Un tema ancora poco noto, quello della FASD (Fetal Alcohol Spectrum Disorders), una condizione complessa, spesso invisibile e misconosciuta, che tuttavia incide profondamente sulla vita delle persone e delle famiglie coinvolte. La dott.ssa Stefania Bazzo, pedagogista e membro del Comitato Scientifico dell’Associazione Italiana Disordini da Esposizione Fetale ad Alcol e/o Droghe (AIDEFAD), afferma: “Se si conosce il problema, si può intervenire”.
Fin dal 2018, ha spiegato Bazzo, AIDEFAD lavora con un team multidisciplinare per rendere visibile ciò che per troppo tempo è rimasto ai margini della conoscenza sanitaria e sociale. L’obiettivo è duplice: da un lato fare informazione e promuovere la ricerca sulla FASD e sulle sue diverse manifestazioni cliniche; dall’altro sostenere le famiglie adottive e affidatarie che si trovano ad affrontare le conseguenze di una diagnosi tardiva o, più spesso, di un’assenza di diagnosi.
La dottoressa ha voluto chiarire come la FASD rappresenti un ombrello diagnostico sotto il quale si raccolgono differenti condizioni di natura neurobiologica, cognitiva, comportamentale e relazionale. Essa comprende, infatti, la sindrome feto-alcolica (FAS) nelle sue forme complete o parziali, ma anche i disturbi neurocomportamentali associati all’esposizione prenatale ad alcol o droghe, che possono presentarsi in modo estremamente variabile e talvolta quasi impercettibile.
Ciò che accomuna tutte le forme dello spettro è l’origine: il danno cerebrale irreversibile provocato dall’esposizione del feto a sostanze tossiche durante la gravidanza. Le conseguenze possono includere difficoltà di apprendimento, problemi di attenzione, scarsa regolazione emotiva, impulsività, deficit di memoria e di pianificazione, e, nei casi più gravi, anomalie fisiche o ritardi nello sviluppo psicomotorio.
In Italia, ha ricordato Bazzo, si è cominciato a parlare in modo sistematico di FASD soltanto alla fine degli anni Novanta, a partire da studi pionieristici condotti nella regione Lazio e da alcune esperienze di prevenzione sviluppate nel territorio di Treviso. Tuttavia, la consapevolezza pubblica e professionale sul tema resta ancora frammentata. La scarsa conoscenza porta spesso a diagnosi errate o a sovra diagnosi psichiatriche, con il rischio di trattamenti farmacologici non adeguati e di percorsi educativi inefficaci.
La pedagogista ha insistito su un punto centrale: il riconoscimento precoce del disturbo può cambiare radicalmente la vita del bambino e della sua famiglia. Non si tratta, infatti, solo di un problema medico, ma di una questione pedagogica e sociale, che richiede la costruzione di una rete di competenze condivise tra operatori sanitari, psicologi, insegnanti, assistenti sociali e genitori.
La dottoressa ha illustrato come AIDEFAD promuova percorsi di formazione e di sensibilizzazione volti a far emergere la realtà della FASD come disabilità invisibile, difficilmente riconoscibile, perché mascherata da comportamenti apparentemente “normali”, ma in realtà derivanti da un funzionamento neurocognitivo compromesso.
In questo senso, la narrazione delle famiglie riveste un valore conoscitivo fondamentale. “Per comprendere la FASD”, ha sottolineato la Bazzo, “bisogna ascoltare chi la vive ogni giorno: i genitori, i figli, gli adulti che ne portano le tracce nella propria storia. È attraverso le loro parole che possiamo costruire una conoscenza viva e concreta, capace di orientare la pratica clinica e l’intervento educativo.”
La FASD, prosegue Bazzo, è un disturbo che non si “cura” nel senso tradizionale del termine, ma si gestisce attraverso la costruzione di contesti competenti, accoglienti e stabili, capaci di riconoscere le fragilità senza colpevolizzare. In questo scenario, le famiglie adottive assumono un ruolo chiave: non solo come contesto affettivo, ma anche come ambiente terapeutico naturale, in cui l’amore, la comprensione e la consapevolezza diventano strumenti di cura.
Un aspetto particolarmente rilevante toccato dalla relatrice riguarda la dimensione dell’abbandono e della rinascita, che caratterizza molte storie adottive segnate da FASD. La ferita originaria dell’abbandono si intreccia con quella biologica della lesione cerebrale prenatale, generando un intreccio complesso di bisogni emotivi e cognitivi. È per questo motivo che la preparazione delle famiglie e la competenza dei professionisti rappresentano fattori determinanti per il successo dell’adozione.
La dottoressa ha anche ricordato le difficoltà quotidiane delle famiglie nell’interfacciarsi con i servizi territoriali, spesso privi di formazione specifica. “Molti genitori”, ha spiegato, “si sentono soli, giudicati o fraintesi. La scuola, la sanità, i servizi sociali: tutti vedono i sintomi, ma pochi ne comprendono l’origine. E così il bambino viene etichettato come oppositivo, pigro o maleducato, invece che come portatore di una disabilità invisibile”.
Il suo intervento si è chiuso con un appello alla conoscenza condivisa e alla responsabilità collettiva. “Solo riconoscendo la complessità della FASD”, ha concluso, “possiamo costruire una rete di cura efficace e rispettosa. La nostra missione è dare voce a chi non ce l’ha, trasformando il sapere scientifico in prassi quotidiana, e la sensibilità familiare in competenza sociale. È così che l’invisibilità può diventare visibilità, e la fragilità può trasformarsi in forza”.
Anastasia Pietrini
S. Bazzo, Prendersi cura della Sindrome Feto Alcolica e dei Disturbi correlati (FASD): una disabilità quasi invisibile, in “L’adozione oggi: la necessità di una rete competente ed efficace“, 23 Maggio 2025 c/o Ospedale San Carlo, Evento formativo a cura del Gruppo di Lavoro Nazionale per il Bambino Migrante della Società Italiana di Pediatria (GLNBM-SIP) e dell’Associazione ItaliaAdozioni APS





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