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10 Dicembre, 2023

Lettera agli assistenti sociali

Maria racconta la sua storia e rivolge un appello ad una maggiore sensibilità, attenzione e professionalità
ItaliaAdozioni
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Comunemente, quando pensiamo alla figura dell’assistente sociale la associamo a qualcuno che “toglie i figli a chi non dovrebbe e li lascia a chi invece dovrebbero essere tolti”: c’è infatti molto spesso una visione negativa di coloro che svolgono questa professione a volte proprio per esperienze negative nel relazionarsi con loro. Non è raro purtroppo riscontrare poco tatto nella relazione con gli assistenti sociali o ignoranza riguardo leggi e procedure.

L’assistente sociale è invece, secondo me, una figura essenziale per le comunità di tutti i tipi ed è un punto cardine per molte famiglie. Io stessa ho avuto a che fare con essi in quanto figlia adottiva e proprio per questo sono qui oggi a raccontare la mia storia e cercare, in qualche modo, di scuotere la coscienza di coloro che svolgono o vorrebbero svolgere questa professione.

La mia storia

Mi chiamo Maria, sono una ragazza adottata ormai nel non troppo vicino 2012 e ho passato due anni in Casa Famiglia in quanto i miei genitori biologici sono venuti a mancare e nessun altro della mia famiglia poteva prendersi cura di me.

Ho conosciuto per la prima volta gli assistenti sociali nel 2009 quando ho attuato il primo inserimento in Casa Famiglia. Avevo solo 9 anni ed ero spaventata, speravo di trovare davanti a me qualcuno che sorridesse a quegli occhi di bambina che non comprendevano a pieno ciò che stava accadendo, invece non è stato così. E’ stato tutto formale seguendo le norme legislative.

Ho conosciuto due figure che qui, per convenzione, chiameremo Anna e Sara. Anna è stata molto gentile e negli anni mi sono confidata molto con lei. Mi sorrideva sempre e mi faceva sentire al sicuro che è ciò che effettivamente mi aspetto da un’assistente sociale: sicurezza. Sara invece era spesso nervosa, non aveva voglia di ascoltare le mie storie e, quando i parenti della mia famiglia biologica cercavano un contatto con me, le cose me le faceva recapitare mesi e mesi dopo, alimentando di fatto una sorta d’odio nei loro confronti.

Un episodio che ricordo e che vorrei sottolineare come cattiva pratica da mettere in atto fu una sera; ero entrata da poco in Casa Famiglia ed ero un po’ frastornata dai vari eventi (mia madre era ricoverata in Hospice e da lì a qualche mese sarebbe morta). Venni chiamata da Sara al telefono della struttura e mi venne detto, in tono molto brusco e senza mezzi termini che io in quella Casa, seppur mi trovassi bene, non ci sarei potuta rimanere. Ebbi una crisi di panico che mi portò tremori molto forti, rigidità muscolare e pianto convulso e ci vollero ore prima che potessi calmarmi non senza la preoccupazione da parte dei volontari della Casa Famiglia che dissero più volte di voler chiamare l’ambulanza.

Vorrei riflettere su quanto sia stato corretto da parte sua darmi questa notizia la sera, quando notoriamente se vi sono comunicazioni importanti da dare ai bambini, qualsiasi sia la situazione di vita in cui essi si trovino, si cerca di darle durante il giorno, in momenti specifici quando vi è la possibilità di dialogo e di far comprendere a pieno all’altro ciò che accadrà. Probabilmente era giusto che cambiassi struttura se quella era la legge ma, secondo il mio parere, sarebbe quindi dovuto accadere in una modalità e tempistica diverse che mi permettessero di digerire la notizia in un periodo per me già così complesso.

Un altro evento che ricordo fu quando mi portarono per la prima volta a rivedere la casa in cui avevo vissuto per tutta la mia infanzia. Mia madre aveva dei disturbi mentali, tra cui un Disturbo da Accumulo per cui tutta la casa era sporca e piena di oggetti anche inutili per chi non ha questo tipo di problematica (cibo vecchio, oggetti rotti, vestiti sporchi etc.) ma rappresentava comunque il mio legame con mia madre ed era giusto io fossi lì. Sara però era turbata da quella visione e voleva che andassimo via, senza che potessi anche solo vedere delle vecchie foto utilizzando la scusa che aveva altre visite da fare e non aveva tempo per starmi dietro. Secondo il mio punto di vista era invece molto importante che io potessi portare con me qualche oggetto che mi ricordasse l’infanzia o che riuscissi in qualche modo a ricostruire la mia storia. Quel giorno, inoltre, non era presente solo Sara ma anche Teresa, la cancelliera, che avrebbe dovuto attuare l’inventario dei beni per la Successione. Teresa non solo aveva piacere che io rimanessi lì durante l’inventario, comprendendo perfettamente le mie esigenze ma disse che la mia presenza avrebbe anche velocizzato il processo di inventario in quanto solo io conoscevo l’eventuale presenza e posizione di oggetti di rilevanza. Sara non la pensava così e litigarono.

Credo che anche questo episodio meriti attenzione: quanto è corretto che due figure di riferimento per un bambino litighino davanti a lui? Inoltre ricordiamo che la bambina in questione oltre a subire in poco tempo la morte di entrambi i genitori, era stata vittima di violenza domestica per gran parte della sua vita e dunque assistere ad un litigio da parte delle figure che avrebbero dovuto farla sentire al sicuro non è di certo qualcosa che sarebbe dovuto avvenire. Anche in questo caso sono stati quindi i modi ad essere errati più che la vicenda in sé.

Raccontando questi episodi vorrei mettere in luce come la figura dell’assistente sociale sia essenziale per il bambino che vede in lei la sua ancora di salvezza. Per me la Tutrice (che in questo caso coincideva con la figura dell’assistente sociale) doveva essere una seconda mamma e invece l’ho vissuta con un senso di angoscia e terrore ad ogni incontro.

A mio avviso si dovrebbe investire totalmente sulla formazione psicologica ed empatica di tali figure che molto spesso se non sempre si trovano a dialogare con persone dal passato difficile e contorto. Quando si ha di fronte un bambino che ha perso tutto, il modo di relazionarsi dovrà essere decisamente differente rispetto a quello che si potrebbe utilizzare con altri piccoli. Ciò su cui voglio far leva è il senso di sicurezza, già esposto prima, che il bambino deve percepire nei confronti dell’Assistente Sociale, tale senso di sicurezza poi la chiave di volta per assicurarsi la sua fiducia e dunque anche un miglioramento psicologico nel bambino.

Maria

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