
Il racconto di un’esperienza personale e un particolare punto di vista sull’adozione di tre bambini già fratelli tra loro
Diventare mamma adottiva di bambini già fratelli tra loro, nel mio caso già grandicelli, è un’esperienza che ha risvolti del tutto particolari. Quando ci siamo conosciuti, le loro condizioni psicofisiche erano abbastanza buone, nonostante le vicende subite, la povertà vissuta, il trauma dell’abbandono, i ricordi dolorosi, la prolungata attesa di essere adottati. Così come loro sono diventati, nuovamente, figli non uno alla volta ma tutti insieme, anche io sono diventata mamma in uno stesso e unico momento di figli diversi, forse un po’ come avviene quando si partoriscono dei gemelli, bambini già uniti da un legame che precede la nuova vita che vanno ad affrontare. Nel caso dei miei figli questo legame è apparso sin da subito radicato, ancorché non privo di particolari dinamiche. La speranza di poter rimanere uniti stava loro a cuore da sempre e senza dissimulazioni.
Potenza dei legami all’interno di una fratria
Di seguito mi soffermerò non tanto sul mio vissuto, su cosa ha significato per me tutto ciò, ma piuttosto su alcuni aspetti che, nel corso del tempo, mi sono apparsi come peculiari della fratria biologica che è entrata a far parte nella nostra famiglia[i].
Come evidenziato da psicologi che si occupano di questa particolare tipologia di adozione, un’infinità di fattori, complessivamente e potentemente positivi, contraddistingue tale esperienza dal punto di vista dei figli: la forza che deriva loro dall’essere rimasti insieme e aver scampato a un’ulteriore separazione dopo quella già avvenuta dai propri genitori biologici; la profondità del rapporto che li lega e che precede quello che si dovrà stabilire con i genitori adottivi; la possibilità di affrontare un futuro e delle relazioni sconosciute non sentendosi soli ma supportati dalla presenza dei propri fratelli; il coraggio contagioso fondato sulla consapevolezza di non venire da un ‘luogo oscuro’ così lontano o indistinto da essere, anche mentalmente, irraggiungibile; l’opportunità di avere ancora accanto chi della precedente vita è stato partecipe, ha condiviso gli stessi genitori, le stesse radici, e che potrà ricordare per sempre quello che si era da bambini.
La ricchezza che deriva da una tale alleanza ha senza dubbio una buona influenza sulla possibilità che questi fratelli possano costruire il proprio futuro con una certa serenità, continuando a condividere i rispettivi processi di crescita umana e psicologica. Nello stesso tempo costituisce una sfida per i genitori adottivi che, in nessun momento, devono dimenticare la potenza di quella relazione, di quell’attaccamento reciproco che ha preceduto la nuova vita che si è venuta a creare con loro. Il rispetto che si deve al passato di questi figli diventa ancora più grande di quello che si è tenuti a praticare con l’inserimento adottivo di un solo bambino.
Altre facce della medaglia
Ma non sarebbe giusto sottovalutare altri aspetti, in realtà problematici, e in certi casi paradossalmente collegati proprio a quelli indiscutibilmente positivi detti sin qui. Proverò ad indicarne alcuni.
Innanzitutto, proprio in relazione a quanto è stato opportunamente definito il “triplice diritto: ricordare, dimenticare ed entrambi insieme” [ii] non si deve ignorare che, alla fortuna di non essere stati divisi e, nel caso dei miei figli, di essere stati sempre insieme anche negli anni dell’istituto e del periodo pre-adottivo, si può affiancare la pesantezza di avere ricordi per certi versi più difficilmente superabili, di avere costantemente, e per sempre, accanto a sé qualcuno che riporta indietro, che rappresenta la propria storia, che è testimone del proprio passato e delle dolorose esperienze vissute. Qualcuno che impedisce di potersi concedere, quantomeno in alcuni periodi, anche un rifiuto di quei ricordi. La sensazione è che la presenza dei propri fratelli incida molto su questa ambivalenza, sui modi e sui tempi con i quali rielaborare un passato che, soprattutto in certe fasi della crescita, sarebbe forse più terapeutico poter spostare in un luogo meno centrale e invadente della propria mente. Insomma, è possibile fare i conti con ciò che è accaduto (i maltrattamenti, la separazione dai genitori biologici, l’abbandono subito, il vuoto provato, il dolore per il fatto che quei genitori non siano stati in grado di svolgere il loro ruolo…) rielaborarlo, assorbirlo, andare avanti come avverrebbe se si venisse adottati da soli?
Altro aspetto. Come già detto, quando tre fratellini arrivano insieme e nello stesso preciso momento nella nuova famiglia adottiva, diversamente da quanto era avvenuto nella famiglia biologica, nessuno è il figlio arrivato ‘unicamente’ e in un preciso istante ad arricchire la vita dei propri genitori.
Nessuno di loro, questa volta, è il primogenito. Con il cosiddetto ‘figlio di mezzo’ o con il ‘piccolo di casa’, non è detto si attivino alcune, seppur non scontate né necessariamente positive, particolarità. Il più grande da quel momento non ha più le responsabilità, spesso pesanti, vissute in passato, può dismettere forme di accudimento nei confronti dei fratelli più piccoli, può ‘scaricare’ sui genitori adottivi questi pesi. Ma non ha nemmeno lo status del primo figlio, di colui che, almeno per un po’, ha vissuto il privilegio di essere il ‘figlio unico’ dei propri genitori. Sono arrivati tutti e tre insieme, un dono cumulativo. Come vengono vissute queste peculiarità dai fratelli che arrivano e dai genitori che li accolgono? Avranno degli effetti nel tempo?
Anche da questo punto di vista si potrebbe pensare che accada qualcosa di simile a quanto succederebbe se fossero tre gemelli. Ma loro hanno età diverse, in certi casi un modo diverso di rapportarsi ai tasselli del proprio passato in istituto quando, per esempio, non necessariamente hanno atteso nello stesso modo l’adozione. Ma ora si trovano tutti e tre, e in contemporanea, sulla stessa linea di (ri)partenza. Con ogni probabilità non ugualmente ‘attrezzati’ ad affrontarla.
Inoltre, al momento dell’adozione, esistono già tra di loro dinamiche trasversali e consolidate: su tre ce ne sono due più affiatati e non necessariamente in relazione all’età che hanno; due che in passato hanno vissuto esperienze di maggior condivisione; due che hanno ricordi più simili rispetto al terzo, oppure che percepiscono diversamente i motivi per i quali la loro storia sia andata in quel modo.
Il fratello che resta escluso da tali tipologie di dinamiche, all’interno delle quali si crea pertanto un 2 a 1, farà più fatica ad inserirsi anche nella nuova vita a cinque e nel processo di attaccamento con i genitori adottivi.
Tre fratelli, un gruppo familiare pre-esistente
Tre fratelli, per il legame forte che li unisce, costituiscono un gruppo familiare preesistente e una sorta di clan. Ma in questo caso il 3 è tutt’altro che un numero perfetto e molte delle tipicità che riguarderebbero il rapporto fra tre fratelli biologici sono ovviamente le stesse in una triade di fratelli adottivi. Inoltre, la maggioranza numerica che si viene a creare rispetto ai genitori adottivi (3 a 2) crea uno sbilanciamento che nel corso del tempo tende ad acquistare consistenze variabili e che all’interno della coppia genitoriale (che appunto li ha accolti tutti insieme e non uno dopo l’altro, come avviene solitamente nella genitorialità biologica) comporta uno scossone enorme, un continuo lavoro di rivisitazione, assestamento interno, riformulazione di fiducia reciproca, ri-equilibrio anche in relazione al ruolo che ognuno dei due genitori tenderà ad acquisire nel tempo.
Da zero a tre figli in un solo momento è un passaggio grandissimo; per ognuno dei genitori costituisce un’avventura completamente nuova da gestire, una fatica quotidiana da affrontare, una vita interiore ed emotiva da rivisitare, una vita di coppia da rifondare.
L’arrivo simultaneo di un numero così elevato di figli adottivi può comportare anche la creazione di alleanze particolari fra uno dei genitori e qualcuno dei figli. Queste alleanze potrebbero essere favorite dal fatto che al genitore che adotta più figli in una sola volta risulti più semplice, meno gravoso, non concentrarsi con le stesse energie, soprattutto emotive, su tutti e tre contemporaneamente. Oppure, può apparire gratificante relazionarsi in modo più diretto con quello che mostra un carattere più consono al proprio o che sa mettere in atto strategie comunicative maggiormente accattivanti o seduttive. Tutto ciò, anche senza arrivare a forme estreme di pericolosi comportamenti discriminanti[iii], comporta conseguenze che nella dinamica familiare andranno gestite, ed ha un effetto anche nei processi di attaccamento che si svilupperanno.
Relazioni e attaccamento
L’adozione contemporanea di più fratelli influisce con tutta probabilità sui processi di attaccamento di tutti o di alcuni soprattutto con la figura materna. Nel mio caso questo processo si è sviluppato in tempi abbastanza brevi, uno o due anni, con due di loro i quali non hanno peraltro manifestato particolari gelosie o competizioni e, proprio nello stesso periodo, hanno vissuto con naturalità tipiche forme di regressione. In questi casi può essere più difficile raggiungere un analogo attaccamento con l’altro, consapevole di essere maggiormente in difficoltà e quindi anche vittima di forme di evitamento e di auto-esclusione che richiedono tempo per essere superate.
Adolescenza, definizione della propria identità e modelli genitoriali
A questo aspetto ne è collegato un altro che riguarda i modelli genitoriali da affrontare/tradire/superare. Quando nel momento dell’adolescenza, che nel caso di fratelli adottati già grandicelli arriva molto presto e a breve distanza dal riconoscimento e attaccamento più o meno consolidato di tutti o di alcuni con i nuovi genitori, alle problematiche consuete se ne aggiungono altre. Il meccanismo che pone ogni adolescente nel bisogno di confrontarsi con il modello dei propri genitori per superarlo e costruirsi un’identità percepita come propria e autentica, nel caso di tre fratelli adottati insieme non solo è denso di opposizioni e contrasti, ma è ulteriormente connotato da alcune specificità. Se i tre fratelli hanno ricordo dei propri genitori biologici e delle loro caratteristiche (di personalità, comportamentali, socio-culturali), i modelli genitoriali con cui fare i conti sono quattro, i due genitori adottivi, con le loro caratteristiche, e sullo sfondo i due genitori biologici. Con tutta probabilità, all’interno della fratria le modalità con cui questo verrà vissuto saranno diverse ma al tempo stesso vicendevolmente condizionate. Ad esempio, l’accogliere un modello e rifiutarne un altro comporterà con buona probabilità reazioni da parte di uno o più fratelli, reazioni mirate, ad esempio, a ‘difendere’ quegli aspetti della vita dei propri genitori biologici che non si è in grado, o ancora pronti, di lasciare andare, superare, rinnegare ma in qualche modo anche ‘tradire’.
Ricerca delle origini e tempi del perdono
Un tema interessante riguarda infine la scelta di mettersi alla ricerca delle proprie origini e dei genitori biologici, di quella esplorazione e ricostruzione autobiografica che, come sappiamo, è un elemento fondamentale di ricomposizione e ricucitura del proprio percorso esistenziale. Ma è molto probabile che i tempi di maturazione per questa decisione, all’interno di una fratria, non siano affatto coincidenti: quando sembrerebbe il momento giusto a uno o due dei fratelli, non è detto lo sia per altri; può capitare che uno di loro non ne abbia nemmeno l’intenzione, oppure non si senta di riaprire ferite in un certo periodo della propria vita. In questo caso è costretto a subire il volere dei fratelli che invece ne manifestano il desiderio. La scelta, anche solo di uno, condizionerà comunque tutti.
Questa problematica coinvolge direttamente anche i genitori adottivi che devono peraltro trovare modalità giuste per stare accanto anche ai figli non allineati nella scelta, consigliarli tutti, invitarli a sintonizzarsi, o magari ad ‘aspettarsi’, per quanto ciò sia possibile. Un analogo impegno, per concludere, a quello che i genitori sono tenuti a mettere in atto complessivamente per percepire, accompagnare, assecondare, quel processo di ‘riconciliazione’ ed elaborazione di un ‘perdono’, indispensabili in ogni figlio adottivo per riparare dolori ed attivare e concedersi forme di amore profondo. Fasi che all’interno di una fratria, ancora una volta, avverranno in momenti diversi, non connotati da una scontata simultaneità.
Anna, madre adottiva
[i] Ringrazio Giuseppina Facchi che ha stimolato questo mio scritto e segnalo le sue pagine di commento dedicate a I rapporti tra fratelli, pubblicate nel volume da lei stessa curato: Io prima di noi. L’attesa dell’adozione da parte dei figli, Milano, Franco Angeli, 2025, p. 42-58.
[ii] Mi riferisco all’ articolo di Stefania Lorenzini,I ricordi dei figli nell’adozione. Un triplice diritto: ricordare, dimenticare ed entrambi insieme, “I problemi della pedagogia”, LXV [2019], n. 2, p. 285-308.
[iii] All’ importanza della “equità relazionale” nell’ambito del trattamento genitoriale di una fratria biologica sono dedicate alcune pagine del bellissimo libro di Loredana Paradiso, Fratelli in adozione e affidamento. Il diritto alla fratellanza e la continuità degli affetti nella relazione fraterna biologica e sociale, Milano, Franco Angeli, 2016, p. 75-78.




Scegliere di adottare tre fratelli insieme è un atto d’amore immenso. Decidere di tenerli uniti è un gesto di grande cuore: è come permettere loro di portare con sé, per sempre, un pezzetto della propria terra d’origine. È sicuramente un atto di grande coraggio e forza da parte dei genitori.
Parlo da figlia adottiva: a volte mi ritrovo a pensare a come sarebbe stato crescere insieme ai miei fratelli biologici. Nella mia esperienza sono arrivata per terza, dopo i due figli biologici dei miei genitori. Nonostante l’amore, resta sempre quella curiosità verso un legame che avrebbe potuto essere uno specchio delle mie radici. Grazie per aver acceso una luce su questo tema!