
La confusione terminologica tra adozione e solidarietà non è una questione puramente teorica, ma si riflette quotidianamente nella percezione pubblica e persino nelle aule scolastiche. Un cartello che tra i banchi di scuola che recita: “Jasmine, la principessa, è stata adottata a distanza”, ha un significato ben preciso. Quindi, questo genere di messaggi, seppur guidato da buone intenzioni, dimostra quanto sia radicata la tendenza a sovrapporre l’istituto giuridico dell’adozione a un generico, seppur prezioso, contributo economico. Una narrazione del genere rischia non solo di sminuire la complessità dell’adozione reale, ma anche di generare un cortocircuito emotivo nei bambini che l’adozione l’hanno vissuta davvero. Diventa quindi fondamentale fare chiarezza e comprendere perché il sostegno a distanza sia, prima di tutto, una scelta di solidarietà e non di genitorialità. Spesso il termine “adozione a distanza” viene usato nelle campagne pubblicitarie per la sua forte carica emotiva. Ci viene detto che, con una donazione mensile, è possibile “adottare a distanza” un minore per assicurargli una vita dignitosa. Questo è il succo delle numerose campagne pubblicitarie portate avanti da numerosi associazioni il cui scopo è operare per la tutela e la protezione dei diritti dei minori, soprattutto di quelli che vivono in condizioni sfavorevoli. Dal momento che il valore della donazione e del suo fine sono innegabili, più che di adozione, è però corretto parlare di sostegno a distanza.
Un’adozione a distanza è veramente un’adozione?
Nell’ordinamento giuridico italiano per adozione si intende “l’istituto giuridico che crea un vincolo di filiazione tra l’adottato e gli adottanti, attribuendo al primo lo status di figlio, anche senza legame biologico, con effetti equiparati a quelli di una nascita nel matrimonio”. Il sostenere invece è definito da un’importante fondazione non profit che realizza progetti di cooperazione internazionale e aiuto umanitario come “un programma che consiste nella presa in carico di un bambino in condizione di vulnerabilità e nell’accompagnamento durante il percorso di formazione fino alla maggiore età”. Nel caso della pratica a distanza riteniamo che la seconda espressione sia più adatta per i seguenti motivi:
I bambini in contesti di difficoltà
I destinatari di questi progetti sono minori che vivono in contesti di vulnerabilità, ai quali viene garantito un supporto economico diretto tramite le loro famiglie e/o le loro comunità. È qui che emerge la distinzione sostanziale con l’istituto dell’adozione regolato dalla Legge 184/1983 (e successive modifiche come la 149/2001): l’adozione presuppone infatti uno stato permanente di abbandono, morale e materiale del minore che ne decreta l’adottabilità sia in Italia che nel mondo. Nel sostegno a distanza, invece, il bambino rimane nel proprio nucleo familiare, nella sua comunità e nel suo Paese di appartenenza. Inoltre, mentre l’adozione crea un legame eterno e indissolubile, questo supporto economico accompagna il minore verso l’autonomia e può concludersi con il raggiungimento della maggiore età: un limite temporale che sarebbe impensabile per la natura stessa della genitorialità adottiva.
Le famiglie che inviano il sostegno e quelle che lo ricevono
Le motivazioni che spingono a un sostegno a distanza sono profonde: empatia, sensibilità e, talvolta, il desiderio di esprimere una forma di genitorialità solidale. Tuttavia, è possibile definire questi sostenitori “genitori” nel senso stretto del termine? La risposta risiede nella natura stessa del legame: se l’adozione è l’istituto che crea un vincolo di paternità e maternità a tutti gli effetti, il sostegno a distanza si configura invece come un concreto gesto di solidarietà. A differenza dei genitori adottivi, i sostenitori non accolgono il minore nel proprio nucleo domestico e non esercitano la responsabilità genitoriale quotidiana; al contrario, agiscono come preziosi alleati esterni che, pur separati da migliaia di chilometri, permettono al bambino di crescere dignitosamente all’interno della sua famiglia d’origine e/o della sua comunità.
Le associazioni
Riflettere sulla corretta terminologia è importante per le realtà associative che gestiscono le donazioni e i progetti nelle comunità dove i bambini risiedono. Sostenere a distanza è un gesto fondamentale che aiuta i minori e le loro famiglie nella loro crescita, non solo economica, ma soprattutto umana. Supportare attività educative, sportive, sanitarie contribuisce significativamente alla formazione del bambino, che in futuro sarà un cittadino più completo e consapevole.
Un atto di onestà intellettuale e rispetto
L’utilizzo del termine “adozione a distanza” non è solo un’imprecisione tecnica, ma un errore concettuale che rischia di confondere due mondi profondamente diversi, entrambi di immenso valore. L’adozione è un atto che trasferisce permanentemente la responsabilità genitoriale. Usare questo termine per un contributo economico crea false aspettative sia per il donatore, perchè può generare l’illusione di un diritto o di un legame “filiale” che legalmente non esiste, sia per il minore, visto che l’adozione implica la rottura dei legami con la famiglia biologica. Definire infatti “adottato” un bambino, che vive con i suoi genitori biologici, è una forzatura che nega la realtà della sua famiglia d’origine. Parimenti cosa può provare, come può intendere un figlio che è stato adottato l’adozione a distanza? In definitiva, tralasciare l’espressione “adozione a distanza” in favore di “sostegno a distanza” non è un semplice esercizio accademico, ma un atto di onestà intellettuale e rispetto. L’utilizzo del termine corretto significa riconoscere che non serve attingere al vocabolario degli affetti primari o della genitorialità per dare valore a un intervento umanitario. La solidarietà non ha bisogno di etichette improprie per essere potente, ma la sua forza risiede nella capacità di generare un cambiamento reale, concreto e rispettoso.
Layla Perroni
Giornalista praticante, articolista e copywriter Seo




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