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26 Ottobre, 2025

Due vite, la storia di Samuel

Si possono vivere due vite? Samuel Nalbone condivide alcune riflessioni sulla sua storia e sull'adozione.
Layla Perroni

Il racconto di una storia

Parlare di adozione non è mai cosa semplice, specie se ne hai fatto esperienza diretta. Ed io oggi sono qui per raccontarvela.

Mi presento: io mi chiamo Samuel Nalbone, sono un ragazzo nato e cresciuto in Sardegna nel “lontano” 1991. Chiunque legga “lontano 1991” potrà pensare che sono ancora molto giovane, ma ho vissuto mille vite e per me il passare del tempo ha una misura differente.

La mia storia parte nei primi anni Novanta ed in realtà non si è mai conclusa veramente. Mi piacerebbe esprimere la mia testimonianza in modo tale che chi legge possa identificarsi in questa storia e sentirsi meno solo.

Io sono il maggiore di tre fratelli, molto diversi, ma con un’unica storia. Siamo nati in una povera cittadina del sud della Sardegna. I nostri genitori, purtroppo, non solo avevano problemi economici, ma non erano in grado di svolgere il proprio ruolo per vari motivi: la giovane età, lo scarso lavoro e soprattutto una profonda incoscienza unita alla fragilità emotiva.

I miei fratelli ed io fummo spostati da una famiglia all’altra, per poi finire per qualche mese in un istituto. Qui, nella solitudine più profonda, è avvenuto il primo incontro con quelli che noi abbiamo definito i nostri “angeli”, cioè coloro che poi sono diventati i nostri genitori a tutti gli effetti. Quello è stato il nuovo punto di partenza del nostro lungo viaggio.

Oggi all’età di 34 anni, posso condividere con voi che ho avuto la fortuna di poter scegliere il lavoro dei miei sogni, ovvero quello di aiutare il prossimo. Infatti la mia professione riguarda l’ambito sanitario e faccio parte del settore da 14 anni. Devo ammettere che il mio impiego è uno degli aspetti che più mi soddisfa della mia vita.

Cosa significa adottare?

Esiste secondo me una risposta duplice: da una parte vanno considerate tutte le problematiche che si porta dietro chi è adottato, come la sindrome dell’abbandono, il senso di non appartenenza, la tristezza e lo smarrimento. Dall’altra parte c’è il significato positivo dell’adozione, come la mia storia mi ha insegnato. Per me, infatti, l’adozione è da vedere come una “rinascita” in una seconda famiglia considerata fino a quel momento estranea. Si inizia una nuova vita magari in una città che non si conosce. Certo si vedono strappate le proprie radici e questo processo non è mai facile da attraversare e da vivere, anzi, ti lascia una ferita ed una cicatrice indelebile, ma si riparte.

Il legame tra fratelli biologici e fratelli adottivi

Mio fratello si chiama Mattia ed abbiamo undici mesi e sedici giorni di differenza. Inutile dirvi che, quando condividi un’esperienza di vita così forte, il legame che si crea è assolutamente indissolubile. Pensate che tutt’ora viviamo a cinque minuti di distanza, ci vediamo regolarmente e siamo più uniti che mai. Negli anni abbiamo dovuto condividere questo legame anche con i nostri due fratelli adottivi: Davide e Marco. Permettere la nascita e lo sviluppo di questo affetto tra noi quattro è stata un’evoluzione progressiva, ma devo dire che oggi dopo ventiquattro anni, non ci sono più differenze, né più “muri invisibili” a dividerci. Ci vogliamo tutti e quattro un gran bene. Non c’è un vero e proprio segreto per la riuscita, la via più giusta è quella del cuore.

Le ferite invisibili e il ruolo della famiglia adottiva

Affrontare le ferite invisibili che spesso gli adottati si portano dentro è una delle sfide più difficili. Penso che qualsiasi ragazzo o ragazza che abbia vissuto quel che ho vissuto io possa dire la stessa cosa: i sentimenti non si controllano, sia in senso positivo che in negativo.

Non è per niente semplice. Ho cambiato città, ho perso tantissimi affetti, ero solo un bambino di 10 anni e non avevo gli strumenti per affrontare quel tipo di dolore e obbiettivamente non era nemmeno giusto che io conoscessi pienamente quel dolore. La chiave di tutto è stata mia madre, ha saputo in qualche modo essere presente, una donna giusta. Penso si sia fatta in quattro, non solo per darci un’educazione pari a quella di Davide e Marco, ma per farci sentire amati davvero, che era tutto quello di cui avevamo bisogno. La differenza sostanziale è che quando diventi adulto, possiedi i giusti strumenti per “incanalare” quel dolore, abbracciarlo, comprenderlo e ogni giorno buttartelo un po’ alle spalle.

La cosa fondamentale per un bambino è l’ascolto e il dialogo. Spesso i bambini adottati tendono a reprimere, a tenersi tutto dentro. E’ proprio in quel momento che deve intervenire l’adulto. Prima si dovrebbe partire dalla famiglia, e poi dalle figure professionali. Io personalmente, nel corso degli anni ho frequentato degli psicologi, che sono stati di grande aiuto. Dico a tutti che non bisogna vergognarsi delle proprie fragilità, specie se non si sa come affrontarle: chiedere aiuto, è la prima via di guarigione.

La scrittura come forma di cura

La scrittura è stata per me un modo per omaggiare tutta la mia famiglia, tutte le persone che nel corso della mia vita mi hanno aiutato a diventare l’uomo che sono oggi. Scrivere della mia vita ha “esorcizzato” quelle ferite che ci sono sempre, ma che sono diventate cicatrici e hanno avuto un lieto fine, perchè ho acquisito forza e consapevolezza attraverso la testimonianza.

Dopo aver scritto il mio libro, ho avuto modo di partecipare a degli eventi letterari e ho avuto la possibilità e l’onore di potermi interfacciare con altri ragazzi della mia età, ma soprattutto con bambini che hanno camminato sul mio stesso sentiero tortuoso di vita. È sempre doloroso sentire tutte queste storie così simili, ma diverse per intensità.

La parte più bella dello scrivere è il sapere che puoi dare voce a chi non può per tanti motivi: timidezza, angoscia, paura, etc. In un mondo utopistico, io vorrei che tutte le persone lì fuori, che si ritrovano anche in una sola riga del mio libro, possano, anche se a distanza, sentirsi abbracciati.

Per questo voglio dire a chi mi sta leggendo: fatevi forza, il segreto della vita, se di segreto vogliamo parlare, è il saper comprendere che tutti i cambiamenti, anche quelli che inizialmente sembrano molto dolorosi, alla fine possono trasformarsi in qualcosa di meraviglioso ed appagante.

Sono passati tantissimi anni dalla mia adozione, ho fatto pace con me stesso e ho abbracciato con tenerezza il mio passato.

Solo quando si capisce che nella vita esistono solo tante piccole parentesi e tanti altri colori oltre il bianco e il nero, allora sì, che si inizia a vivere davvero.

Samuel Nalbone

Figlio adottivo e autore del libro “Due vite. La lunga strada verso casa“, 2024

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