
Quando la parola “migrante” entra nella vita di un bambino
Quando si parla di migranti, il dibattito pubblico si concentra quasi sempre sugli arrivi, sui confini, sui permessi e sulla sicurezza. Molto più raramente ci si ferma a osservare ciò che accade dopo, nella vita quotidiana di bambini e ragazzi nati o cresciuti in Italia, inseriti nelle nostre scuole, nelle associazioni sportive e nelle famiglie affidatarie.
Nostro figlio è nato in Italia da genitori stranieri e vive con noi da molti anni in affidamento familiare. È cresciuto insieme ai nostri altri figli, frequenta la scuola, pratica sport, ha amici, sogni e progetti. Nella vita reale è un ragazzo come gli altri. Per lo Stato, però, una parte della sua identità continua a essere incompleta: non dispone di un documento valido per l’espatrio e non esiste un percorso amministrativo chiaro che consenta alla famiglia affidataria di risolvere il problema in tempi certi.
È in questo spazio vuoto che un bambino rischia di diventare invisibile. Non perché non sia conosciuto dalle istituzioni, ma perché ogni istituzione ne riconosce soltanto un frammento, mentre nessuna riesce a ricomporre il quadro complessivo.
Una famiglia nella vita, un rimpallo nei documenti
L’affidamento ci chiede di prenderci cura di nostro figlio ogni giorno: accompagnarlo a scuola, seguirlo nelle visite mediche, sostenerlo nelle difficoltà, educarlo, proteggerlo e aiutarlo a costruire il proprio futuro. Quando però si entra nel campo dei documenti, la famiglia affidataria scopre spesso di non avere strumenti sufficienti.
Comune, Questura, servizi sociali, autorità giudiziaria e consolato possono avere competenze diverse. Il problema nasce quando queste competenze non dialogano tra loro e la famiglia viene rinviata da un ufficio all’altro. Ogni passaggio sembra formalmente corretto, ma il risultato finale è l’immobilità.
Nel nostro caso, la mancata registrazione nel Paese di origine dei genitori biologici ha reso impossibile ottenere un passaporto estero attraverso le procedure ordinarie. Allo stesso tempo, l’ordinamento italiano non offre oggi una strada uniforme e immediatamente riconoscibile per rilasciare un documento di viaggio alternativo. Il minore resta così dentro un paradosso: esiste per la scuola, per il sistema sanitario, per il fisco e per il tribunale, ma non può attraversare una frontiera.
Le rinunce che sembrano piccole e diventano ferite
Per un adulto, un documento può apparire come una questione tecnica. Per un ragazzo, invece, significa poter partecipare oppure essere escluso.
Significa partire con la propria classe per un viaggio di istruzione, partecipare a una trasferta sportiva, visitare un familiare che vive all’estero, condividere una vacanza con i fratelli o candidarsi, crescendo, a un progetto Erasmus, a uno stage o a un’esperienza formativa internazionale.
Ogni rinuncia comunica qualcosa. Dice al ragazzo che gli altri possono e lui no. Dice ai fratelli che la famiglia è unita nella vita quotidiana, ma può essere separata alla frontiera. Dice alla famiglia affidataria che deve garantire stabilità e pari opportunità, senza ricevere gli strumenti necessari per farlo davvero.
La domanda più difficile non è quella rivolta a un ufficio. È quella che un figlio rivolge ai propri genitori: “Perché non potete fare più niente per me?”. In quel momento la burocrazia smette di essere astratta e diventa una ferita personale.
Non un caso isolato, ma una realtà sommersa
Quando abbiamo deciso di raccontare pubblicamente la nostra esperienza, pensavamo di portare all’attenzione un problema familiare. Sono arrivate invece segnalazioni da molte parti d’Italia: famiglie affidatarie e biologiche, associazioni, operatori dei servizi sociali e realtà territoriali che avevano incontrato ostacoli simili.
Le storie non sono tutte identiche. Alcuni minori non risultano registrati nel Paese di origine; altri possiedono un passaporto ma incontrano difficoltà nelle autorizzazioni all’espatrio; altri ancora arrivano alla maggiore età senza una posizione documentale definita e scoprono di avere problemi per lavorare, viaggiare o proseguire gli studi.
Ciò che le accomuna è l’assenza di una procedura nazionale chiara, con responsabilità individuate e tempi certi. La soluzione non può dipendere dalla capacità della singola famiglia di orientarsi tra gli uffici, dalla sensibilità di un funzionario o dal territorio in cui il minore vive. Un diritto non può trasformarsi in una lotteria amministrativa.
L’affido non può fermarsi davanti a una frontiera
La legge riconosce al minore il diritto a crescere in una famiglia e chiede agli affidatari di assicurargli mantenimento, educazione, istruzione e relazioni affettive. La Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia pone al centro il superiore interesse del minore, il diritto all’identità e la protezione da ogni discriminazione.
Questi principi, però, devono diventare procedure praticabili. Servono provvedimenti giudiziari che indichino con precisione chi può compiere gli atti amministrativi necessari; un’attestazione uniforme, riconosciuta da tutti gli uffici; un coordinamento effettivo tra tribunali, servizi sociali, Comuni, Questure e consolati; infine, quando il passaporto dello Stato di origine sia oggettivamente impossibile da ottenere per cause non imputabili al minore, un documento individuale di viaggio che gli consenta di uscire dall’Italia e rientrarvi in sicurezza.
Non si tratta di attribuire automaticamente la cittadinanza italiana, né di modificare le regole generali sull’immigrazione. Si tratta di impedire che bambini affidati alla protezione dello Stato restino bloccati proprio a causa dell’assenza di una risposta dello Stato.
Da una storia familiare a una responsabilità collettiva
In questi mesi la nostra esperienza è diventata una battaglia civile. Abbiamo incontrato famiglie, associazioni, servizi sociali, amministratori e rappresentanti delle istituzioni. Abbiamo cercato un confronto trasversale, perché i diritti dei bambini non dovrebbero appartenere a una maggioranza o a un’opposizione.
Il percorso ha portato alla presentazione di interrogazioni parlamentari e alla costruzione di una proposta normativa, successivamente depositata alla Camera e al Senato con il sostegno di rappresentanti di forze politiche diverse. È un risultato importante, ma il deposito di una proposta non risolve ancora la vita quotidiana dei ragazzi coinvolti.
Occorre continuare a parlarne, far emergere i casi sommersi e chiedere che la politica trasformi l’ascolto in una soluzione. Ogni mese trascorso è un’altra gita perduta, un’altra occasione negata, un altro ragazzo costretto a spiegare ai compagni perché non può partire.
Rendere visibile significa riconoscere
Accogliere un minore in affidamento significa offrirgli una casa, ma anche aiutarlo a sentirsi parte della comunità. La famiglia può costruire appartenenza, fiducia e futuro; non può però sostituirsi allo Stato nel riconoscimento giuridico e documentale della persona.
Un bambino non deve pagare le omissioni degli adulti, le difficoltà del proprio percorso migratorio o la frammentazione delle amministrazioni. Non deve essere definito da ciò che manca nei suoi documenti. Deve poter essere riconosciuto per ciò che è: un figlio, uno studente, un compagno di squadra, un cittadino della comunità in cui cresce.
Rendere visibili questi minori significa dare loro strumenti concreti, non soltanto parole di solidarietà. Significa fare in modo che l’affido protegga davvero ogni dimensione della loro vita. E significa ricordare che una frontiera amministrativa non può diventare il confine dei loro diritti.
Samuele Corsi
Papà affidatario




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