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24 Novembre, 2024

L’amore che risiede nella diversità

I genitori adottivi vivono questa esperienza a pieno. Donatella, mamma di Layla, racconta la sua storia, tra amore, diversità e crescita.
Layla Perroni

Un amore mancante. E’ così che Donatella, mamma adottiva di 65 anni, definisce il suo bisogno di adottare un bambino. “Il mio era un matrimonio pieno, lavoravo come professoressa di italiano presso le scuole superiori e svolgevo tante attività, ma sentivo che mi mancava qualcosa. La sera, quando tornavo a casa, sentivo che quello era un divano a tre, non a due, quindi, c’era qualcosa che non quadrava”, dichiara Donatella, che ci racconta la sua esperienza.

Cosa l’ha spinta a diventare una mamma adottiva?

Era soprattutto la sera che avvertivo che la mia vita non era completa. E’ questo il motivo principale che mi ha spinto a fare la domanda di adozione. Abbiamo portato a casa la nostra bambina di origine senegalese circa 30 anni fa. Era il 19 di settembre 1994. Mia figlia, nata il 7 di agosto del medesimo anno, aveva appena un mese e mezzo ed è stata una grande gioia ed una grande sfida allo stesso tempo.

Quando un figlio adottivo, una figlia nel vostro caso, entra in famiglia si inizia un percorso bello, ma complicato. Quali sono state le vostre difficoltà?

Le difficoltà iniziali sono state causate dal fatto che io ero totalmente avulsa dal mondo infantile, perché non ho mai avuto neppure nipotini o cuginette da accudire; in più mia figlia era nata prematura, mangiava più spesso degli altri bambini, non dormiva mai ed aveva bisogno di molte cure. Ho usufruito della maternità che per legge mi spettava, ma trascorsi tre mesi sono dovuta tornare al lavoro e lasciare una bambina così piccola prima con una baby sitter, poi al nido, ha procurato tante problematiche.

Inoltre l’ingresso di un neonato in famiglia, ha portato un drastico cambiamento nella nostra vita, perché quando è arrivata a casa, mio marito ed io eravamo sposati già da cinque anni. Avevamo le nostre abitudini consolidate, legate ai nostri ritmi di vita piuttosto impegnativi. L’arrivo della bambina ha cambiato le nostre giornate: ad un certo punto ci siamo resi conto che tutto girava attorno alla piccola. Di conseguenza anche il nostro rapporto di coppia è cambiato; ad esempio ricordo ancora che avevo scelto di dormire in un’altra stanza per non svegliare mio marito durante la notte. Lui dopo qualche mese mi ha detto che preferiva che dormissimo tutti e tre assieme nella stessa stanza, anche a costo di essere svegliato.

Come avete comunicato a vostra figlia di essere stata adottata?

Dal punto di vista emotivo devo ammettere che è stato più semplice. Io non ho avuto nessun tipo di difficoltà, anzi mi sono sempre approcciata al tema adozione in maniera serena e sana. Devo dire che le differenze di colore ci hanno aiutato molto! Per me la diversità fisica non era affatto un problema, anzi, quando vedevo gli altri bambini mi stupivo del loro “colore così chiaro”. Però nessuno si è mai espresso a riguardo, forse per il mio atteggiamento iperprotettivo. Io sono una lottatrice di sumo, potevano insultarmi quanto volevano, ma mia figlia dovevano lasciarla stare.

Quando poi aveva quattro anni le ho raccontato che era stata nella pancia di un’altra mamma e non nella mia. In aggiunta, un grande aiuto è venuto dagli assistenti sociali che ci hanno supportato nel comunicare con la bambina durante gli anni dell’infanzia.

ItaliaAdozioni rinnova anche quest’anno l’appuntamento con il concorso nazionale “L’adozione tra i banchi di scuola”. Come si può inserire il tema in ambito scolastico?

Questo è veramente un tema importante da portare nelle scuole. I bambini, ragazzi o adolescenti hanno bisogno di essere educati all’adozione, ai suoi significati ed alle sue responsabilità. Credo che sia fondamentale organizzare degli incontri con specialisti del settore – psicologi, pedagogisti, avvocati – e con figli e/o genitori adottivi, affinché i giovani possano capirne di più.

Il concorso nazionale di ItaliaAdozioni, quindi, rappresenta un’occasione unica per diffondere i valori dell’adozione tra i ragazzi. La scuola, inoltre, rappresenta un luogo importantissimo per informare ed educare i giovani sul tema, perché essa è il luogo delle idee, del confronto e della libertà. Durante la mia carriera, ho incontrato alunni che erano figli adottati e – grazie all’apertura che respiravano attorno a loro – sono sempre stati ben accolti sia dai loro coetanei che dai loro docenti.

Quali sono i suoi suggerimenti riguardo a questo tema?

L’unica cosa che mi sento di dire ad un giudice che affida un bambino ad una famiglia è di non tener conto solo del contesto familiare, ma anche di quello socio-culturale in cui il minore vivrà. Nel nostro caso inserire una bambina di colore in una città come Terracina, dove, trent’anni fa, c’era solo ed esclusivamente mia figlia, è stato un cammino difficile per l’identificazione. Poi crescendo, ha preso coscienza delle sue caratteristiche, si è confrontata con altre comunità ed ha visto che non c’erano solo i bianchi, ma tante etnie nel mondo. Allora lì è avvenuta un maggiore integrazione. Oggi è differente, perché nelle città vivono tante persone provenienti da ogni parte del mondo, ma il tema della diversità e di chi la vive è sempre attuale.


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