Maternità e paternità nelle persone adottate tra storia personale, legami e origini
Che cosa significa diventare genitori per una persona adottata? È da questa domanda che è nato il mio lavoro di tesi, scritto nel 2012, in un momento della mia vita in cui non ero ancora madre. Allora mi interrogavo su questo tema da studentessa e anche a partire dal mio background adottivo. Oggi, rileggendo quel lavoro da madre biologica, sento ancora di più quanto la genitorialità possa rappresentare, per chi è stato adottato, un passaggio profondo di rilettura della propria storia.
Diventare genitori è sempre un’esperienza trasformativa. Ma per una persona adottata può avere un significato ulteriore: non riguarda solo il legame con un figlio che arriva, ma può riaprire domande sulle origini, sull’appartenenza, sulla perdita, sul modo in cui si è stati figli e sul modo in cui si desidera essere genitori.
Due sguardi che aiutano a capire
Tra i contributi che hanno orientato il mio lavoro di ricerca per la tesi, due mi hanno colpita in modo particolare.
Il primo è l’articolo di Zara Philips, Adoptees as Parents, in cui una madre adottata racconta dall’interno la propria esperienza di maternità. Nel suo testo emergono temi molto forti: la paura di perdere il figlio, l’iperprotezione, il peso di non conoscere alcune informazioni sulla propria storia e il significato intenso della somiglianza. La sua testimonianza mostra bene come la maternità possa riaprire la storia adottiva e darle significati nuovi.
Il secondo riferimento è la ricerca di Greco, Rosnati e Ferrari del Centro Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica di Milano. Questo lavoro affronta il tema della genitorialità negli adulti adottati e mostra come la nascita di un figlio possa riaprire domande profonde: chi mi ha generato? perché sono stato abbandonato? chi si è preso cura di me? a chi assomiglia mio figlio? Mette inoltre in evidenza che questo lavoro di rilettura non riguarda solo la persona adottata, ma coinvolge anche il partner e la coppia.
A partire da questi due sguardi, ho scelto di realizzare una piccola ricerca empirica.
Le storie che ho incontrato attraverso le interviste
Ho intervistato quattro coppie sposate, tutte con figli, in cui uno dei due partner era adottato. In tre casi il partner adottato era la madre, in un caso il padre. Le persone adottate avevano tra i 27 e i 34 anni, provenivano dal Perù e dalla Bolivia ed erano state adottate tra i 17 mesi e i 3 anni.
Ho scelto l’intervista semistrutturata perché mi interessava ascoltare il vissuto concreto delle persone, lasciare spazio alle loro parole e al loro modo di raccontarsi. Più che cercare risposte rigide, volevo avvicinarmi a ciò che si muove dentro il passaggio alla genitorialità quando a viverlo è una persona adottata.
Quello che ho incontrato non sono state solo quattro storie familiari, ma quattro modi diversi di sentire il passato e di dare un posto alle origini nella vita di oggi.
Ogni storia attraversa la genitorialità in modo diverso
La prima cosa emersa con chiarezza è che non esiste un solo modo di vivere la genitorialità da persone adottate.
Riprendendo le categorie della ricerca della Cattolica, le quattro coppie si distribuivano in due gruppi: due risultavano concordi nella valorizzazione dell’origine, mentre le altre due nella normalizzazione dell’origine. In alcune coppie, quindi, l’adozione e il passato erano temi presenti, pensati e condivisi. In altre, invece, l’adozione non veniva negata, ma vissuta come un dato della propria storia meno centrale nel presente.
Questo aiuta a non generalizzare. Per alcuni la nascita di un figlio riattiva in modo forte domande, emozioni e bisogni di senso. Per altri questo passaggio viene vissuto in modo più lineare e tranquillo. Entrambe le modalità meritano ascolto e rispetto.
Le parole che restano
Tra le interviste raccolte, alcune frasi restituiscono con grande forza il senso di ciò che è emerso.
Una madre ha detto: “Fino a quando mio figlio avrà tre anni io crescerò con lui, la mia infanzia la sto vivendo con lui.”
Questa frase esprime con immediatezza come la crescita del figlio possa riattivare, nel genitore adottato, una rilettura della propria infanzia.
Un’altra madre ha detto: “Per me la maternità è stata come fare un regalo a mia mamma.”
Qui la maternità tocca non solo il rapporto col figlio, ma anche quello con la madre adottiva. È come se questo passaggio coinvolgesse più generazioni insieme, riaprendo affetti e significati.
E poi c’è una frase di segno diverso, ma altrettanto significativa: “Io so di essere italiana. Non ho mai pensato di tornare in Perù per cercare le mie origini.”
Anche questa voce è preziosa, perché ricorda che per alcune persone l’adozione può essere integrata in modo sereno, senza il bisogno di riportarla costantemente al centro della propria esperienza di vita.
Sono frasi diverse tra loro e, proprio per questo, mostrano quanto questo passaggio possa aprire significati nuovi nel rapporto con sé, con i propri legami e con la propria storia.
Il partner come presenza che accoglie
Un altro tema molto importante emerso dalle interviste riguarda il partner non adottato.
La genitorialità, per un adulto adottato, non è un passaggio solo individuale. È anche un’esperienza che prende forma dentro la coppia. Quando il partner sa ascoltare, accogliere e dare spazio alla storia adottiva, si crea una condizione più favorevole alla sua rielaborazione. In altre parole, la storia dell’adozione non si riattiva solo nel rapporto con il figlio, ma può essere pensata e condivisa anche dentro il legame di coppia.
Questo, per me, è un punto prezioso: diventare genitori non significa solo affrontare nuovi compiti, ma anche dare un posto, nella relazione, a temi più profondi come le origini, l’appartenenza, la perdita e il desiderio di continuità.
Quello che queste storie mi hanno lasciato
Rileggendo oggi quelle interviste, mi accorgo che mi hanno lasciato soprattutto una consapevolezza: la genitorialità può diventare un luogo in cui la storia adottiva si fa sentire in modo nuovo.
A volte questo avviene in modo evidente, attraverso domande, emozioni e ricordi. Altre volte si manifesta in modo più silenzioso, nel rapporto con il proprio figlio piccolo, nel modo in cui si guarda ai propri genitori, o nel sentire che qualcosa del passato torna vicino senza avere subito un nome preciso.
Mi ha colpita anche il fatto che l’infanzia del figlio possa, in alcuni casi, riavvicinare il genitore adottato alla propria. Come se accompagnare un bambino nei suoi primi anni significasse anche sfiorare qualcosa della propria storia, delle proprie mancanze, ma anche delle proprie possibilità di trasformazione.
Una storia che oggi rileggo da un altro punto della vita
C’è un ultimo aspetto che oggi sento importante nominare.
Oggi rileggo questa tesi da madre, e questo inevitabilmente cambia qualcosa nel mio sguardo. Non cambia il senso della ricerca, ma cambia il punto da cui la guardo. Alcune cose che allora potevo soprattutto pensare, oggi le sento con maggiore profondità.
La conclusione a cui ero arrivata, e che oggi sento ancora vera, è che la maternità e la paternità possono cambiare il modo in cui una persona adottata ripensa e rielabora la propria storia. Non accade per tutti nello stesso modo, non con la stessa intensità, ma può accadere.
Oggi sento anche, sul piano personale, quanto la genitorialità possa toccare il tema della continuità e del legame. Nel figlio, a volte, si possono rivedere parti di sé, tratti, somiglianze, qualcosa che parla in modo immediato di appartenenza. E proprio per questo posso comprendere ancora più a fondo come, per alcune persone adottate, un figlio possa essere vissuto come un legame profondamente proprio, capace di riaprire in modo nuovo il rapporto con la propria storia.
Forse è proprio questo il punto che vorrei lasciare: per una persona adottata, diventare genitori può significare non solo prendersi cura di un figlio, ma anche incontrare di nuovo parti di sé e della propria storia. E quando questa storia può essere ascoltata e pensata, non resta soltanto una ferita del passato: può diventare anche uno spazio di consapevolezza e di crescita.
Federica Jackeline Pagani
Laurea Triennale in Scienze e Tecniche Psicologiche delle Relazioni interpersonali e delle Organizzazioni sociali
Università degli Studi di Bergamo
Relatore: Prof. Attà Negri
Anno accademico: 2010-2011
Approfondisci leggendo l’abstract della tesi
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Ho letto con piacere questo articolo e mi riconosco molto in due punti in quanto anch’io come figlia adottiva non conoscendo le mie origini o perlomeno la metà forse perché mi sono state dette dall’ostetrica che mi fece nascere e che automaticamente divenne anche la mia madrina di battesimo perché si prese cura di me i primi due anni finché non trovai i miei genitori adottivi comunque quando diventare mamma Ero molto sensibile a tutto nel vedere la mia creatura che cresceva e ogni cosa mi faceva pensare a quello che sarebbe potuto essere il mio passato che era in un orfanotrofio quindi molte volte mi facevo prendere dalla tristezza e pensavo a quanta felicità poteva avere la mia bambina che aveva tutto l’amore dei suoi genitori e per quanto riguarda la mia mamma adottiva Lei vedendo me mamma con una creatura piccola si immaginava come sarebbe potuta essere lei con un bimbo e questo lei qualche volta me lo diceva comunque ci sono stati dei momenti in cui mi soffermavo a pensare come era stata la mia infanzia fino a quel preciso momento in cui poi trovai i miei genitori Io fui in orfanotrofio fino ai due anni passati e quindi vedere mia figlia che cresceva felice serena Mi riempiva di gioia ma il tempo stesso mi veniva una sorta di malinconia pensando alla mia infanzia.