
Io e mio marito siamo una famiglia affidataria da quasi 25 anni e in questo tempo abbiamo accolto in casa 3 minori con progetto di affido eterofamigliare, con diverse storie e differenti epiloghi.
La pronta accoglienza
Avendo partecipato negli anni anche ad un corso di formazione per la pronta accoglienza di bambini da 0 ai 3 anni, l’ultimo arrivo a casa nostra è stata una neonata di 15 giorni. Essendo un inserimento all’interno di questo progetto, abbiamo risposto in 24 ore alla richiesta del servizio tutela e incontrato ed accolto Gemma, direttamente in ospedale dopo 4 giorni.
Il progetto di pronta accoglienza dovrebbe avere come caratteristiche principali la velocità nella risposta degli affidatari alla richiesta e la durata breve del collocamento, indicativamente dai 9 ai 12 mesi massimo. Dovrebbe trattarsi infatti di una situazione di passaggio per il minore, di un tempo necessario per arrivare al rientro in famiglia o ad un decreto di affido o adozione.
In questo tempo il bambino, anziché essere “parcheggiato” in un reparto di ospedale o in una struttura, viene collocato in una famiglia, dove può trovare il calore e l’attenzione indispensabili fin dai primi giorni di vita per sviluppare quell’attaccamento necessario da subito per il suo sviluppo. Era proprio questa tempistica e questa particolare tipologia di accoglienza che ha convinto me e mio marito, non più giovani, a dare la nostra disponibilità ad iniziare questa esperienza. Ma le cose non sono andate proprio in questo modo.
Tanto veloce e presente è stata l’assistente sociale – la prima di 5 che si sono succedute nei quasi 4 anni successivi – nel momento del collocamento, tanto assente da lì in poi, con qualche telefonata e poche vaghe notizie.
Quasi subito sono iniziati gli incontri (ogni 15 giorni in spazio neutro alla presenza di un educatore) tra Gemma e la sua mamma che, pur faticando ad avere un atteggiamento adeguato durante questi momenti, non ha quasi mai mancato questi appuntamenti. L’allontanamento della neonata si era reso necessario proprio in seguito alla rilevazione di maltrattamenti della mamma verso i due fratellini più grandi di Gemma e all’assenza del suo papà. Inizialmente la bambina viveva la fatica di staccarsi da noi per questi momenti poi, nel tempo, anche per lei questa è divenuta una routine e, pur restando noi le figure affettive di riferimento, ha potuto vivere con relativa serenità anche questo filo sottile che la legava alla sua mamma biologica.
L’affido si protrae oltre il tempo stabilito
Il percorso si è protratto molto più di quanto previsto e di quanto avremmo sperato per il bene della bambina, ma anche di quanto fosse opportuno.
Quello che abbiamo capito è che questi bambini per il Tribunale dei Minori sono una “pratica”, purtroppo una fra tantissime e se la situazione di collocamento provvisoria è comunque una buona situazione per il minore, rischiano di rimanere anni in attesa su una scrivania, perchè le tante pratiche urgenti hanno ovviamente la precedenza. E questo è deleterio, perché in un progetto come il nostro, pensato per un collocamento dai 6 mesi a massimo un anno, il beneficio di un attaccamento positivo per la crescita sana del bambino, rischia di venire vanificato da un trauma emotivo troppo forte, se il distacco avviene dopo anni…..
Ci sono voluti quasi quattro anni per arrivare alla conclusione: una CTU (Commissione tecnica d’ufficio) istituita dopo più di un anno dall’allontanamento e che ha richiesto altri 18 mesi per arrivare a presentare la sua relazione al tribunale; solleciti continui, richieste senza esito per avere documenti e tessera sanitaria, interventi senza risultati del curatore speciale da noi sentito esclusivamente per casuali conoscenze, il susseguirsi di assistenti sociali poco determinate e poco presenti. Queste sono state alcune tappe di questo lungo e faticoso percorso.
Non sappiamo di preciso le cause di tutto ciò, il Covid è stato a nostro parere solo un pretesto, sicuramente ha inciso una concatenazione di eventi, tra cui la poca incisività dei servizi sociali su un Tribunale per i Minori probabilmente in sofferenza, data la mole di situazioni da dover gestire, cosa che non dovrebbe verificarsi soprattutto quando ci si occupa di minori.
Epiologo
Finalmente, da poco, si è arrivati al decreto: adozione. Lo avevamo tanto aspettato e tanto avevamo cercato di smuovere la situazione di Gemma, perché succedesse, ma ora, dopo così tanto tempo, il cuore vacilla…..
Fin da subito abbiamo avuto molto chiaro, pur mettendo in conto una naturale sofferenza nel distacco, che non avremmo potuto essere noi quasi sessantenni i genitori che avrebbero accompagnato Gemma all’età adulta e in questo senso ci siamo sempre dichiarati con il servizio tutela e con il Tribunale, ma non immaginavamo tempi così lunghi con un conseguente strappo così doloroso, sia per noi, ma soprattutto per la piccola.
Uscito il decreto in tempi brevi i servizi hanno individuato la famiglia idonea all’adozione e nel giro di una settimana ci siamo salutati: gli esperti dicono che il passaggio non deve prolungarsi troppo!
Quello che dico sempre, che è quello che quasi fisicamente sento, è che un pezzo del mio cuore è là con lei, ma che questo è quello che doveva essere, che la storia ha avuto il suo giusto e positivo epilogo e che il nostro esserci è servito e sarà una risorsa per il futuro di Gemma.
Nonostante la fatica di quanto detto per noi sono stati 4 anni incredibili e regalati. Un’esperienza ricca di emozioni e bellezza e di un’impensata nuova capacità di rimettersi in gioco con una bimba così piccola.
Nota lieta sicuramente è la famiglia adottiva che oltre a manifestare da subito un desiderio profondo di far entrare Gemma nella loro vita e una grande consapevolezza di cosa questo comportasse, ha colto e tuttora sa cogliere la sofferenza che ci è costata questo distacco, lenendola con un atteggiamento affettuoso ed inclusivo anche nei nostri confronti.
La continuità degli affetti
Il decreto, ottemperando alla legge sulla continuità affettiva, conteneva espressa indicazione che noi, figure di riferimento per i suoi primi 4 anni, non sparissimo completamente dal mondo di Gemma, ma che nei tempi e nei modi più opportuni per il bene della piccola, rimanessimo in qualche modo presenti. Per ora solo nei racconti e nei ricordi di un legame bello, ancora non sappiamo quando e se la psicologa che sta seguendo il suo percorso, lo riterrà opportuno, noi potremo rincontrarci. Ma questo desideriamo avvenga solo per una positiva evoluzione emotiva di Gemma, perché mai e poi mai vorremmo risvegliare in lei la sofferenza patita nel lasciarci.
Lei ora sta meglio, ci dicono che nonostante le grandi fatiche iniziali grazie all’amore, alla pazienza e alle intelligenti attenzioni dei suoi genitori è una bambina serena che si sta permettendo di interiorizzare un attaccamento, che col tempo riuscirà a sentire non a rischio. Noi non ci siamo mai fatti chiamare da Gemma mamma e papà, ma con i nostri nomi di battesimo proprio perché una mamma e un papà dovevano arrivare e pensiamo che questo sia servito a lasciare entrare nel suo cuore più naturalmente la sua nuova famiglia.
La fatica di dover seguire ed accompagnare una bimba così piena di vita e in cerca di affetto oltre alla preoccupazione costante nel vedere che il tempo passava senza arrivare ad una soluzione, non hanno minimamente incrinato la profondità di questo tempo passato con lei e per lei e la bellezza dell’amore che si è creato e che ancora portiamo nel cuore.
Anna



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