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24 Ottobre, 2021

Siamo adottati ed è davvero possibile stare bene

Testimonianza autentica di vita e di carriera scolastica fino alla laurea dentro una storia familiare di adozione
ItaliaAdozioni
insieme a favore di una migliore cultura dell'Adozione e dell'Affido

Siamo adottati e stiamo bene

Ho avuto il piacere di intervenire insieme a Giovanna Masini, insegnante e pedagogista, e Giorgia Bernardini, figlia adottiva e neolaureata, all’ottava edizione del meeting Siamo adottati e stiamo bene, organizzato a Firenze da Officina Adozione.

Durante il nostro intervento, intitolato “Ci siamo laureati. Adozione e successo scolastico”, Giovanna Masini ha svolto un discorso generale sulla sua esperienza di insegnante e pedagogista, in particolare sul ruolo della scuola e cosa essa possa fare in situazioni di difficoltà e come si possa promuovere la carriera scolastica degli adottati. Perché si, è possibile per un/a adottato/a laurearsi!

“Ci siamo laureati. Adozione e successo scolastico”: il mio contributo.

Durante il mio intervento ho parlato della mia carriera scolastica che non è stata tutta rose e fiori, ma diciamoci la verità: per i bambini non adottati è così diversa? Tutti possiamo avere alti e bassi a scuola, penso sia normale. Parlando delle nostre esperienze a scuola io e Giorgia abbiamo parlato di un compito che ci è stato dato alle scuole elementari e che ci ha messo in difficoltà. A Giorgia era stato dato il compito di spiegare il perché i suoi genitori le avessero dato quel nome. A me, invece, era stato dato il compito di costruire il mio albero genealogico!
Mi sono poi concentrata, non senza interruzioni, soprattutto sulla mia tesi di laurea “L’attaccamento nell’adozione. Un recupero possibile”. L’attaccamento è una motivazione innata a ricercare la vicinanza protettiva di un caregiver, ossia un adulto che rappresenta una figura stabile cui rivolgersi in caso di pericolo o necessità. Il legame di attaccamento si sviluppa anche nelle famiglie adottive e può essere forte ed efficace. Ho posto l’attenzione sulla necessità di un sostegno alle famiglie adottive: un sostegno per i genitori, ma anche e soprattutto per i bambini.

La ricerca delle origini come tema principale.

Sicuramente è stata un’esperienza interessante. Il tempo a disposizione non era molto, e le interruzioni purtroppo tante. Nonostante il nostro intervento parlasse della scuola e del successo scolastico, l’interesse principale dei presenti, molti dei quali adottati nazionali adulti, però era teso solo al tema della ricerca delle origini, la ricerca dei genitori di nascita. Mi è stato chiesto a che età sono stata adottata (sette anni) e da quale Paese sono arrivata (Ucraina), ma non è quello il problema. Sono rimasta stupita, nel momento in cui ho detto che non ricordo i miei primi sette anni di vita e che io non voglia, per il momento, di ricercare le mie origini, del fatto che questo è stato “giudicato” da alcuni un trauma che io non ho ancora superato. In quel momento ho sentito la necessità di dire la mia opinione a riguardo. Una persona quando dice di non aver bisogno di ricordare o di conoscere le proprie origini, forse sa già da dove viene e magari la prima parte del suo libro la conosce già a differenza di altri. Pertanto ora ha solo voglia di stare bene e di guardare al futuro con serenità. Nessuno può permettersi mai di dire ad altri che cosa devono o non devono fare. Io voglio sentirmi libera di fare quello che più mi sento e non per questo voglio essere giudicata da nessuno, l’importante è sentirsi figli: questa è la vera conquista dell’adozione. La ricerca delle origini non è obbligatoria per gli adottati, ma è una questione personale e uno deve scegliere di farla quando se la sente, non perché deve. Io non l’ho fatto perché non ne ho mai sentito la necessità, ma questo non significa che non farò mai questo viaggio, magari in futuro ne sentirò il bisogno, ma non è detto: dipenderà da me, è una mia scelta, non un obbligo. Ognuno ha i propri tempi e il mondo è bello perché vario!

L’impressione generale che ho avuto è che ancora gli stessi adottati si percepiscono come problematici e questo fa si che pensino che anche i nuovi adottati siano solo portatori di traumi e problemi. Quanto lavoro occorre davvero per una buona cultura dell’adozione.

Le mie aspirazioni per il futuro

Il lavoro da fare in questo campo è ancora molto. Se penso al mio futuro vorrei poter essere di aiuto alle famiglie adottive, sia ai bambini sia ai genitori. Spero di potermi occupare della formazione degli insegnanti/educatori che potrebbero avere in classe bambini adottati e che di conseguenza dovranno lavorare anche con i loro genitori. Vorrei che si parlasse di più dei lati positivi dell’adozione e non sempre dei problemi o dei traumi che potrebbero portare con sé gli adottati. Questo perché anche i bambini adottati sono portatori di risorse e potenzialità.

Ogni bambino adottato ha il diritto di sentirsi figlio dei propri genitori: questa è la vera essenza dell’appartenenza a una famiglia.

Anastasia Pietrini

3 Commenti

  1. Angela

    Complimenti per il tuo percorso. Credo tu abbia pienamente ragione nelle tue considerazioni. Volevo chiederti se fosse possibile trovare da qualche parte le slide del tuo intervento o la tua tesi.

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  2. EnricoGentile

    Ognuno è libero di pensare come e quello che vuole ma non può imporre agli altri il proprio comportamento. I tempi sono cambiati e ciò che una volta era considerato “proibito” oggi è diventata la quotidianità. Spetta ai genitori riuscire a far sentire ai figli di essere “una famiglia”.

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    • Caterina

      Un discorso veramente profondo e colmo di significato. Io sono una mamma adottiva di due bambini. La realtà è ben diversa. Le scuole non sono pronte a gestire i bambini adottati. Non sono informati e non hanno nessun briciolo di sensibilità. Sono 4 anni che lottiamo con convocazioni e genitori. Per noi sta diventando davvero un peso insopportabile, un’associazione, un dramma. Firenze è comunque una città difficile e poco accogliente. Abbiamo chiesto un supporto mao riteniamo solo un esborso di denaro che non produce frutti. Ché tristezza.

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