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20 Ottobre, 2024

“Posso chiamarti papà?”

Daniele racconta l’esperienza dell’adozione dal suo punto di vista di padre
Layla Perroni

Abbiamo incontrato Daniele Moneghini, genitore adottivo della provincia di Verona. Lui si definisce un uomo di 56 anni con una famiglia normalissima, composta da due genitori, un figlio biologico, un figlio adottivo di origine lituana ed un cane. “Io sono un dipendente pubblico, quindi vivo di stipendio, non sono ricco di mio, faccio una vita ordinaria, forse anche fin troppo noiosa, incentrata tutta su famiglia ed alcuni svaghi, quelli che ti permette una famiglia con due figli, uno adolescente ed uno appena uscito dall’adolescenza”, ci dice in tutta trasparenza.

Cosa vi ha spinto ad adottare?

L’idea di adottare è nata principalmente perché volevamo ingrandire la famiglia con un secondo figlio che purtroppo non arrivava. Visto che l’età cominciava ad avanzare, abbiamo deciso di provarci. Non c’è stato nulla di particolare alla base della nostra decisione, solo un divenire naturale della questione. Io e mia moglie ne abbiamo parlato, ci siamo presi tutto il tempo necessario consentito dalla legge per maturare la nostra scelta ed infine abbiamo sentito che fosse la strada giusta da percorrere per soddisfare il nostro desiderio.

Nell’immaginario comune è radicata l’idea che le famiglie adottive siano famiglie speciali. Ma non è tutto qui, vi è dell’altro. Condivide questo pensiero?

Sfatiamo questo mito dei genitori adottivi come dei supereroi. No, non siamo né speciali né supereroi. Innanzitutto perché noi non siamo neanche una famiglia adottiva in toto, siamo una famiglia ibrida. Il nostro nucleo famigliare è formato da un figlio biologico e di un figlio adottivo. Anzi, tolgo addirittura gli aggettivi e dico che abbiamo semplicemente due figli. Quindi siamo delle persone normalissime, viviamo di stipendio; io per poter fare il viaggio per l’adozione, ho saltato le ferie per due anni e ho lavorato continuativamente perché purtroppo noi padri non abbiamo la maternità.

Siamo una famiglia esattamente come tutte le altre e forse rappresentiamo l’esempio di come l’adozione sia una cosa che può fare chiunque, basta volerlo. Devo confessare che a me fa anche un po’ arrabbiare quando le persone, venute a conoscenza della nostra scelta, mi dicono che sono stato bravo. Più che bravo forse incosciente! Rimettersi in gioco a 50 anni con un altro bambino presuppone anche una buona dose di incoscienza. L’adozione è un’avventura senza ritorno, perché non si può sapere come si evolverà.


L’arrivo in famiglia di un figlio adottivo viene visto un po’ come un evento unico, a cui parenti ed amici vogliono partecipare, a volte diventando invadenti. Voi come vi siete sentiti a riguardo? Siete stati compresi nelle vostre esigenze?

A me non piaceva avere persone a casa. Tanti lo scambiavano per snobismo o per una volontà di isolarsi, ma non era così. Io davo solo priorità a mio figlio. Penso che un bambino appena entrato in una nuova casa debba avere il tempo di ambientarsi. Non so perché alcuni non l’abbiano capito. Sul momento mi è dispiaciuto, poi me ne sono fatta una ragione.

In più noi eravamo stati lontani da casa per tre settimane. E’ stato sicuramente interessante vivere quel periodo in Lituania, abbiamo scoperto un posto bellissimo, però il tempo è stato lungo. Quando torni a casa, con un altro figlio in aggiunta, hai bisogno come genitore di riappropriarti di quello che è il tuo ambiente. Quella è sempre casa tua, ma ora è diversa perché c’è un altro componente. Dovevamo riprendere i nostri ritmi nella quotidianità e rimparare da capo a conciliare le esigenze della famiglia con quelle del lavoro. Quindi trovo strano che non si riesca a capire dall’altra parte che un attimo di silenzio e di pace sia necessario e che avere la casa invasa da centinaia di parenti, seppure una dimostrazione di affetto, in certi momenti sia un’invasione, che si abbia bisogno di trovare intimità e tempo per noi.

Quando ha sentito suo figlio chiedere “Posso chiamarti papà?” cosa ha provato?

Nell’immaginario collettivo la gravidanza e la maternità sono esperienze che vengono sempre legate alle donne, ma in realtà anche i papà ne sono direttamente coinvolti. Sentire quella richiesta mi ha fatto vivere una sensazione bellissima, ho capito che lui mi stava riconoscendo un ruolo. Mi ha sorpreso perché mi aspettavo sinceramente un periodo di adattamento e di attaccamento un po’ più lungo, invece c’è stata questa volontà immediata da parte del ragazzo di sentirsi figlio e a me ha fatto enormemente piacere. Ho detto tra me e me: “Bene, cominciamo col piede giusto! Io sono disposto a mettermi in gioco ed a diventare padre e lui è disposto a mettersi in gioco e diventare figlio”, quindi ci stavamo andando incontro l’uno con l’altro.

Quali sono, a suo parere, gli accorgimenti che lo Stato dovrebbe avere verso le famiglie adottive?

In primis, credo che debba essere riconosciuto anche ai padri un periodo di astensione dal lavoro che non vada sotto la categoria di ferie. Concedere solo i tre giorni canonici non è abbastanza, è necessario un periodo più lungo. Il rischio è che l’educazione e la crescita del bambino ricadano tutti sulla madre, la quale però gode per legge dello status di maternità e può assentarsi più a lungo.

Aggiungo poi che le istituzioni dovrebbero essere più elastiche, anche per le questioni più banali, ma importanti dal punto di vista pratico. Faccio un esempio: quando mio figlio è arrivato in Italia, per quanto riguarda le vaccinazioni, lui era perfettamente in regola con la legge lituana, ma completamente fuori norma per le leggi italiane e quindi non avrebbe potuto iscriversi a scuola. Tuttavia, abbiamo avuto la fortuna di incontrare un dirigente scolastico che ha avuto del buon senso e che ci consigliò di andare alla Asl per stilare un programma di vaccinazione. A seguito di questo, il bambino è stato accettato a scuola. E ciò è strano perché la Lituania è, come l’Italia, parte dell’Unione Europea. Credo allora che debba essere previsto un protocollo quasi obbligatorio per gli inserimenti a scuola dei bambini adottati non nati in Italia.

Daniele Moneghini

Posso chiamarti papà: L’adozione vista con gli occhi di un padre, 2024

2 Commenti

  1. Daniele Moneghini

    Grazie infinite

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  2. Elena Ballerini

    Uno sguardo autentico in uno spaccato di vita così intimo

    Rispondi

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