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05 Marzo, 2023

Prenderci cura delle nostre ferite

Importante prenderci cura delle nostre ferite perché diventino cicatrici, ma anche lasciare che qualcuno se ne prenda cura per noi, aiutandoci e proteggendoci.
ItaliaAdozioni
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Ci sono ferite che sanguinano e non c’è medicazione che le faccia smettere: sono incurabili, solo il tempo avrà la meglio. Altre che sono “intermittenti”: sembrano guarite, ma appena le prendi dentro, riprendono a sanguinare. Altre ancora che si cicatrizzano, non fanno neanche più male, quasi le dimentichi, ma sulla pelle il segno rimane. Questo segno ti ricorda certamente il dolore provato, ma soprattutto ti dimostra che ce l’hai fatta a guarire! Questa è la forza che tutti dobbiamo cercare: prenderci cura delle nostre ferite, perché diventino cicatrici. E se serve, lasciare anche che qualcuno se ne prenda cura per noi, aiutandoci e proteggendoci.

“ Solo un uomo che ha provato la disperazione estrema è capace di provare l’estrema gioia”, A. Dumas

20 anni, poesia

20 anni e accorgersi del dolore.
Non che tu non abbia sofferto, il vuoto c’è, le ferite anche. Sanguini.
Dolore; intimorita, ma anche grata.
Quello che sei, presente a te stessa, è dolore.
Ha fatto scattare qualcosa.
Adesso presente a te stessa; 20 anni, dolore come cornice di una vita non ancora gestibile.
Vinta qualcuna, perse molte altre. Ok
Non può essere solo questo. Non a 20 anni.

Ho bisogno; c’è qualcosa che i confini segnati, rigidi, non possono rendere finito.
Infinito.
Sentimenti, comportamenti, pensieri infiniti.
Nessuna regola sociale religiosa.
Nessun perbenismo.
Bordi rigidi, ma modellabili. 
Secondo le mie forme. Ne ho bisogno, ne avevo bisogno.

19 anni, lanciare un bicchiere in faccia a tua madre, la testa che sbatte con colpi continui sul pavimento, i capelli stretti in un pugno.
19 anni essere scortata in ambulanza dalla polizia.
Confusione cosmica, ma come primo istinto umano la preghiera.
Qualcuno, qualcosa, non fatemi mettere in carcere.
Mezza pasticca di Tavor, 0,5 ml di Lexotan.
Due settimane di ricordi sbiaditi, per fortuna. Grazie.
Tante pasticche e luci strane, giornate uggiose.
Ma non in carcere. Grazie.

20 anni, parlare con un negro, un negro che fa musica. Lui parla; urla nei suoi testi.
20 anni, la cornice spessa, che senti limitare la tua anima, non è solo tua.
Prepotente, non solo con te.
20 anni e accorgersi del dolore.
Non che tu non lo abbia vissuto, il vuoto c’è, le ferite anche. Sanguini.
20 anni e tutto ciò che puoi fare è consolarti con la musica di quel negro.
Pregavate insieme, magari lo farete di nuovo.

Aurora

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