
A Torino il 22 novembre scorso si è tenuto il convegno “Esperienze di adozione e di affidamento familiare. La collaborazione interistituzionale per il benessere di studentesse e studenti“ organizzato dall’Ufficio Scolastico Regionale Piemonte in collaborazione con Anfaa (Associazione Nazionale Famiglie Adottive e Affidatarie).
L’intervento di relatori esperti in campo pedagogico e giudiziario hanno permesso di approfondire il contesto entro il quale oggi si colloca l’insegnamento e di porre l’attenzione alle caratteristiche sociali, familiari e specifiche delle condizioni di adozione e di affido.
Condividiamo alcuni spunti di riflessione tratti dai vari interventi.
La pluralità delle famiglie oggi
Le trasformazioni sociali hanno portato ad un profondo cambiamento nelle strutture familiari. Una serie di fattori, quali il formarsi delle coppie in età più avanzata, le caratteristiche del lavoro più precario e flessibile, le relazioni mediate dai social media, contribuiscono a creare configurazioni familiari sempre più complesse.
Se è vero che la famiglia costituisce il principale interlocutore dei docenti, è pur vero che oggi le forme di famiglia si sono moltiplicate e diversificate: oltre alla famiglia “tradizionale” composta da padre, madre e figli, esistono famiglie monoparentali, famiglie migranti, unioni libere, adozioni, affidamenti etero familiari o in comunità, realtà che rappresentano nuove sfide per la scuola.
In questo attuale contesto, le situazioni di adozione e affidamento rappresentano una “diversità all’interno di un contesto di diversità”, per questo è necessario che i docenti incontrino le famiglie, per conoscerle nelle loro specificità. Un approccio utile è quello di considerarle al di fuori degli stereotipi, riconoscendo in esse capacità e potenzialità nell’accompagnare i figli nel loro sviluppo.
Pregiudizi e stereotipi
I pregiudizi e gli stereotipi ostacolano l’integrazione scolastica degli alunni adottati o in affido. Le difficoltà nel condividere con i compagni una realtà familiare diversa possono influire profondamente sul loro benessere emotivo e sociale all’interno della scuola.
Questa difficoltà, spesso dovuta a una mancanza di sensibilità e consapevolezza da parte del contesto scolastico, ha un impatto significativo sul benessere complessivo dei minori adottati o affidati.
Una recente indagine, condotta dalla professoressa Paola Ricchiardi, docente associata di Pedagogia Sperimentale presso l’Università degli Studi di Torino, ha esplorato la rappresentazione dell’affido tra gli studenti universitari. Lo studio ha coinvolto 355 studenti del corso di Scienze della Formazione Primaria dell’Università di Torino, con l’obiettivo di analizzare il grado di conoscenza e le percezioni riguardanti l’affidamento familiare. I risultati mostrano una comprensione superficiale del tema: il 45% degli intervistati ha dichiarato di conoscerlo “poco” o “per nulla”. Tra coloro che conoscevano l’affido, solo una minoranza aveva esperienza diretta, mentre la maggior parte aveva informazioni indirette, spesso attraverso famiglie affidatarie o racconti di amici. Questo può generare rappresentazioni parziali o generalizzazioni, con esperienze narrate in modo estremamente positivo o negativo.
Gli intervistati considerano l’affido un’opportunità. Tuttavia, ad un’indagine più approfondita, sostengono che sarebbe meglio supportare le famiglie d’origine, invece di promuovere l’affido. Questo dato suggerisce una percezione errata tra gli studenti intervistati, che tendono a considerare la famiglia affidataria e la famiglia d’origine come due alternative mutuamente esclusive, anziché come due realtà che possono e devono operare in modo complementare per il benessere del bambino.
Un altro stereotipo comune tra i partecipanti alla ricerca è che l’affido familiare duri “troppo”. Questa idea ignora che ogni caso è unico e che il tempo necessario varia in base alle necessità del bambino e alla capacità della famiglia d’origine di riaccoglierlo in sicurezza.
Adozione e affido nelle serie televisive
Un altro aspetto su cui si è soffermata la ricerca effettuata, è il ruolo significativo che hanno serie tv e film nel mantenere pregiudizi e stereotipi sull’affido familiare, presentando l’affido in un contesto di caos familiare e sociale, evidenziando l’inadeguatezza dei genitori biologici e la disfunzionalità delle famiglie affidatarie. Ad esempio, la serie americana “Shameless”, incentrata sulle vicende della problematica famiglia Gallagher, mette in scena un panorama esasperato di degrado sociale, senza offrire modelli positivi, né attenzione al processo istituzionale dell’affido.
In Italia, serie come Mare Fuori, Blanca e Un professore, pur trattando temi importanti, semplificano l’iter dell’affido. In Mare Fuori, ambientata in un carcere minorile, si accenna a percorsi di accoglienza, che vengono spesso descritti come azioni spontanee e caritatevoli, ignorando la complessità burocratica e le responsabilità istituzionali che regolano l’affido. Anche in Blanca, il rapporto con una bambina affidata è dipinto con generosità, ma anche con superficialità, riducendo la realtà dell’affido a un’esperienza casuale.
Un professore tratta la vicenda di una giovane madre la cui bambina è stata affidata ad un’altra famiglia. Quando la madre manifesta il desiderio di rivedere la figlia, la famiglia affidataria si rifiuta di partecipare all’incontro. Questa rappresentazione contribuisce a semplificare e distorcere i principi fondamentali dell’affido, che si basa, ove possibile, sulla collaborazione tra famiglie affidatarie e genitori biologici nell’ottica di mantenimento della continuità dei legami con la famiglia d’origine.
Queste narrazioni, pur stimolando la sensibilità verso il tema, rischiano di rafforzare visioni parziali e stereotipate, specie tra i giovani. L’assenza di rappresentazioni accurate e positive del sistema di affido e adozione limita il senso critico del pubblico, influenzando negativamente la percezione di questi percorsi. La sfida per educatori e società è promuovere una cultura dell’accoglienza fondata su informazioni corrette, a partire dalla scuola.
Adozione e affido nella letteratura per ragazzi
Il tema della narrazione dell’adozione nella letteratura per l’infanzia rappresenta un altro elemento sul quale riflettere. Prima che l’infanzia venisse considerata come un periodo importante e cruciale per lo sviluppo, l’adozione veniva rappresentata come un fenomeno di compravendita di eredi o di braccia per lavorare. Basti pensare agli orfani delle fiabe, da Cenerentola a Biancaneve, per passare a Jane Eyre, Oliver Twist, Tom Sawyer. Oliver Twist è l’orfano per eccellenza, la sua giovane vita si intreccia a quella della criminalità, della marginalità, dei bassifondi londinesi. Il bambino orfano si trova a cimentarsi con le avversità della vita, commuove, ma anche attrae, perché ha molta libertà e può vivere avventure che un bambino che vive in famiglia, difficilmente si troverebbe a fronteggiare.
Oggi in Italia, possiamo reperire opere di narrativa contemporanea in buon numero e di qualità. Opere che hanno il loro grado di appetibilità per i bambini e i ragazzi. Fra le pubblicazioni rivolte agli utenti fra gli 8 e i 9 e fra i 13 e i 14 anni, possiamo individuare alcuni tra i nuclei tematici più frequenti: il disagio, la fuga, la ricerca, i rapporti interculturali e gli interrogativi dolorosi. In alcune opere, per esempio, il tema della fuga dall’orfanotrofio o dalla pseudo famiglia viene raccontato in modo interessante e coinvolgente.
Attraverso la lettura possiamo imbatterci nel mondo delle comunità educative, conoscere la realtà dell’affido, delle case-famiglia, delle adozioni, possiamo conoscere figure di educatori e genitori che seguono i ragazzi che hanno in affidamento, e che cercano di guidarli, perché possano crescere con le stesse opportunità dei loro coetanei.
I romanzi presentano storie di formazione identitaria, dove i protagonisti sono giovani in bilico in cerca di sé, raccontano i momenti, le situazioni, gli eventi scatenanti che segnano il passaggio a una nuova consapevolezza: la scoperta di essere stati adottati, nuovi amici, avventure rischiose, il superamento delle proprie paure, insomma una sorta di bussola per orientarsi in quel viaggio interiore alla ricerca della propria identità.
Non esiste un libro “giusto” ma possiamo disporre di “letture giuste” proprio per superare pregiudizi e stereotipi che ancora appaiono anche dalle testimonianze dei più giovani.
Educare alla cultura dell’accoglienza
Per contrastare tali stereotipi, è necessario costruire una cultura dell’accoglienza partendo dalla scuola. Le esperienze di inclusione e dialogo aiutano a superare le rappresentazioni distorte e promuovere una maggiore consapevolezza.
In questa prospettiva, il concorso nazionale “L’Adozione fra i banchi di scuola” fin dal 2014 mira a favorire una migliore cultura dell’adozione e dell’affido, sensibilizzando studenti e insegnanti alla valorizzazione della diversità e all’accoglienza, come parte integrante dell’educazione alla cittadinanza.
Cristina Fraschetti




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