando fin da subito che il tema è la necessità di una personalizzazione del percorso in quanto alunno adottato. Nel colloquio è utile:

  • chiedere non solo i voti, ma che cosa accade in classe (attenzione, partecipazione, tipo di errori);
  • ricordare alla scuola l’esistenza delle linee di indirizzo sugli alunni adottati e della normativa sui BES;
  • domandare se l’istituto ha un protocollo di accoglienza per gli alunni adottati e chi ne è il referente.

Se le difficoltà sono stabili o significative, i genitori possono proporre con fermezza, ma senza conflitto, il riconoscimento di un BES e la predisposizione di un PDP, spiegando che la storia adottiva, in questa fase, sta interferendo con il normale equilibrio del ragazzo. È un diritto esigibile, non una concessione discrezionale. Il PDP può essere attivato anche in corso d’anno, proprio per rispondere ai momenti critici e può essere variato dopo un primo approccio iniziale così da calibrarlo rispetto alle reali esigenze. Non deve essere un documento redatto con formalismo, ma deve essere cucito addosso all’allievo o all’allieva. Un abito di sartoria, non un vestito omologato, secondo una visione predeterminata degli allievi che hanno certi vissuti. Ogni bambino o bambina ha la sua storia che deve essere compresa ed accolta. Il PDP deve essere uno degli strumenti che la scuola adotta, insieme alla famiglia, per accogliere questo bambino o questa bambina e consentirgli di percorrere la strada insieme ai propri compagni.

Marchi ed etichette

È comprensibile la paura che tutto questo “marchi” il figlio come diverso. Ma, nella pratica, la vera etichetta negativa è essere ripetutamente giudicati solo per i risultati, senza che nessuno modifichi il contesto educativo. Un percorso personalizzato, al contrario, riconosce che quella cicatrice – l’adozione – esiste e merita rispetto, e non chiede al ragazzo di cancellarla per essere accettato. Al ragazzino o alla ragazzina non devono essere richieste fatiche improbe, ma piccoli risultati che portino fiducia in sé stessi e non ulteriore umiliazione e dolore. 

Conclusione

Le pagelle di fine trimestre o quadrimestre, allora, possono diventare non il tribunale in cui si misura il valore di bambine e bambini, ma l’occasione per costruire un’alleanza tra famiglia e scuola. Un’alleanza che parta da un dato semplice e insieme radicale: nessuna storia è “normale”, ma tutte le storie hanno diritto a trovare in classe un posto in cui sentirsi viste, sostenute e valorizzate. Di fronte alle difficoltà rappresentate da un percorso più difficile di altri, la scuola non deve giudicare, ma accompagnare i nostri ragazzi nel percorso per consentire loro di sentirsi in un luogo protetto. L’amore della famiglia e la protezione dell’ambiente scolastico sono il più grande supporto al cammino di crescita di questi ragazzi.

Isetta Barsanti Mauceri, avvocato specializzato in diritto scolastico

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