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05 Giugno, 2022

Minori stranieri non accompagnati

Riflessioni ed elementi psicologici imprescindibili per aprirsi all’affido di minori stranieri non accompagnati.
Giuseppina Facchi
Psicologa, psicodiagnosta, psicoterapeuta. Già responsabile del Servizio di Psicologia Clinica dell’Azienda Socio-Sanitaria Territoriale di Crema, ha lavorato nell’Unità Operativa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza.

Il tema dei minori stranieri non accompagnati, già significativo per gli sbarchi e il continuo flusso migratorio, è diventato urgente in relazione alla guerra Russia-Ucraina.

I minori ucraini non accompagnati entrati in Italia sono ad oggi 3.909 su 38.361 minori, circa uno su dieci (sistema di monitoraggio nazionale, 5 maggio). Più che raddoppiati rispetto al numero di 1.764, comunicato il 13 aprile scorso dalla Ministra Lamorgese in question  time.

Aspetti psicologici ed esperienze

Dopo aver visto le norme che regolano questo istituto focalizzeremo l’attenzione su alcuni elementi psicologici imprescindibili per aprirsi all’affido di migranti minorenni non accompagnati.

Per introdurre l’argomento  abbiamo incontrato Claudia Bruni, psicologa psicoterapeuta, esperta in clinica transculturale e con esperienza di ascolto negli sportelli per migranti istituiti dalla Cooperativa Crinali a Milano.

Ecco un paio di testimonianze dirette:

“… quando sei accolto da qualcuno che ti tratta bene, ma con naturalezza senza essere invadente, capita che ti venga voglia di farti accogliere ancora di più”.

L’affermazione di un ragazzino afghano ci aiuta ad individuare due aspetti fondamentali dell’accoglienza tanto semplici quanto difficili da attuare per chi, desideroso di accogliere, finisce per essere invadente e ostacolare o rendere artificiosa la relazione con l’altro.

“Chi parla degli emigrati usa spesso la parola “disperati”…ma quello che invece penso… è che non c’è niente di più simile alla speranza nel decidere di emigrare: speranza di arrivare da qualche parte migliore, speranza di farcela, speranza di sopravvivere, di tenere duro, speranza di un lieto fine come al cinema. Penso che sia normale che ogni essere umano cerchi disperatamente di migliorare la propria condizione e in alcuni casi muoversi è l’unico modo per farlo.”

Queste frasi tratte da “Stanotte guardiamo le stelle” di  A. Ehsani,  ci svelano come non sia la disperazione, che pur a volte può esserci, ma la speranza il motore della migrazione.

Per riconoscere questi aspetti nella migrazione è indispensabile affinare gli strumenti dell’accoglienza, tra i più importanti: lo sguardo transculturale e il decentramento.

Uno sguardo transculturale

Acquisire uno sguardo transculturale presuppone che nessuna cultura sia considerata migliore di un’altra  e riconoscere che  ciascuna cultura ha le sue forze, fragilità e paradossi.

Attraverso uno sguardo transculturale è possibile valorizzare e mobilizzare le potenzialità delle persone migranti facendo leva sulle risorse premigratorie, ma anche sulla libertà conquistata nella migrazione.

Chi emigra può contare su ciò che è buono per lui qui, là, ma anche nello spazio intermedio tra qui e là (Marie Rose Moro, 2008).

Esemplificativa è la conversazione tra due persone irachene (“In terra straniera gli alberi parlano arabo” di Usana Al Shahmani)

“… mi dà sui nervi quando gira per casa semisvestita o quando a tavola bacia il marito …”

“ Bilal, ma qui è normale così, non siamo più in Iraq. Devi abbandonare tante abitudini e fare posto alle nuove.”

“ Eppure, come iracheno ci sono cose che non posso cambiare”.

“ Ma certo. Fa parte dell’amore per il nostro paese. Per me la patria vive nel mio animo. Io sono fuggito da lei ma lei non è fuggita da me”.

Anche in questo caso si tratta di un processo che richiede tempo, esperienza, riflessione e confronto. Può essere necessario un sostegno da parte di chi ha già affrontato il passaggio, affinché  avvenga la mediazione  tra il prima e il dopo,  il migrante possa contenere dentro di sé il passato e aprirsi al nuovo.

Il decentramento

Si tratta di un altro aspetto fondamentale nell’approccio transculturale.

Ognuno di noi è immerso nella propria cultura, un involucro protettivo. La cultura sta all’uomo come l’acqua sta al pesce.

Per decentrarsi è necessario accettare di uscire dalle proprie referenze, mettersi al posto dell’altro, calarsi nei suoi panni attraverso una relazione empatica e una comprensione di tipo emotivo. Senza giudizio. Ciò non significa perdere la propria identità e non avere una propria idea, o evitare di farsi un’idea dell’altro o di una situazione, significa cercare di capire l’altro partendo dalle sue logiche culturali e psicologiche. È questo un processo complesso che si acquisisce con l’esperienza e l’approfondimento.

È provato che l’incontro con l’altro perturba, interroga. L’altro in quanto diverso da me può costituire una minaccia poiché mette in discussione la propria identità, anziché confermarla.

Pensare la differenza non è facile e le reazioni ad un sentimento di estraneità possono essere  varie. Le più frequenti sono tre:

Provare una fascinazione nei confronti di ciò che è diverso, esotico, oppure rifiutare e rinunciare all’incontro/scontro o, ancora, sorvolare sulle differenze e far come se non ci fossero, come se tutto fosse già noto.

Individuare ed essere consapevoli di questi atteggiamenti e  relativi stati d’animo, entrare in contatto con se tessi è fondamentale per trovare un equilibrio interno per relazionarsi con l’altro, far fronte alla diversità nel modo più adeguato e utile.

Per entrare nel merito dell’accompagnamento di migranti minorenni, la famiglia affidataria e il tutore, se la persona è affidata ad una comunità, possono diventare promotori di resilienza e accompagnare il minore nel mondo di “qua”  tenendo  conto del mondo di “là”.

Riconoscere i bisogni

Tra i tanti aspetti della questione, uno riguarda l’età dei minorenni migranti. I dati ci indicano la prevalenza di ragazzi prossimi alla maggiore età, quando non l’hanno già superata nonostante la certificazione di   minorenne. Questo elemento ci deve orientare a non bambinizzare i ragazzi che, al di là dell’età cronologica, spesso si sono già sentiti adulti nel loro Paese d’origine.

“Siamo partiti grandi e qui siamo trattati come bambini”, oppure “siamo partiti eroi e qui siamo vittime”.

Sono commenti di ragazzi che si incontrano nell’accompagnamento. L’indirizzo a frequentare un corso scolastico, magari professionalizzante, frequentemente non corrisponde alle loro aspettative. Loro si aspettano un lavoro e la possibilità di inviare denaro alla famiglia d’origine.

È importante riconoscere i loro bisogni di bambini, le loro difficoltà connesse anche ad esperienze traumatiche, ma parallelamente le competenze adulte già sperimentate nella vita precedente alla migrazione. Le aspettative vanno accolte e poi rapportate alla realtà.

Una possibilità consiste nel favorire la connessione tra i diversi tempi della loro storia:

il passato prima del viaggio, il viaggio e i sentimenti di nostalgia e paura che l’hanno accompagnato;

il presente in Italia, con le incertezze insite nella situazione di precarietà;

il futuro da immaginare con creatività, sostenuto dalla speranza.

In sintesi ricordare il passato, ma scegliere il domani per stella polare.

1 commento

  1. Monica Bresciano

    Grazie per tutte le parole che saziano il mio bisogno di sapere, di conoscere.
    Ho letto attentamente ritornando su alcune frasi che mi hanno colpita e che mi hanno dato ancora una volta la consapevolezza di quanto sia importante ascoltare e immedesimarsi nell’altro per potersi accompagnare nel cammino della vita ed essere strumenti di gioia.
    Grazie

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