
Oggi, il concetto di paternità è cambiato profondamente: dal padre autoritario e distaccato, si è passati a una figura presente, capace di ascoltare e guidare i figli con empatia.
Questo nuovo modello di padre è stato al centro di un laboratorio organizzato da ItaliaAdozioni e il Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona con il patrocinio dell’Associazione ProsMedia e della Biblioteca Andrea Porta di Mezzane di Sotto (VR).
Tali riflessioni partono dalla lettura di Lettera al padre di Franz Kafka, libro guida di quest’anno, in cui lo scrittore affronta il tema del rapporto con un padre rigido e intransigente e gli effetti sulla sua formazione e autonomia di figlio.
Di seguito la sintesi dei punti emersi dal dibattito tra genitori e figli adulti.
Costruire un’identità autonoma
Svincolarsi dall’immagine paterna è una sfida necessaria per diventare adulti. Costruire un’identità indipendente implica accettare i propri limiti e valorizzare gli insegnamenti positivi del passato, senza esserne condizionati. Essere padri significa anche trasmettere valori come la resilienza e il rispetto, affinché i figli possano crescere con una visione equilibrata della vita.
Le testimonianze raccolte durante il laboratorio offrono esempi chiari: sono emerse figure di padri, ammirati nell’infanzia per la loro solidità e forza, di cui a partire dall’adolescenza, i figli – ormai in grado di confrontarsi con loro – iniziano a notare le incoerenze e le vulnerabilità.
L’importanza della presenza emotiva
Il ruolo del padre va oltre il “fare” e si concentra sull'”essere”. L’amore paterno non si esprime solo attraverso le azioni materiali, ma soprattutto nella capacità di ascoltare e sostenere il figlio, anche nei momenti di conflitto. Secondo lo psicoterapeuta Alberto Pellai (Da uomo a padre, 2019), i figli hanno bisogno di padri capaci di “stare” al loro fianco durante l’adolescenza, offrendo comprensione e sicurezza. Ma cosa significa davvero essere presenti? È possibile esserlo anche a distanza o solo nel fine settimana? Sono queste le domande che i ragazzi si pongono, soffrendo per l’assenza, talvolta, anche solo di una risposta a una telefonata.
Mi ha colpito un’osservazione di Pellai riguardo all’assenza del padre durante la preadolescenza e l’adolescenza dei figli maschi: in queste circostanze, è comune che i ragazzi cerchino figure di riferimento alternative, spesso identificando come “forti” adulti o compagni appena più grandi, ma con scarsa etica o morale.
Tra i giovani, il “fare” è un argomento centrale, emerso anche nel confronto tra genitori e figli: fare per guadagnare denaro. Più beni, meno momenti condivisi: è questa la realtà che i ragazzi percepiscono, evidenziando un bisogno di riflessione sui valori e sulle priorità.
La forza del “no” e dei limiti
In un mondo di desideri senza confini, i padri svolgono un ruolo essenziale nel trasmettere il valore dei limiti. Come sostiene lo psicoanalista Massimo Recalcati (Cosa resta del padre? La paternità nell’epoca ipermoderna, 2010), dire “no” insegna a gestire le delusioni e a cercare un significato autentico nella vita. Questo insegnamento, che potrebbe sembrare duro, rappresenta un dono importante per la crescita personale del figlio.
Dire di no è spesso complicato, e non sempre si dispone della forza mentale per resistere alle pressioni insistenti di un figlio. Anche se tutti concordano sul fatto che la solidità psicologica sia il fulcro dell’autorevolezza, un papà ha osservato che avere una struttura fisica robusta può essere un vantaggio, specialmente coi figli maschi. Trovo interessante questo spunto per riflettere sulle adozioni di bambini grandi: genitori sempre più in là con gli anni e fisicamente meno vigorosi possono incontrare maggiori difficoltà nel sostenere le sfide e le energie dell’adolescenza imminente.
Il ruolo delle madri e delle compagne: tra supporto e reciprocità
Un padre interviene chiedendo: “Nella relazione tra Kafka e suo padre, quale ruolo ha la madre?”. Una domanda che si può generalizzare: quale ruolo hanno le compagne e le madri nel rapporto padre-figlio?
L’opera di Kafka mostra una dinamica familiare tipica dell’epoca, dove il padre domina e la madre ha un ruolo secondario, di consolazione. Oggi, però, questa struttura è cambiata: la maggior parte delle famiglie moderne vede entrambi i genitori impegnati attivamente nella crescita dei figli, con ruoli che non sono più rigidi, ma flessibili e intercambiabili, capaci di adattarsi alle esigenze del momento e di supportarsi a vicenda. Si parla di co-genitorialità.
Ma siamo davvero arrivati a una relazione così equilibrata? Secondo Alberto Pellai e Massimo Recalcati, l’evoluzione della figura paterna richiede anche il riconoscimento e il supporto della madre. In questo contesto, la madre non è solo una figura di conforto, ma un pilastro che aiuta a bilanciare l’autorità e la presenza del padre.
Trasmettere valori e saggezza: la staffetta intergenerazionale
Essere un buon padre significa trasmettere le lezioni apprese, senza imporre un modello di perfezione. La relazione padre-figlio, come una staffetta generazionale, permette di lasciare un’eredità di valori e di saggezza per le generazioni future. Amare un figlio significa accoglierlo con tutte le sue imperfezioni e aiutarlo a sviluppare un’identità propria, fondata su autonomia e rispetto per sé stesso e gli altri.
Essere padre oggi: una responsabilità per il futuro
Essere padri oggi implica non solo accompagnare i figli nella crescita, ma anche prepararli alle sfide di un mondo complesso. Essere un buon padre non significa avere tutte le risposte, ma implica il desiderio di crescere e migliorarsi insieme ai propri figli. La genitorialità è un’opportunità unica per imparare a comprendere meglio se stessi e il mondo circostante, costruendo un’eredità emotiva positiva per le generazioni future.
È significativo notare come le ragazze presenti avessero una visione critica del genere maschile: partendo dai propri padri per arrivare ai coetanei, hanno evidenziato l’instabilità delle coppie di oggi e la difficoltà di concepire figli in ambienti così mutevoli.
Anche i papà presenti si sono interrogati sull’essere all’altezza del proprio ruolo. Ricordo con simpatia un papà che, nel libro Cara adozione, si esprimeva così: “Mi chiedo se riuscirò a far fronte ai vostri mutamenti, alle vostre esigenze, al vostro essere; se saprò accettarvi così come siete, anzi proprio perché siete così. Ultimamente non ne sono più così sicuro, non sono sicuro che la paternità sia cosa per me, prendo ogni difficoltà troppo sul serio…”.
Auguro a questo papà di aver intercettato i bisogni dei suoi tre figli, ma soprattutto di aver compreso che l’obiettivo non è la perfezione: si fa quel che si può, con gli strumenti che si hanno. La vita farà il resto.
Roberta Cellore



0 commenti