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14 Aprile, 2024

Ricerca delle origini e social network

Gestire la ricerca delle origini attraverso i social network richiede una combinazione di consapevolezza dei rischi, supporto emotivo ed educazione all'uso responsabile dei social media, soprattutto quando coinvolge ragazzi minorenni.
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La ricerca delle origini attraverso i social network: un pericolo o una possibilità per l’adottato?

La diffusione negli ultimi anni di Internet e dei social media ha fatto emergere un fenomeno sempre più diffuso e preoccupante: alcuni ragazzi adottati ricercano le proprie origini biologiche attraverso i social network, che però non offrono adeguate tutele alla loro privacy e sicurezza.[1]

Social network: quale identità per il ragazzo adottato?

L’adozione è un’esperienza di vita, che può portare la persona adottata a confrontarsi con il proprio passato e spesso con eventi traumatici relativi alla propria famiglia di origine.

Una volta entrato nella famiglia adottiva, sarà fondamentale per l’adottato ricostruire il proprio puzzle di vita tra passato (prima dell’adozione), presente (l’adozione e i rapporti con la famiglia adottiva) e quello che sarà il futuro. Avere un quadro chiaro della propria esistenza lo aiuterà a costruirsi un’identità stabile, soprattutto da un punto di vista psicologico, che l’accompagnerà nella sua crescita futura.

Si tratta di un percorso complesso e che prevede tempi e spazi molto personali, dove la persona adottata cerca risposte a profonde domande esistenziali profonde: «chi sono?», «perché sono stato adottato?»,  «la mia famiglia biologica mi ha abbandonato?».

In questo scenario l’adottato può costruire un’idea di sé, un po’ “falsata” e immaginaria, così come della propria storia biologica, non conoscendo tutti i tasselli del puzzle e l’utilizzo dei social network può contribuire a rispecchiare chi è e cosa vuole dalla vita, con inevitabili vantaggi e svantaggi.

Non è un mistero che il mondo di Internet abbia modificato, irrimediabilmente, soprattutto tra i più giovani, le modalità di costruzione dei legami sociali, favorendo sempre più spesso relazioni tra persone lontane.

In questa dimensione virtuale, i legami assumono un significato particolare, dove ognuno esterna le proprie fragilità e ha bisogno di ricevere dall’altro conferma e accettazione delle proprie. Non solo, ma l’universo digital permette di creare relazioni limitate ad aspetti solamente positivi. La persona tende a rappresentarsi in uno scenario eccessivamente patinato e “perfetto”, dove non sono ammessi difetti o difficoltà personali, ma allo stesso tempo si resta distanti dal proprio interlocutore per quanto “vicini”.

La ricerca dei familiari biologici tramite i canali virtuali

Questi meccanismi si verificano, ugualmente, quando il ragazzo adottato ricerca i propri familiari biologici (genitori, fratelli, etc.) sui social network: le sue ricerche non si limitano ad una dimensione solamente virtuale, ma spesso creano un contatto nella realtà, permettendo di incontrare una persona mai conosciuta o con la quale in passato ha avuto un legame.

Inoltre, non bisogna sottovalutare come, spesso, i giovanissimi abbiano un’avanzata competenza tecnologica alla quale, però, non corrisponde un’identica competenza emotiva ed affettiva per gestire questi contatti e gli eventuali incontri che ne possono derivare.

Il ragazzo adottato può trovarsi, quindi, estremamente disorientato in queste ricerche, e può anche evitare di coinvolgere la famiglia adottiva, la quale a volte ne viene a conoscenza solo quando il contatto e/o l’incontro è già avvenuto.

Per queste ragioni Internet e i social network non rappresentano un canale sicuro dove elaborare i propri dubbi di identità così come la propria esperienza adottiva: senza una fondamentale funzione di filtro delle informazioni, l’adottato rischia di andare incontro a pericoli importanti, senza esserne del tutto consapevole[3].

Educare anche le famiglie al corretto utilizzo dei social network

Una corretta educazione all’uso dei social network aiuterebbe sia i giovani adottati che le loro famiglie.

Gli stessi genitori, infatti, tendono spesso a ricercare in questi strumenti un’immediata gratificazione in tempo reale[4], senza pensare alle conseguenze per la propria sicurezza[5].

Spesso accade che siano i genitori adottivi a ricercare un parente biologico del figlio, sostituendosi a loro e anticipando questo desiderio di ricerca, per trovare “per primi” la notizia e “soddisfare” così le proprie paure o timori.

Questa modalità che cosa può comportare ? Un ciclo pericoloso di segreti e verità nel rapporto tra genitori e figli: i primi ricercano informazioni senza dire niente ai figli per paura di destabilizzarne la crescita. Tuttavia, prima o poi, arriverà il momento dello svelamento, che avrà, inevitabilmente, ripercussioni importanti sui figli. Gli scenari che si possono immaginare sono diversi (ad es. quando comunicarle?, che cosa fare delle notizie raccolte dal genitore? etc.).

La ricerca delle proprie origini: differenze tra ricerca ufficiale e ricerca “fai da te”

Gli strumenti “fai da te” (social network, investigatori privati, gruppi Facebook) che il ragazzo adottato ha a disposizione per ricercare le proprie origini sono facilmente accessibili.

Comprendere quali sono le principali differenze di una ricerca tramite canali ufficiali, anziché attraverso Internet e i canali social, ci permette di delineare le dimensioni di questo fenomeno sociale.

Innanzitutto, rileva l’età minima alla quale il ragazzo può effettuare queste ricerche: usando canali ufficiali l’età può oscillare tra i 16 e i 25 anni, a seconda del Paese di origine dell’adottato, mentre sui social network è consentito iscriversi già a 13 anni[6].

In secondo luogo, un altro aspetto riguarda i tempi e i costi della ricerca. Seguendo i canali ufficiali, si registrano costi e tempistiche decisamente lunghi e complessi, rapportabili in mesi o in anni, compresa la possibilità di dovere raggiungere il Paese di origine con tutte le difficoltà del caso. Invece, per chi si iscrive ad un qualsiasi social network, sono sufficienti pochi istanti per trovare la persona desiderata, a condizione che questa sia iscritta e accetti la nostra richiesta di amicizia (o abbia un profilo pubblico). Questa seconda alternativa è a “costo zero” per il ragazzo adottato, anche se, alla fine, si trova a dovere “pagare” un prezzo altissimo: la sicurezza e la privacy propria e della propria famiglia, senza considerare tutti i dati sensibili, che avrà diffuso sui social network, spesso senza rendersene conto.

Chi sono i soggetti con i quali la persona adottata si può interfacciare nella ricerca?

Quando parliamo di ricerca delle origini, i canali ufficiali che possono fornire informazioni a questo riguardo sono le istituzioni competenti per territorio: il Tribunale per i Minorenni della città di residenza dell’adottato, l’ente autorizzato che si è occupato dell’adozione internazionale e in generale i Servizi Sociali, se appositamente autorizzati dal Tribunale.

Bisogna distinguere, per quanto riguarda il nostro ordinamento giuridico, l’ipotesi in cui l’adottato sia stato riconosciuto alla nascita dalla madre biologica: per accedere al fascicolo sulle proprie origini, sarà necessario che presenti istanza formale al Tribunale per i Minorenni del luogo di residenza, una volta compiuto il venticinquesimo anno di età.

Un’ipotesi diversa, invece, riguarda l’adottato nato da parto anonimo (non riconosciuto alla nascita dalla madre biologica), che dovrà attendere 100 anni dalla propria nascita prima di accedere al proprio fascicolo (art. 93, co. 2, Codice Privacy). Tuttavia, nel 2013 la giurisprudenza è intervenuta, in mancanza di una legge ad hoc, con lo strumento del cd interpello: un iter protetto in cui l’adottato, compiuti gli anni 25, può presentare istanza al Tribunale per i Minorenni, chiedendo se la madre biologica intenda mantenere il proprio anonimato. Il Tribunale svolgerà delle indagini protette per rintracciare la donna nel rispetto della privacy di entrambi: se la madre accetta di sciogliere il proprio anonimato il tribunale, coadiuvato dai servizi sociali, si occuperà di organizzare degli incontri, sia separati che congiunti, con madre e figlio.

Solitamente la persona che è stata adottata all’estero (con adozione internazionale) potrà apprendere  le informazioni sulle proprie origini direttamente dal fascicolo della propria adozione, che l’ente autorizzato avrà consegnato alla famiglia adottiva.

Nel caso di ricerca “fai da te”, ogni persona di cui si conosca il nome e qualche altro dato sensibile (cognome, data di nascita, paese di origine, ecc.) risulta accessibile a chi svolge la ricerca. Non solo, ma gli stessi social network non offrono alcuna garanzia di certezza e veridicità circa le informazioni che vengono veicolate[7], esponendo la persona adottata anche a ricatti emotivi e/o economici.

Cosa può fare la famiglia adottiva?

Come abbiamo visto, la ricerca delle origini può essere una necessità fisiologica della persona adottata, che aiuta a costruire la propria identità, a prescindere dall’approccio che la famiglia intende adottare al riguardo[8].

Tuttavia, data la pericolosità dei social network, l’approccio ideale che i genitori dovrebbero assumere sarebbe quello improntato alla cd openess: si consiglia, infatti, un’apertura mentale il più ampia possibile, in modo da fare sentire il ragazzo a proprio agio in questo momento delicato.

La famiglia adottiva dovrebbe, infatti, evitare un atteggiamento chiuso e basato su segreti e bugie, o addirittura ricercare la verità biologica e tenerla nascosta al proprio figlio. Assumere un atteggiamento aperto non è una regola assoluta, valida in ogni caso, ma può risultare l’approccio “migliore” per evitare difficoltà in futuro, o per poterle affrontare in modo consapevole, se e quando si presenteranno.

Conclusioni

Possiamo immaginare alcune diverse soluzioni per trovare una mediazione, non semplice, tra i diversi interessi in gioco: da un lato il desiderio di ricerca della persona adottata, dall’altro i timori e le paure dei genitori adottivi, che si possono sentire “genitori di serie B”, e infine l’eventuale interesse di parenti biologici a riprendere i rapporti con l’adottato e/o ad instaurarne di nuovi.

In primo luogo, laddove consentito dalla legge, andrebbero implementati i rapporti tra servizi sociali, istituzioni e famiglie biologica e adottiva. In questo modo sarebbe possibile gestire più efficacemente la possibilità o anche solo il desiderio dell’adottato, di rintracciare le proprie origini in sicurezza per sé e per la propria famiglia.

Inoltre non bisogna dimenticare che, almeno in Italia, solitamente, la famiglia adottiva viene lasciata da sola ad affrontare eventuali criticità nel post-adozione: i servizi sociali, infatti, seguono il nucleo familiare solo per un anno dopo l’adozione.

In secondo luogo, può essere utile ricorrere alla mediazione familiare come luogo di incontro e  spazio di riflessione per comprendere i bisogni e le motivazioni di tutti i soggetti interessati (persona adottata, famiglia adottiva e biologica). Riguardo a questa seconda possibilità seguirà un approfondimento che tratteggerà rischi e potenzialità dello strumento, soprattutto riguardo la figura del mediatore familiare e la sua formazione.

Dott. Edoardo Scianò,

Giurista e Mediatore familiare


[1] Cfr. Coram BAAF Adoption & Fostering Academy, Dr John Simmonds presents the UK perspective of Adoption in the Digital Age at the European Parliament, 2019, in www.corambaaf.org.uk, 20 Marzo 2019.

Solitamente sono i minori adottati ad avviare questi contatti. Tuttavia non sono mancati casi nei quali i genitori biologici desiderano rintracciare il figlio precedentemente abbandonato o dato in adozione e/o mai conosciuto, oppure i genitori adottivi ricercano maggiori informazioni sulla famiglia biologica del figlio adottato alle sue spalle.

[2] Cfr. Sent. Corte Cost., n. 183/2023;  S. De Carli, Adozione aperta: la legge resta e vince il “caso per caso”, 2023, in www.vita.it/adozione-aperta/, 30 settembre 2023.

[3] F. Vitrano, E. Morello, Trova e aggiungi agli amici…il segreto dell’adozione ai tempi di Facebook, in Minori giustizia, 2012, 4, 122 ss. Cfr. Abburrà A., Femia F., Figli adottivi detective su Facebook per ritrovare la madre naturale, 2018, in www.lastampa.it/cronaca/2018/ , 13 Marzo 2018. Cfr.Fursland E., Facebook has changed adoption for ever, 2010, in www.theguardian.com, 19 Giugno 2010  

[4] Cfr. L. Carotti (psicologa e psicoterapeuta), Genitori e figli social, tra opportunità e rischi, quale consapevolezza? in www.psicologa-psicoterapeuta-rieti.it/.

[5] S. Chiapparo, La famiglia in epoca digitale. Gli adolescenti adottivi stranieri tra identità multiple e società liquide, in, Minori giustizia, 2013, 2, 214, 216 ss. I genitori adottivi (e anche quelli biologici) sembrano spesso ignorare che i cd networked publics, gli spazi pubblici virtuali, comportano una serie di caratteristiche inevitabili.
La persistenza di questi spazi (ciò che viene pubblicato online permane per un tempo indefinito), così come la loro ricercabilità (i contenuti online, soprattutto se virali, sono facilmente rintracciabili), replicabilità (le informazioni online possono essere facilmente ricondivise e replicate), ma anche l’invisibilità del pubblico (non sempre è possibile individuare gli utenti in ingresso e a quanti di loro ci stiamo rivolgendo).

[6] Addirittura, anche prima di avere compiuto 13 anni, se il ragazzo fornisce una data di nascita falsa, con tutte le conseguenze che possiamo immaginare.

[7] C. Benini, Adozione e ricerca delle origini ai tempi di Facebook, in, Terapia Familiare, 2017, 115, 30 ss.

[8] E. Fursland, Faccia a faccia con Facebook – Manuale di sopravvivenza per le famiglie adottive, Le Comete Franco Angeli, Milano, 2015, 69 ss.

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