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23 Giugno, 2024

Parto in anonimato

Il diritto al parto in anonimato è un diritto inviolabile, che deve essere rispettato in maniera rigorosa.
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La legge italiana garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile e la tutela della maternità, e il DPR 396/2000 regolamenta, fra gli altri aspetti, anche la possibilità di effettuare il parto in anonimato.

Il dato più recente che abbiamo a disposizione, secondo un’indagine condotta dalla SIN, Società Italiana di Neonatologia, in 100 punti nascita italiani tra luglio 2013 e giugno 2014, dice che sono stati 56 i bambini non riconosciuti alla nascita su circa 80.060 nati: lo 0.07% sul totale dei nuovi nati. Fra questi, il 37,5% è stato partorito da madri italiane, mentre il 62,5% da madri straniere.

Ogni soggetto che nasce, viene riconosciuto come persona, a cui viene attribuita una capacità giuridica, con diritti inviolabili come il diritto all’identificazione, al nome, alla cittadinanza, all’educazione e alla crescita in una famiglia.

La dichiarazione di nascita deve essere resa nota entro 10 giorni dalla nascita presso il comune di residenza, o entro 3 giorni presso la direzione sanitaria dell’ospedale in cui è avvenuta la nascita. La dichiarazione di nascita dà la possibilità al bambino di avere una sua identità anagrafica, di acquisire un nome e la cittadinanza.

Nel caso in cui la madre voglia rimanere in una condizione di anonimato, la dichiarazione di nascita viene fatta dal medico o dall’ostetrica.

Il DPR 396/2000 all’art.30 comma 1 definisce infatti che “la dichiarazione di nascita è resa da uno dei genitori, da un procuratore speciale, ovvero dal medico, dall’ostetrica o da altra persona che ha assistito al parto, rispettando l’eventuale volontà della madre di non essere nominata”.

L’iter dell’adozione

Nel caso in cui il bambino non venga riconosciuto, gli operatori sanitari effettuano una segnalazione alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni della regione di competenza, in cui viene dichiarato il non riconoscimento del minore, e la sussistenza della situazione di abbandono.

Il Tribunale apre quindi un procedimento di adottabilità ed inizia l’individuazione di una coppia adottante.

Sospensione della procedura di adottabilità

In alcuni casi, qualora vi siano problematiche particolari e gravi che non permettono alla madre di formalizzare il riconoscimento del bambino, può essere richiesto al Tribunale per i Minorenni un periodo di tempo per provvedere al riconoscimento.

In questi casi la procedura di adottabilità viene sospesa per un massimo di 2 mesi, in cui la madre deve però garantire un rapporto di continuità con il bambino.

Il riconoscimento può essere fatto dal genitore, che abbia compiuto 16 anni e, nel caso in cui non sia ancora sedicenne, la procedura di adottabilità è sospesa fino al compimento del sedicesimo anno di età. In questo periodo di tempo il minore deve comunque essere accudito e avere un rapporto continuativo con la madre.

Accesso alle informazioni per l’adottato

Benché la legge italiana preveda il diritto all’adottato di accedere, al compimento del venticinquesimo anno di età, alle informazioni concernenti l’identità dei suoi genitori biologici, questo non è consentito se l’adottato non è stato riconosciuto alla nascita.

L’art. 24 al comma 7  della legge 149/2001 cita infatti che “l’accesso alle informazioni non è consentito se l’adottato non sia stato riconosciuto alla nascita dalla madre naturale e qualora anche uno solo dei genitori biologici abbia dichiarato di non voler essere nominato, o abbia manifestato il consenso all’adozione e la condizione di rimanere anonimo”.

Oggi, in attesa che il legislatore intervenga, è possibile ricorrere all’interpello della madre biologica, che abbia dichiarato di non voler essere nominata al momento del parto, ai fini dell’eventuale revoca dell’originaria dichiarazione. Generalmente l’istanza va presentata al Tribunale per i Minori della propria regione di residenza.

La culla termica

Al fine di prevenire gli abbandoni dei neonati in luoghi diversi dall’ospedale, in alcune realtà italiane sono stati istituiti luoghi specifici, o addirittura incubatrici riscaldate, in cui la madre può lasciare il neonato, partorito in un luogo diverso dall’ospedale, in maniera completamente anonima.

Questa procedura risulta essere, secondo gli esperti, meglio accettata dalle madri partorienti. La madre sembra infatti sentirsi più tutelata e sicura ad abbandonare il bambino in una culla, anziché accedere in ospedale e richiedere un parto in anonimato.

Tuttavia, il parto all’interno dell’ospedale permette innanzitutto alla partoriente e al neonato la sicurezza delle cure mediche e inoltre di registrare aspetti clinici legati al momento del parto e al processo di nascita, che in caso contrario non potrebbero essere raccolti.

Parto in anonimato e social media

Il diritto al parto in anonimato è un diritto inviolabile, che deve essere rispettato in maniera rigorosa. Spesso le donne non ricorrono a questa opzione, perché non ne sono a conoscenza, oppure sono spaventate e decidono di partorire ed abbandonare il bambino in luoghi diversi da quello sicuro dell’ospedale.

Qualunque sia il luogo in cui le donne decidono di partorire, è fondamentale che i mezzi di comunicazione non violino il diritto alla riservatezza, poiché questo non fa altro che alimentare i timori delle donne.

E’ indispensabile un’adeguata informazione sui diritti delle donne, che decidono di mantenere il loro parto anonimo, ovunque esse decidano di partorire e indipendentemente dal fatto che decidano di affidare il loro bambino in ospedale presso un reparto di ostetricia o in una culla termica.

L’eccessivo clamore, la disinformazione, e la violazione del diritto alla riservatezza delle donne partorienti, rischia solamente di alimentare la paura e portare a scelte, che possono mettere in pericolo la vita del bambino e della stessa madre.  

E’ infine necessario ricordare sempre che una donna che va incontro ad una scelta di questo genere, prende non solo una decisione difficile, ma compie anche un atto di estremo coraggio, che mette al primo posto la salute e la sicurezza del neonato.

Chiara, infermiera clinica

infermiera clinica

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