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07 Luglio, 2021

Una figlia adottiva racconta: da figlia a mamma bis

Il racconto di una donna e del suo viaggio interiore da figlia adottiva a madre biologica e adottiva.
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Ci sono viaggi lunghi migliaia di chilometri  che si preparano a suon di guide, prenotazioni, programmi e tappe e poi ci sono “viaggi” che ti accorgi di aver fatto solo quando torni a casa.

La mia storia di piccola lasciata in istituto

Sono nata dalla mamma della pancia del Guatemala e con mia sorella gemella siamo state adottate a 15 mesi. La mamma biologica ci ha lasciate in un convento, certa del nostro futuro.

Nei primi anni ottanta eravamo le mosche bianche del nostro ridente paesino della provincia milanese: tanta curiosità, tante ditate e additate, ma mai nessuno ci ha trattato male o con disprezzo e cattiveria. Gli anni della scuola e dell’adolescenza sono trascorsi abbastanza serenamente e poi sono arrivati i primi amori! Noi adolescenti comuni, che forse avevamo più remore noi per il nostro essere diverse, che colui che ci trovavamo di fronte che a ben guardare sapeva vedere oltre!

Poi a diciannove anni la scelta che mi ha portato a conoscere il padre dei miei figli. Credo di aver iniziato il mio viaggio più importante il giorno in cui ho conosciuto il mio ex marito ormai più di 15 anni fa… è qui che davvero è iniziato il mio viaggio verso la persona che sono oggi!

La scelta di avere anche dei figli adottivi

Come ogni coppia abbiamo condiviso tutto, gioie e dolori, difficoltà, vittorie e scelte importanti come quella di avere dei figli. Il primo è arrivato dalla pancia nel 2007, poi, almeno io, ho iniziato a pensare all’adozione e con lui, insieme, abbiamo scoperto questo mondo fatto di attese, tempo, pazienza e poi ancora tanta, tanta, tanta santa pazienza.

Finalmente nel 2012 è arrivato l’abbinamento con un pupetto dagli occhi a mandorla di 10 mesi. Gioia infinita, paura e speranza nel futuro. Poi, il suo racconto… la sua storia… e improvvisamente mi ritrovo a fare i conti con un fantasma che avevo ignorato per 32 anni. La mia mamma biologica.

Il piccolo era stato lasciato sotto ad un ponte, sul bordo di un campo nella periferia di una città di soli 324.000 abitanti. Ero tanto arrabbiata, ero infinitamente furiosa con questa donna, che non aveva pensato alla fine che avrebbe potuto fare questo bambino! La mia mamma di pancia ci aveva abbandonate in un istituto certa della nostra incolumità, del futuro che probabilmente avremmo avuto, comunque in salvo. Mentre questa donna aveva abbandonato mio figlio in un luogo insicuro, in balia di se stesso, incerta sulle probabilità che avrebbe avuto di sopravvivere, di essere trovato.

Ripercorrere la storia dell’abbandono 

Sono stati i sei mesi più lunghi e difficili che abbia mai vissuto (poi, purtroppo, ne sono venuti di peggiori… ma questa è un’altra storia). Ho trovato conforto innanzitutto in mio marito: mi è stato vicino, ha cercato di tranquillizzarmi e di non farmi fossilizzare su questo aspetto che rischiava di rovinare il tempo dell’attesa prima di partire per il nostro Viaggio della Vita. E poi, tanto confronto e sostegno nell’associazione di mutuo aiuto che frequentavamo. C’è stato modo di affrontare vari temi negli incontri di post-adozione, che noi frequentavamo perché comunque avevamo già un figlio ed io ero figlia adottiva.

Tra gli argomenti affrontati abbiamo discusso il trauma dell’abbandono e il fantasma dei genitori biologici. Lì, sia la psicologa sia gli altri genitori adottivi, ci hanno permesso di accettare la storia del “nostro panda” e di lavorare sulla figura della mamma biologica che a prescindere dalle modalità abbandoniche, comunque ha sì abbandonato il figlio, ma gli ha dato la vita e la possibilità di viverla e per questo va “salvata” a prescindere dalle motivazioni che stanno dietro alla sua scelta. Questa mamma/donna (comunque la vogliamo chiamare) ha creato in noi figli adottivi una ferita che sarà cura dei genitori adottivi medicare.

Il dolore e l’amore che uniscono nell’adozione

Sei mesi dopo, durante il viaggio in Cina,  ho scoperto  che la città in cui è stato ritrovato mio figlio è circondata da campi, campi e ancora campi e che la gente va in giro in bicicletta, poliziotti compresi. Insomma, sarebbe stato impossibile non trovare il mio bambino.

Oggi, a quattro anni di distanza so di aver attraversato il mondo, pur restando ferma a casa: questo viaggio dentro di me, mi ha lasciato delle consapevolezze che spero mi aiuteranno a crescere i miei figli con serenità, pur cosciente del dolore che ci e che li lega.

Questa mamma ha dato ai miei figli un grande dolore, ma ha dato anche la vita, la possibilità di viverla insieme e di essere fratelli. E per questo occorre salvarla e portarle rispetto. E poi sì, so e insegnerò loro che, come ogni ferita che si rispetti, la ferita dell’abbandono lascerà una cicatrice che evocherà  il ricordo del dolore provato.

Ma l’amore aiuterà tutti noi a vivere insieme il resto del nostro viaggio chiamato Vita.

Maria Bidese


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