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12 Giugno, 2022

MSNA: prepararsi all’accoglienza

Contenere gli effetti negativi dello sradicamento e mobilitare le risorse individuali e ambientali per affrontare il cambiamento.
Giuseppina Facchi
Psicologa, psicodiagnosta, psicoterapeuta. Già responsabile del Servizio di Psicologia Clinica dell’Azienda Socio-Sanitaria Territoriale di Crema, ha lavorato nell’Unità Operativa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza.

Prepararsi all’accoglienza richiede uno sguardo transculturale e l’avvio di un processo di decentramento come espresso nel precedente articolo.

Un altro aspetto importante che caratterizza l’esperienza migratoria è il trauma. La reazione al cambiamento che la migrazione comporta è innanzitutto individuale, dipende dalla storia, dal come, quando e perché è avvenuta la migrazione e dalle caratteristiche personali del migrante.  Ne deriva che l’entità del trauma è diversa da persona a persona. Il significato e i suoi effetti sono correlati alle condizioni di quella specifica persona.

È controindicato ritenere l’esperienza migratoria traumatica tout court e comportarsi come se si conoscesse l’entità a priori e ancora aspettarsi che il migrante possa parlarne facilmente. Occorre tempo e fiducia nell’altro e molta cautela e prudenza da parte di chi ascolta. Non aiuta una reiterata insistenza sul conoscere le cause della partenza e i traumi del viaggio e tantomeno creare delle condizioni di accudimento e di dipendenza non adeguate all’età.

… questa signora abbraccia forte me. Ha un vestito ampio, mi fa appoggiare la testa sulla sua pancia e comincia ad accarezzarmi i capelli. Improvvisamente sono un bambino di tredici anni che è tornato a casa dopo essere finito in un guaio e vuole solo che sua madre gli dica che tutto è finito. Che non deve avere paura e che dentro quelle braccia non può succedere nulla di male. Piango forte, un fiume di lacrime che da troppo tempo trattenevo … Sento il profumo di mia madre … di uvette e frutta secca quando tornavo a casa da scuola. Mi sento protetto come non mi capitava da tempo, ho voglia di parlare e, una volta cominciato non riesco più a fermarmi”.

(A. Ehsani   “Stanotte guardiamo le stelle”  –  Feltrinelli)

Se è necessario non sottovalutare il trauma che il migrante può aver vissuto è altrettanto importante non fermarsi agli aspetti fenomenici ed occuparci del complesso problema del significato che il trauma può assumere nel mondo delle rappresentazioni. Oggi sappiamo che è possibile non solo contrastare o superare le conseguenze negative del trauma, ma se  affrontata l’esperienza traumatica può divenire un’occasione di apprendimento. Contenere gli effetti negativi e mobilizzare le risorse individuali e ambientali per affrontare il  cambiamento costituisce una guida da seguire.

Lavorare intorno al trauma, elaborare questo genere di esperienza e perché no superarla, trasformarla, umanizzarla, significa recuperare il significato, trovare le parole per dirlo, raccontarlo a se stessi, confidarlo, esprimendo i sentimenti correlati alla vicenda e trarre da essa delle indicazioni per continuare non solo a sopravvivere, ma anche a vivere.

Aspetti del trauma della migrazione

Alcuni aspetti connessi all’esperienza traumatica di cui tener presente nell’approccio con il migrante.

Sradicamento. La migrazione comporta uno strappo che lascia frammenti di radici difficilmente ripiantabili nel luogo di destinazione.

Quando sradichiamo una pianta perché possa essere reimpiantata con successo è utile che intorno alle radici ferite sia mantenuta un po’ della sua coltura originaria e garantita una fase di cura e di protezione dagli agenti esterni.

Perdita dell’essere a casa. La perdita dell’ambiente di riferimento e dei legami incide sulla sicurezza, la continuità del sè, porta ad una condizione di vulnerabilità e un corredo di sentimenti quali la perdita di fiducia nella propria esistenza, disorientamento, senso di sconcerto, fino a sentimenti di congelamento e senso di irrealtà. L’attesa di conoscere il proprio destino e la paura di essere discriminati e mortificati contribuiscono ad accentuare la condizione di precarietà.

Accoglienza. Sono frequenti le idealizzazioni del luogo d’arrivo, ma altrettanto forte è il rischio di profonde delusioni in quanto ci si aspettava che tutto fosse  più facile e sicuro. L’accoglienza è importante,  può avviare un processo di riparazione, ma anche incrementare il trauma. Non si tratta di fornire soluzioni, ma di costruire insieme al migrante un modo di vivere qui.

La protezione umanitaria non garantisce protezione. Spesso è caratterizzata da interventi frammentati. La costruzione di una rete sicura presuppone una condivisione tra i sistemi che la compongono non facilmente raggiungibile.

Alcune modalità che aiutano.

Rimandare la complessità e la preziosità della storia vissuta a quando le condizioni della persona e del contesto lo permettono. Sostenere sia la capacità di raccontare, ma anche di non raccontare.

Questi elementi non escludono il riconoscimento e la condivisione delle difficoltà attraversate, i tradimenti e le disillusioni a cui si è sentito esposto il migrante, comprendendone la tristezza e il dolore.

Individuare le risorse e le potenzialità che emergono, ma anche le competenze presenti nella fase precedente la migrazione.

Far rinascere il desiderio di vivere e far intravedere le possibilità del futuro.

Mantenere l’obbiettivo di poter superare il periodo di  sopravvivenza.

Collegare la storia personale con la storia collettiva da cui proviene e con quella che contribuirà a creare nella nuova realtà migratoria.

Favorire esperienze di disintossicazione delle vicende violenti, attraverso attività e modalità che riparano e fanno bene.

Non sostenere la condizione di vittima e le richieste di risarcimento.

“A un certo punto nella mia testa, cuore e stomaco si era creato uno spazio nuovo … mi sono reso conto che forse potevo anche smetterla di starmene ripiegato sul pensiero della sopravvivenza e ho iniziato a chiedermi se era possibile ritrovare la mia famiglia … Per molto tempo li avevo come cancellati, perché dimenticare è un modo buono per non soffrire … perché prima di avere abbastanza spazio nella testa per occuparti degli altri, devi trovare il modo di stare bene con te stesso. Infatti, quando ho capito che, grazie a chi mi aveva accolto, con la mia vita davvero potevo farci qualcosa di bello … magari anche qualcosa di utile, ecco che certe domande hanno cominciato ad affiorare senza che io dovessi neppure scuotere troppo il fondo dei ricordi.”

(F. Geda e E. Akbari “Storia di un figlio. Andata e ritorno”, Baldini e Castoldi)

Nell’accoglienza è  fondamentale accompagnare.

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