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17 Ottobre, 2021

Un nuovo nome: figli ospiti di comunità

Tante domande si formano nella storia di una giovane vita, sempre alla ricerca di significati e di appartenenza
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Nella stanza della terapia: assenze e presenze

Seduti sempre un po’ più comodi sulla poltroncina, dopo le prime sedute di ambientamento, riescono a trovare una risposta piena di significato al mio indagare il tipo di desiderio che ha portato i loro genitori adottivi o affidatari ad aprire loro le porte di casa.

“La mamma e il papà non erano compatibili, ma la mamma voleva tanto una bambina. Sono stata la sua salvezza”; “Voleva un altro figlio il papà, la mamma all’inizio non era tanto d’accordo. Poi le cose sono cambiate ed è stata la mamma a volermi di più”; “Non l’ho mai capito nemmeno io, loro sono abituati alle famiglie con tanti bambini”.

Come succede con il nome, eredità della famiglia biologica che racchiude in un bozzolo le radici storiche, le aspettative, lo spazio preparato per accogliere e far crescere una nuova vita, cosi  il tipo di desiderio che muove i genitori adottivi costruisce l’ambiente entro in quale il minore continuerà il processo di costruzione della propria identità, nel costante tentativo di rendere possibile la comunicazione e favorire gli scambi con entrambi i sistemi significativi di appartenenza.

Quando si perdono le tracce dei genitori biologici, scomparsi, irreperibili da tempo o deceduti, alla nuova appartenenza vengono poste questioni di estrema importanza per la sopravvivenza psichica del minore. E’ la proposta di un legame abbastanza forte da permettere di risignificare la vita anche di fronte all’impossibilità di comunicare con l’altro, freccia del suo essere nel mondo.

Marta e Sofia

Marta ha sei anni quando la mamma, una giovane ragazza senza marito, viene uccisa. Assiste al suo funerale e viene accolta in un orfanotrofio del Bangladesh per poi essere adottata da una coppia italiana. Trascorre i primi mesi a raccontare il giorno del funerale della mamma, nel dubbio, dice la mamma adottiva, “di esserselo sognato, non sapeva se era il suo vissuto o se un sogno. E sembrava che nel raccontarlo fosse sollevata”.

Sofia ha 13 anni, la mamma ha problemi di tossicodipendenza e il papà ricorre spesso ad agiti violenti. Vive da 6 anni con i genitori adottivi e i loro tre figli. Del papà biologico sono state perse le tracce mentre la mamma viene a mancare all’improvviso vittima di un incidente stradale.

Figli adottivi e figli biologici

Marta e Sofia, disintegrate dall’esperienza di essere state recise nelle loro radici biologiche, hanno cercato di abitare il vuoto fra le maglie del loro essere specificatamente figli adottivi. Marta diventando la principessa di casa, vestita sempre in modo più succinto dal padre, che denuncerà in adolescenza per abusi sessuali; Sofia chiudendosi in sé, regredendo a livelli di funzionamento cognitivo degli anni passati, fino ad arrivare al mutismo selettivo. I genitori, di fronte al senso di impotenza, hanno chiesto la sua permanenza in comunità e qualche mese più tardi, scelto di interrompere l’adozione.

Finalmente un nuovo ordine

Ora Marta e Sofia sono poco più che maggiorenni. Marta, lavora, vive con la mamma mentre sta cercando un appartamento in cui sperimentarsi in autonomia, periodicamente fa visite al padre detenuto in una casa circondariale.

Sofia ha mantenuto buoni rapporti con la sua precedente famiglia adottiva, vive da due anni con la sua nuova famiglia affidataria e cosi racconta il periodo di permanenza in comunità: “mi sono trovata senza mamma e senza papà e mi sono trovata tutta smontata. In comunità mi hanno rimontato, mi hanno rimontato con i pezzi giusti”.

Dr.ssa Rita Ghezzi

Psicologa e Psicoterapeuta


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